E questo cuore non mente – Levante

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In sintesi:

e questo cuore non mente romanzo di levante edito da rizzoli

La gente si ferma sempre alla mia faccia di cazzo, e io ho una brutta faccia di cazzo, diciamolo, sembro antipatica.

Lo charme della tipula

Quarta di copertina? Potrebbe starci bene, ma no, questa è l’autodescrizione di Anita, protagonista di E questo cuore non mente. E se noi lettori diamo credito alle parole della nostra “faccia di cazzo”, alla fine del romanzo saremo molto sorpresi, perché… perché Anita non è antipatica. Saltate dritti alle conclusioni, immaginate già che sia una simpaticona? Badate alla logica, ho detto che non è antipatica. In effetti Anita non è antipatica, ma non è nemmeno simpatica, non è spaventosa, non è… non è proprio niente! È un personaggio così piatto, così lagnoso, così insignificante, che più di una volta durante la lettura del romanzo sono stata catturata dallo charme di una tipula che sbatteva contro il vetro della finestra. Ve lo giuro.
D’accordo, però forse possiamo consolarci con gli altri elementi del romanzo, con la trama, con i comprimari. Mi spiace deludervi, ma Levante, forse ispirata da Saw – L’enigmista, ha escogitato una trappola da cui è impossibile fuggire: E questo cuore non mente è un romanzo psicologico, o meglio, è un minestrone fatto con i sentimenti di Anita. E indovinate un po’ chi ci serve questo minestrone? Sì, esatto: Anita è la voce narrante. Ed è anche la protagonista, è la trama… non esiste via di fuga, vi ho avvertiti.

Cerchiamo di farci coraggio e affrontiamo la signorina “brutta faccia di cazzo”. Guarda un po’, Anita è una giornalista di successo, ma in amore non riesce ad essere felice. Brevemente ci racconta delle sue relazioni: in passato è stata sposata con Jacopo, un uomo talmente premuroso ed equilibrato da averla annoiata; nella sua vita è poi giunto Flavio, il quale l’ha strappata dalla noia del matrimonio solo per gettarla in un turbine di insulti e di violenza. Fragile e provata, Anita si tuffa in una nuova relazione con Marco, un collega che finalmente sembra essere “quello giusto”. Ovviamente, anche Marco ha qualche difettuccio: è un passivo aggressivo, e quando Anita lo delude, la punisce mettendo il muso. A seguito della rottura con Marco, la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso, Anita decide di curare tutte le sue ferite andando da uno strizzacervelli. Grazie a questo espediente narrativo, Levante ha l’occasione di sfoggiare la sua conoscenza dei più triti cliché sulla psicologia: nel nostro caso, Anita sceglie uomini aggressivi e sbagliati perché ha avuto un rapporto complicato con… qualcuno, il quale le ha causato dei traumi. Ricevuta la diagnosi, Anita inizia a lavorare con lo psicologo per mettersi in contatto con la “bambina che ha dentro”…

È possibile vedere una trama, nel suo romanzo con trama?

Lettori, ditemi voi se E questo cuore non mente ha un qualche tipo di originalità. Però è anche vero che abbiamo alle spalle millenni di letteratura, perciò immaginarsi un intreccio unico e inesplorato è ormai un talento di pochi. Devo essere sincera, la mancanza di innovazioni non è necessariamente un male, una storia banale può avere molto da offrire ai suoi lettori. Pensiamo al cinema: la stragrande maggioranza dei film condivide lo stesso schema, con un viaggio dell’eroe da manuale. Eppure, anche se le novità come (ai suoi tempi) Il sesto senso appagano la curiosità dello spettatore, chi rinuncia all’eroe che combatte contro il mostro (qualunque esso sia) e che alla fine riesce nella sua impresa? Se la storia è ben raccontata, nessuno.
Sempre pensando al cinema, scommetto che Jurassic Park vi è piaciuto: a parte i dinosauri, che cosa succede che già non si è visto? Un’avventura di sopravvivenza, in fondo, come altre. Ma ben raccontata, appunto, ecco perché vi è piaciuta. Ora, voglio proporvi un giochino: Jurassic Park, sì, però la sceneggiatura è di Levante. Che cosa ci racconta il film? I due bambini giocano, Alan prende il sole, Ian Malcolm spiega ad Ellie una versione “for dummies” della teoria del caos, il vecchio Hammond si lamenta che non riesce ad andare in bagno con regolarità. No, non vedremmo nessun dinosauro, nel parco dei dinosauri.

