Elda: vite di magnifici perdenti – Maria Adele Cipolla

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In sintesi:

elda vite di magnifici perdenti romanzo di maria adele cipolla edito da youcanprint

[…] perché l’accadere delle vicende umane, di tante piccole vite, diventa universale ed esemplare soltanto quando queste esistenze riescono a mettersi in relazione le une con le altre, a raccontarsi e a dare un senso a quello che è stato fatto. Soltanto così si può gabbare il tempo e trasformarlo in storia.

Dare un senso al passato

Raccontare e dare un senso al proprio passato è l’obiettivo della protagonista di Elda: vite di magnifici perdenti, il romanzo storico scritto da Maria Adele Cipolla.
Le prime pagine del romanzo presentano una Elda anziana e placida, perfetta padrona di casa, cuoca provetta come tante delle nostre nonne. Tra una faccenda e l’altra, ogni mattina Elda trova sempre il tempo di leggere con calma i quotidiani:

Quella mattina Pietro aveva letto i quotidiani molto presto mentre prendeva il the, nel tempo in cui lei stava tagliando i pomidoro da mettere sul fuoco. Avrebbero continuato la loro cottura lentamente, consentendo a lei di leggere i giornali, ordinare il pesce per telefono e mettere in ordine la casa. Nonostante i numerosi impegni della giornata non avrebbe mai rinunziato alla lettura dei quotidiani, in casa se ne compravano almeno quattro e la loro consultazione impiegava un tempo considerevole […]

E proprio leggendo un necrologio sul giornale, Elda scopre la morte di Augusto, suo spasimante in gioventù. La notizia incrina senza pietà l’immagine della Elda massaia, lasciando al lettore lo spiraglio per sbirciare nel passato della protagonista: l’anziana donna, in preda ai ricordi, ripercorre la propria vita, dall’infanzia alla maturità.

Una generazione eccezionale

Non si tratta di una vita banale, ordinaria. Elda infatti appartiene a una generazione eccezionale, che ha visto un’infinità di cambiamenti succedersi l’uno dopo l’altro. Nata in Sicilia negli anni Venti, cresciuta sotto il Fascismo, giovane nel Dopoguerra, adulta e lavoratrice nel pieno del boom economico, Elda ha molto da raccontare: il bombardamento su Palermo il 9 maggio del ’43, lo sbarco degli americani (aiutati dal boss Lucky Luciano), l’ascesa e la morte del Partito comunista italiano, i rivoluzionari decreti di Fausto Gullo, il dilagare dell’eroina fra i ragazzi degli anni Settanta, il celebre compromesso storico fra Berlinguer e Moro, il rapimento di quest’ultimo, l’assassinio di Falcone…

Elda, con la sua generazione, rappresenta l’anello di congiunzione fra una Sicilia arcaica e letteralmente isolata, con baroni e latifondisti, e una Sicilia moderna, più chiaramente europea:

Alle soglie dei suoi ottant’anni era invece giunto il momento di capire le fasi alterne della sua vita, i suoi cambiamenti improvvisi e le sue prese di posizione estreme, senza pudori e con la giusta dose di autocritica. Poteva riabilitare la ragazza di quella fotografia così come la guerra era riuscita a riabilitare i suoi genitori e un’intera nazione, creando uno spartiacque fra un prima e un dopo in cui ognuno si era trovato diverso e non sempre in peggio.

Le due Sicilie di Elda

Come l’evoluzione della Sicilia, anche il romanzo pare diviso in due parti. Nella prima, Elda è una ragazza intelligente, bionda e bellissima. È figlia di genitori borghesi, ma grazie alla sua avvenenza riesce ad attirare l’attenzione di un rampollo di famiglia nobile, il già citato Augusto. Una storia vecchio stile, per certi aspetti simile a quella della principessa Sissi: Elda, indipendente e umile di carattere, non riesce a familiarizzare con il presuntuoso e rigido ambiente aristocratico, ma si sacrifica per amore di Augusto e dei propri genitori, così felici di imparentarsi con una famiglia di alto lignaggio…

Ma Elda era cocciuta e orgogliosa e pur di non ammettere uno sbaglio era disposta a imbarcarsi in tenaci sfide, così non fu capace di tornare subito dalla sua famiglia, come in un primo momento aveva pensato. Restò lì rapita dal gioco della trasfigurazione, che attraverso un cammino di espiazione e adattamento, avrebbe dovuto portarla a essere degna di quel matrimonio.

Il finale della storia d’amore, però, è ben diverso da quello di Sissi e Franz, e dopo aver visto le ingiustizie perpetrate dai nobili ai danni dei contadini, la nostra protagonista decide di non sposare Augusto, abbracciando pienamente gli ideali del comunismo. Così Elda volta le spalle all’antica Sicilia, dirigendo il proprio sguardo verso un altro amore e altri orizzonti: e si apre la seconda parte del libro…

Maria Adele Cipolla segue con molta attenzione il cammino di Elda e incoraggia il lettore ad accompagnarla: ogni evento storico sullo sfondo è infatti spiegato con semplicità e proprietà di linguaggio dal narratore in terza persona (non dai personaggi stessi, come grossolanamente accade in Caffè amaro).
Per avere ulteriore cognizione del contesto storico, al lettore sono dedicate delle utilissime e puntuali note a piè di pagina. In questo modo, Elda: storie di magnifici perdenti risulta non soltanto accessibile a un pubblico meno aggiornato, ma è anche in generale molto istruttivo su un pezzo della storia italiana raramente studiato a scuola.