Mi sono divertita un po’ con questa divagazione per introdurre il principale difetto di E questo cuore non mente, difetto che avete sicuramente già capito. Proprio così: la nostra autrice ci rintrona con una valanga di dettagli e di descrizioni inutili. Niente azione, niente colpi di scena, solo un blablare posticcio e irritante. Un esempio: Levante trova sia utile raccontarci della grandezza del seno di Marta, amica di Anita. Perché? Trovate il motivo e vi premierò con un assegno, promesso. Non solo, Levante ci parla della determinazione di Marta nel cercare a tutti i costi un cornetto al cioccolato nei bar di Milano, perché scopriamo che la donna non apprezza i cornetti con la marmellata. Accidenti! Be’, a questo punto riconosco che Marta è… Marta è la panna nella carbonara, è un personaggio utile solo a addensare gli altri elementi di contorno! Nella nostra storia non fa nulla, ma proprio nulla, di rilevante.
Altrettanto inutile è il personaggio di Paolo, ex di… ah, speravate che dicessi Anita, dopo che vi ho parlato delle sue storie fallimentari? No, macché, Paolo è l’ex di Marta. Con Anita ha un rapporto puramente lavorativo, essendo il suo agente. Però Anita ci tiene comunque a raccontarci della sera in cui Paolo le ha preparato un piatto di zucchine e gamberetti. Notate con quanta cura ci descrive l’evento:

Lui rapido aveva infilato la testa nel frigo per recuperare gli ingredienti e poi, sul piano ad angolo della cucina grigio e arancione, si era messo a grattugiare le zucchine dal lato con i buchi più larghi, sviluppando una piccola montagnetta sul piatto, presto capovolta dentro la padella dove già soffriggeva la cipolla. La pancetta a seguire e il coperchio sopra, fino a che il contenuto non fosse svenuto per farsi salsa.
Quando le penne rigate avevano raggiunto la giusta cottura, Paolo le aveva mischiate al verde e al rosso e, con una spolverata di parmigiano, le nostre pance si erano fatte capanne.

Concordo con voi, l’unico “contenuto svenuto” è quello della narrazione. Anzi, si trova in uno stato comatoso, elettroencefalogramma piatto.

Quattro flashback e un giacchetto di jeans

Se avete dei dubbi, considerate che perfino il racconto della relazione tra Anita e Marco è totalmente inutile. Assurdo, non è vero? Procediamo con calma. In teoria, come vi ho spiegato, questa relazione è l’evento chiave del romanzo: e fin qui non ho da ridire, Levante giustamente intuisce che la storia d’amore ha una qualche importanza nella trama, perciò si impegna per raccontarcela. Un colpo di genio! Anita è già in terapia, ma non è un problema, perché numerosi flashback ci portano ai bei tempi del fidanzamento. I flashback mettono in luce i problemi della coppia, i silenzi, le incomprensioni, gli attriti, l’aggressività sotterranea. Sì, questo succede in un altro romanzo, in E questo cuore non mente i flashback riguardano esclusivamente la serata in cui Anita e Marco si sono baciati per la prima volta. E sia chiaro: quando dico “serata” intendo la serata festaiola in senso totale, nessun particolare escluso. I flashback non molto “levantini” ci informano proprio di tutto: dal numero di gin tonic che si è scolata Anita alla festa organizzata da Marta, alle conversazioni avute dagli altri ospiti della festa; dalla tigella mangiata per far passare la sbornia, alla ex di Flavio che ha aiutato Anita a comprarsi un pacchetto di sigarette… E non è finita, perché di punto in bianco Levante si ricorda che è chic inserire qualche banalità sul patriarcato:

«Ma lavoriamo in un ambiente scorretto [l’editoria]. Un ambiente totalmente maschilista.»
«Oddio, quella parola…»
«Senti, abile maschio etero, bianco, europeo, cocco di mamma…» […]
Fa schifo anche a me questa parola, vorrei non doverla utilizzare mai e non hai idea di cosa significhi subirne il significato. Nel nostro ambiente, come in mille altri, essere una donna è una grandissima fatica. A volte sei scambiata per l’assistente di qualcuno, a volte per la portaborse, per la segretaria, per la tipa che si sarà sicuramente scopata l’intera redazione per essere dove si trova […]. E quando proprio non è possibile ignorare il tuo percorso luminoso, e finisci nella lista dei papabili vincitori di un premio, lo stesso ti ritrovi giudicata da una vecchia cricca di intellettuali ancorati a un passato morto e sepolto, […] e non verrai premiata, perché quello che fai tu è comunque considerato privo di spessore. […]

Dopo questa bella e calzante invettiva lanciata da Anita contro il maschilismo, ma non prima di aver tessuto le lodi del giacchetto di jeans della nostra protagonista, Levante ci racconta del bacio. Peccato però che senza accorgercene siamo arrivati alla fine del romanzo, e la tossica storia d’amore dobbiamo completarla noi, con la nostra fantasia. Almeno sappiamo che Anita ha un bel giacchetto.

Ebbene, ecco l’ennesimo romanzo interattivo, che chiede la nostra collaborazione per riuscire a raccontare qualcosa. Ho detto che dobbiamo usare la fantasia, sì, ma se siamo scaltri riusciamo a procurarci qualche indizio per non andare totalmente alla cieca. Infatti, Levante ci dà delle dritte per poter capire che cosa è andato storto fra Anita e Marco: solo, ci tocca isolare e decifrare le parti del libro in cui la protagonista si confida con lo psicologo. E credetemi, non è un compito così semplice. Districandoci fra dialoghi innaturali e un insopportabile stile aforistico, riusciamo a comprendere che uno dei problemi della coppia era l’invidia di Marco nei confronti di Anita, una donna di successo sul lavoro, più brava del povero Marco e più adulata, perfino:

Giornalisti entrambi, entrambi autori, avevamo raggiunto l’obiettivo di vivere delle nostre passioni con risultati che spesso ci contrapponevano, o quantomeno ponevano lui in una condizione di disagio […] non badavo mai a quanto lavoro in più avessi rispetto a lui, a quali ruoli prestigiosi rivestissi, alle copie vendute dei miei libri, alla continua richiesta delle mie parole, della mia visione, al fatto che alla mia età lui era ancora un esordiente e al poco interesse di editori e giornalisti nei confronti del suo lavoro. […] Nessuno dei due riconduceva attriti e tensioni alla nostra disparità lavorativa, io perché non le davo alcun peso e lui perché non avrebbe mai ammesso quanto i gradini che ci separavano lo tormentassero segretamente.

In un momentaneo delirio di onnipotenza in cui si crede il datore di lavoro del papa, Levan… scusate, Anita, ci spiega che Marco l’ha lasciata perché afflitto da un giustificato complesso di inferiorità. Aspettate un attimo lettori, a ben guardare… eh sì, non sembra anche a voi che questa trovata dell’eroina del lavoro sia un pelo incompatibile con la descrizione di una presunta cultura patriarcale tipica dell’editoria? Insomma… i maschilisti non dovrebbero in ogni caso favorire un uomo rispetto a una donna, seppur più talentuosa? Soprattutto se l’uomo, come Marco, si preoccupa di curare le proprie amicizie altolocate:

A differenza mia, però, [Marco] sapeva circondarsi di persone influenti, frequentare i giri giusti, gli autori di spicco, i canali che contano, le strette di mano, i luoghi di riferimento per il cinema, il teatro, la musica. Io avevo me e le mie idee. Lui aveva delle idee, i suoi amici e il loro potere.

Va bene, proviamo a mettere ordine. Prima Anita si lagna del sessismo nel suo ambiente, sessismo che le impedisce di vincere i premi e di ottenere i riconoscimenti che le stanno molto a cuore. Poi si eccita all’improvviso spiegando la sua superiorità intellettuale e morale. Poi torna a lagnarsi, perché è tutto un magna magna, perché ci stanno solo raccomandati, perché andando a lavoro si rende conto che comandano i poteri forti. No, lettori, non si parla di camicia di forza, Anita indossa un giacchetto di jeans. Molto fashion.