Squilibrio narrativo

L’autrice propone dunque una saga familiare potente, il cui sfondo storico è in effetti protagonista tanto quanto i personaggi. Il romanzo, però, presenta alcuni difetti tecnici, come il notevole squilibrio fra mimesi e diegesi: il narratore interviene spesso a riassumere in poche parole eventi dall’importante carica emotiva, oppure lascia eccessivo spazio a dialoghi alquanto logorroici e in definitiva superflui.
Questo brano è un esempio di quello che sostengo:

Era saltata in aria una nave della Marina Militare Italiana. […] Elda e suo fratello scesero in strada arrivando all’incrocio della via Villafranca con la via Paolo Paternostro […]. Da lì videro risalire urlanti e piangenti dei marinai italiani, manichini seminudi, in più parti spogliati anche della propria pelle. Enormi parti metalliche di quella nave, sculture di ferro contorte più grandi di un essere umano, sarebbero state ritrovate in città a centinaia di metri di distanza dal porto.
Tornati a casa i ragazzi supplicarono la madre di abbandonare la città.
“Ma dove possiamo andare noi? ” – diceva rassegnata la mamma […].

Ciò che appare agli occhi di Elda e suo fratello, Giulio, è uno spettacolo raccapricciante, anche descritto piuttosto bene direi, tuttavia si indaga poco sugli effetti emotivi subiti dai personaggi: possiamo solo intuire l’orrore dei due fratelli, del tutto taciuto dal narratore.
Al triste episodio, segue invece immediatamente un ben più prolisso scambio di battute fra madre e figlio:

“Ma dove possiamo andare noi?” – diceva rassegnata la mamma – “Partono quelli che hanno possedimenti in campagna […].
Mamma dobbiamo prenderci una casa in affitto da qualche parte […] purtroppo ci siamo lasciati sfuggire quella a Santa Flavia con lo zio Domenico […]”
“E come facciamo a pagare due affitti?” – rispondeva Wanda […].
“No” – rispondeva Giulio – “dobbiamo prenderne un’altra, anche una stanzetta, basta che ci leviamo da quest’inferno. Non ti preoccupare per i soldi, sto cercando di farmi pagare dai creditori di papà e poi Giovanni ha detto che al Genio Civile cercano assistenti per lo sgombero delle macerie […].”
“Ma sei pazzo, figlio mio? Che andiamo a fare a Santa Flavia […].”

Il dramma dei marinai è dunque ridotto all’osso, mentre un eccessivo spazio è concesso allo scambio di opinioni fra Giulio e sua madre Wanda, un dialogo che in fin dei conti si rivela non così importante.

Un narratore di poche parole

Nella seconda parte del romanzo, cioè quando Elda stringe amicizia con altri giovani comunisti e le varie famiglie si allargano, lo squilibrio fra mimesi e diegesi si accentua ulteriormente: con sempre più personaggi, le vicende da narrare si moltiplicano, e, nella fretta di raccontarle tutte, l’autrice ha spesso condensato in poche frasi lapidarie eventi di grande rilievo. Ecco come è trattata la nascita del primo figlio di Elda:

Riuscivano comunque a mettere da parte qualcosa ogni mese.
Con questa organizzazione economica era in arrivo il loro primo figlio, che nacque a fine gennaio sul tavolo della cucina e fu chiamato Ruggero. Meno di un anno dopo arrivò il secondo figlio di Ignazio e Ottavia, che si chiamò Davide come il nonno materno.

Ne La buona terra di Pearl S. Buck i due contadini protagonisti Wang Lung e O-Lan gioiscono festeggiando il loro primogenito, e il narratore dedica numerose parole per descrivere la loro soddisfazione. Man mano che il lavoro in campagna si fa più faticoso, le gravidanze di O-Lan cominciano a essere considerate d’impiccio: così il narratore le liquida con poche frasi asciutte. Il tempo che il narratore impiega per descrivere un evento non è proporzionale solo alla sua importanza oggettiva, ma è anche e soprattutto connesso all’importanza attribuita ad esso dai personaggi.
La nascita del piccolo Ruggero, appena menzionata, è un evento lieto per Elda, ma fra ciò che l’autrice comunica attraverso la sua scrittura e ciò che in realtà vorrebbe comunicare c’è un abisso.

I dialoghi, inoltre, non sempre creano scene dinamiche e realistiche. Spesso sono macchinosi e innaturali, soprattutto perché l’autrice tende ad abusare di certi costrutti ed espressioni. Ecco tre esempi in cui un personaggio fa notare qualcosa a un altro:

“Non la vedete strana, stonata?”
“Sì, in effetti ultimamente mi sembra dimagrita, deve essere molto stanca […]

“A me piacerebbe studiare la storia dell’arte… la fotografia.”
“In effetti in casa editrice sta diventando il tuo settore […].”

“Non si può entrare perché c’è il Primario che fa il giro delle corsie.”
“In effetti è ancora troppo presto per le visite […].”

Infine, e qui aggiungo una nota personale, sarebbe stato molto interessante se l’autrice avesse dedicato maggiore attenzione alla rivoluzione dei costumi che ha caratterizzato il Novecento: se il contesto storico e sociale è presentato ottimamente, qualche pagina descrittiva in più sull’entrata della televisione in ogni casa italiana, e sui primi quiz che hanno raccolto diversi nuclei famigliari davanti a uno schermo, avrebbe dato maggior colore alla narrazione.

Finalmente all’altezza

In conclusione, nessun dubbio che Elda: vite di magnifici perdenti sia un romanzo interessante e originale, la cui trama è finalmente all’altezza di molte saghe familiari della letteratura straniera. Tuttavia, l’arte della bella scrittura è impervia e difficile, e Maria Adele Cipolla non la padroneggia ancora pienamente. Nella speranza che l’autrice non demorda e continui a raffinare la sua scrittura, raccomando ai miei lettori di appuntare il suo nome: potrebbe rivelarci grandi sorprese in futuro.

Per ora, fate la conoscenza di Elda… e buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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