Questo cuore non mente, Anita invece…

Riflettendoci, a questo punto sembra proprio che Anita sia un narratore inattendibile. Forse il suo racconto è lacunoso, incoerente e inconcludente perché è distorto dalla malattia mentale? Mi viene da ridere, lettori. Siamo alle solite: come in Sembrava bellezza, anche nel romanzo di Levante non possiamo contare su un personaggio che smentisca Anita: non la smentisce lo psicologo, come accade ne La coscienza di Zeno, non la smentisce un altro personaggio, come in Invisibile di Paul Auster. Anzi, a dirla tutta, in E questo cuore non mente lo psicologo addirittura spalleggia e sostiene Anita:

«Quando ho superato il trauma della separazione, la mia magrezza da dolore e stress ha iniziato lievemente ad abbandonarmi. E Marco, a quel punto, ha pensato bene di ricordarmi che avrei dovuto tenermi d’occhio. “A breve scoppia la bomba” diceva.»
«Cosa vuol dire?»
«Vuol dire che (come mi ripeteva spesso) rischiavo di non recuperare più la mia forma.»
«Che stronzo.»
Finalmente qualcuno che non sono io lo dice ad alta voce.

Be’, non ho una laurea in psicologia da guardare quando mi sento giù, però mi domando: alla luce delle precedenti informazioni contraddittorie (ed esagerate) date da Anita, non dovremmo essere prudenti? Magari questa nuova lamentela su Marco è una balla, atta a screditarlo. Forse Anita è un “vampiro delle emozioni”, una sociopatica interessata unicamente ad attirare l’attenzione di chi le sta intorno. Forse, però lo psicologo, trasformatosi nell’amica alla Sex and the City con cui si sparla degli uomini, prende una posizione netta e indiscutibile. Non è il caso di approfondire un po’, e di costruire in modo leggermente più realistico lo psicologo e la psicoterapia? Eh? No.
A questo punto, lettori, io azzardo due possibili spiegazioni: o anche lo strizzacervelli è un pazzoide, oppure Levante scrive dopo aver raggiunto il nirvana, cioè con la mente del tutto sgombra, immersa nel vuoto più totale.

Scoreggia traumatica

E va bene lettori, finora ci siamo persi in chiacchiere, ma adesso andiamo dritti alla catarsi del romanzo, alla scena madre, al momento di tutti i momenti, quello in cui finalmente Anita comprende il motivo per cui non riesce a intrecciare relazioni equilibrate. Quasi, lettori: non la madre, stavolta è il padre. Era prevedibile, suvvia, dopo i vari sproloqui sul patriarcato…
Ora, la catarsi richiede suspense e drammaticità, la scena deve essere caratterizzata da un climax di tensione, bisogna che sia studiata nei minimi dettagli per rimanere impressa nella mente del lettore, e…

«[…] E quindi, tornando a noi: lei è così accondiscendente con suo padre perché lo ama tantissimo o perché ne ha paura?»
Rimango in silenzio. Prendo respiri profondi nella speranza di trovare delle risposte .
«Insomma, suo padre le ha rotto il camper.»

Aspettate, che cosa è successo? Inaspettato e fulmineo come una scoreggia in diretta televisiva, lo psicologo ci aggredisce “spoilerando” il passato traumatico di Anita: e il bello è che non capiamo nulla. Il camper? Di quale camper stiamo parlando? Anita è una sorta di Uncle Grandpa che vive in un camper magico? Suo padre le ha distrutto il camper in cui produceva la metanfetamina “Blue Sky”? Oppure si tratta di un giocattolo della Playmobil? Ma soprattutto, come fa lo psicologo a sapere che il padre di Anita ha rotto il camper di sua figlia? Eh già, perché Anita non ha mai parlato di nessun camper. Riusciamo a capirci qualcosa (si fa per dire) solo in seguito, quando lo psicologo sottopone Anita all’EMDR e le chiede di raccontare di nuovo l’episodio:

«E cos’ha fatto per farsi rompere il camper? Me lo ridica.»

Ah, avete capito, lettori? La scena clou non era in diretta, era in replica. Tutta la tensione legata al momento del ricordo, lo sforzo per dissipare le nebbie del tempo, l’improvviso schiarimento, la tristezza per il ricordo evocato, la reazione dello psicologo… tutto è omesso: mentre noi leggiamo, lo psicologo già sa e Anita ha già parlato, tutto è già successo.
E vi dirò di più: è assolutamente un bene che non vi sia suspense, perché avrebbe accentuato ulteriormente la comicità involontaria di E questo cuore non mente. Vi ricordo che l’EMDR è un trattamento psicologico usato nei casi di stress post traumatico: lutti, incidenti mortali, episodi di feroce violenza, stragi. Insomma, traumi con la “t” maiuscola, assicura una brochure online che illustra il trattamento. Ta-dah! Il traumone che ha spinto Anita a cercare da adulta uomini aggressivi è…

[…] mia madre preparò per cena dei fusilli al pomodoro. Detestavo il pomodoro, così iniziai a fare i capricci. Mio padre, innervosito, andò nella mia stanza, prese il camper, lo portò in cucina e, davanti a tutti, lo calpestò […] sfuggirono un cuscinetto e una ruota, con i quali giocai nei giorni successivi, prima che papà, spinto dal gigantesco senso di colpa, tornasse con un nuovo camper.

Oh cavolo, quando eravate giovani il vicino non avrebbe dovuto urlarvi di fare casino da un’altra parte, ora siete degli inconsapevoli Hannibal Lecter pronti a esplodere. E Jack Lo Squartatore? Voi non lo sapete, ma una volta la mamma gli disse di mangiare le verdure. Andiamo, siamo seri, il padre di Anita (sempre stando a ciò che dice lei) avrebbe dovuto evitare quella scenata, però come è possibile che essa inneschi un totale collasso psicologico nella nostra protagonista? Suvvia, la vita è fatta anche di queste porcherie, cui però si impara a reagire. Oltretutto il padre di Anita ha pure rimediato, si è sentito in colpa: che cosa avrebbero da dire i figli di veri genitori degeneri? E coloro che hanno provato l’EMDR per cercare di mitigare il trauma di uno stupro, o di un lutto violento? Si sentirebbero presi per mano da Levante, con la lettura del suo romanzo, o la parte del corpo è quella sbagliata?
Be’, forse consapevole del campo minato in cui si era inoltrata per cogliere more, Levante ha provato a raddrizzare il lato tragico di E questo cuore non mente, dando espressione di notevole sensibilità e dote artistica:

[Parla lo psicologo] «In quell’intemperanza e brutalità di suo padre, che fosse per alzare le mani o per rompere qualcosa, lei vedeva un’espressione di forza. […]»

Ah, tutto a posto, bastava questa precisazione. No, in verità ciò che dice lo psicologo non è affatto chiaro: sta schiettamente equiparando la rottura di un giocattolo a una violenza fisica, oppure sta insinuando che il padre di Anita fosse manesco? Supponendo giusta la seconda interpretazione, perché Anita non allude mai a schiaffi e pugni? Tutto quello che sappiamo del padre di Anita è che una volta le ha rotto un giocattolo per darle una lezione, e che un’altra volta le ha strappato le pagine di un tema, perché scritto in maniera illeggibile: non è un papà che crede nella pedagogia montessoriana, ma non è troppo poco per parlare di brutalizzazioni e di violenze?

Pollo Scottex

Insomma lettori, torniamo da dove eravamo partiti: non credevo che avrei dovuto scriverlo esplicitamente, però i dettagli in un romanzo sono importanti. Ogni parola deve essere soppesata, perché può confondere il lettore e distrarlo dalla narrazione. Levante ci sa fare con le parole, ma per apprezzarla dobbiamo imparare la logica e l’estetica di sua invenzione, perché se giudichiamo la sua “arte” con quelle solite, ciò che rimane tra le nostre mani è una serie infinita di inutili parole che non comunicano. E dovete qui intendermi in senso letterale: Levante scrive interi passi incomprensibili, i quali ci inducono a sperare nel ritrovamento di una nuova Stele di Rosetta. Ci tocca leggere scemenze su scemenze già dall’incipit:

Lo ritrovai nei primi giorni di settembre mentre fluttuavo nel gin tonic di una festa rivelatasi meno noiosa nel previsto.

Va bene le metafore, però bisogna che siano usate con criterio! Qui che cosa abbiamo, una variazione della classica “prugna che galleggia nel profumo, servita in un cappello da uomo”? O vogliamo immaginarci che Anita sia tanto piccola da poter sguazzare nel bicchiere di un cocktail? Sembra sciocco, ovviamente (sì?) Levante ci dice che Anita beve come una spugna. Ma leggiamo la frase successiva:

[…] dopo aver preso di mira un pollo con verdure necessario ad assorbire l’assenza di contatto, l’effetto sonoro del mondo dentro a un bicchiere di vetro.

Ah. Be’, dopotutto ci troviamo dentro un bicchiere di vetro, che emette un effetto sonoro, che è l’assenza di contatto, assorbita dal pollo. Sono un po’ confusa adesso, il bicchiere di gin in cui si trova Anita è assorbito dal pollo, Anita assorbe il pollo, o sono le verdure la chiave di tutto? E questo significa che…
No, non lo so, ma so che il “pollo Scottex” non è l’unico oggetto strano descritto da Levante. Leggiamo anche di pantaloncini probabilmente appartenuti a Eta Beta:

D’istinto mi toccai i pantaloncini, nell’illusione di avere delle tasche dentro cui cercare un badile e continuare a scavare il mio tunnel. A ogni sua proposta di vicinanza, per la troppa emozione, io sognavo la fuga.

D’accordo, lettori, d’accordo, Anita quando è in imbarazzo spinge le mani in fondo alle tasche e vorrebbe essere inghiottita dalla terra, come (già) si dice metaforicamente. È che tutto questo si poteva descrivere in un modo leggermente meno cretino…
Ed ecco, per ultima, la mia preferita in assoluto:

«Ricordo di essermi aggrappata al termosifone della parete lungo la quale poggiava un lato del divano. Sentivo freddo in tutto il corpo, un freddo irrimediabile. Ho pianto con un occhio solo, quello vicino al muro, perché [Marco] non se ne accorgesse.»

Miracolo! Cioè, o Anita soffre di dacriostenosi, oppure è in grado di aprire e chiudere i dotti lacrimali a comando. Accidenti, se fosse giusta la seconda opzione, qualcuno dovrebbe tirare fuori dal bicchiere di gin tonic la nostra protagonista e farle aprire una scuola di recitazione, così potremmo finalmente goderci una fiction Mediaset in cui gli attori piangono quando devono piangere. Anche se ho il sospetto che, in E questo cuore non mente, meraviglie come questa siano opera di un mago.
Il bello è che la nostra autrice si impegna tantissimo per trovare delle metafore che potrebbe partorire una fiala di LSD se fosse strafatta di LSD, ma poi si lascia andare a trovate come “le nostre pance si erano fatte capanne”, espressione che avrebbero trovato vecchia pure ai tempi della Prima guerra punica.

Lèva(n)te!

Lettori, basta così. Come spesso accade, avrei ancora molto da dire, ancora molte frasi terribili da analizzare e altri problemi con la trama, ma vi voglio bene e so che avete attività alle quali volete dedicarvi per migliorare la vostra (già smagliante) persona. Mi chiedete però un ultimo giudizio sintetico che ricapitoli tutto ciò che abbiamo visto, come fanno nei documentari americani per l’americano medio? Eccolo: Levante è una grandissima. Ah, scusate, il giudizio è incompleto, aggiungete voi a piacere un aggettivo negativo. Ma ehi, anche se Levante è… Levante, resta sempre un personaggio pubblico! E il buon Galiano, come un inconsapevole Julian Assange, ci ha svelato che cosa succede quando sei già famoso, non è vero? Perciò, meno preoccupazioni: gustate il vostro pollo poroso che galleggia nel gin servito in un badile (da uomo) e fate una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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Una risposta

  1. Francesco ha detto:

    Mi hai fatto spanzare. Bellissima come sempre!