Due vite – Emanuele Trevi

Ti piace? Condividilo!
In sintesi:

due vite biografia di rocco carbone e pia pera scritta da emanuele trevi edito da neri pozza

Scrivere di una persona reale e scrivere di un personaggio immaginato alla fine dei conti è la stessa cosa: bisogna ottenere il massimo nell’immaginazione di chi legge utilizzando il poco che il linguaggio ci offre.

Tre amici scrittori

Rocco Carbone e Pia Pera hanno lasciato un segno nella storia della letteratura italiana: Rocco per i suoi romanzi nichilisti dallo stile asciutto, Pia per la sua traduzione di Eugenio Onegin e per i suoi “libri naturali”, in cui parla dell’effetto rigenerante della cura di un orto.

Rocco e Pia hanno lasciato un segno ancor più profondo in Emanuele Trevi, loro comune amico. Oggi Trevi è l’unico del trio ad essere vivo: Rocco infatti ha perso la vita in un tragico incidente stradale nel 2008 e Pia è stata portata via nel 2016 da una lunga e logorante malattia.

Trevi è dunque giunto a un’età che il suo amico Rocco non ha mai conosciuto, e che per Pia ha significato l’inizio di una dura battaglia: e proprio la consapevolezza di essere sempre più solo lungo il cammino della vita ha spinto il nostro autore a guardarsi indietro, ricordando gli sprazzi di una giovinezza condivisa coi suoi due amici…

Da pochi mesi ho compiuto l’età esatta in cui Pia si è ammalata, cominciando a perdere progressivamente, inesorabilmente, giorno dopo giorno, l’uso del suo corpo. Gli anni di Rocco, invece, ormai li ho superati abbondantemente. I nostri amici sono anche questo, rappresentazioni delle epoche della vita che attraversiamo come navigando in un arcipelago dove arriviamo a doppiare promontori che ci sembravano lontanissimi, rimanendo sempre più soli, non riuscendo a intuire nulla dello scoglio dove toccherà a noi, una buona volta, andare a sbattere.

Dai libri all’anima

Con Due vite Trevi ci dà uno strumento per osservare, oltre il tempo e lo spazio, le personalità dei due scrittori: ecco allora che davanti ai nostri occhi si fanno chiare la frustrazione di Rocco per non essere amato dal pubblico e la sua passione per le donne di ceti superiori al suo; pure diventano improvvisamente nitide la disavventura di Pia con il copyright di Lolita e la sua decisione di abbandonare la vita di città per dedicarsi a un piccolo podere, riconciliandosi così con la natura e se stessa.

È evidente qual è il nocciolo del libro, tuttavia ciò che rende interessante Due vite è contenuto in alcuni passaggi particolari, in cui Trevi esercita il suo occhio critico e analizza lo stile letterario dei suoi amici. Il nostro autore cerca di dedurre tratti psicologici, tormenti interiori, inaspettati guizzi coraggiosi, debolezze, insomma l’intera anima dei due scrittori nascosta fra le righe dei loro libri:

Attribuita alla luce estiva nella frase che ho citato, l’uniformità è il principio basilare della scrittura di Rocco. Un ordine imperturbabile regna sulla struttura della frase, escludendo ogni riflesso emotivo, ogni perdita del controllo. Sia che i personaggi parlino in prima persona, sia che ne vengano raccontati i fatti in terza, la narrazione, letteralmente, non batte ciglio, anche sporgendosi su abissi incommensurabili di angoscia e dolore, su lutti e privazioni e spiacevoli scoperte. Anzi, la sfida è sempre la stessa: opporre al caos, alla forza del negativo, a quelle che già ho definito le Furie, la certezza di un controllo razionale.

Ciò a proposito di Rocco, ma anche di Pia, all’apparenza delicata e gentile come una “simpatica signorina inglese“, Trevi ha qualcosa da raccontare. Ad esempio, la sfrontatezza con cui la scrittrice parlava di sesso:

Si capiva subito che Pia era un essere bizzarro, assolutamente non conformista: un vero tesoro, nel deserto sociale e nella prigione delle buone maniere intellettuali. Tanto per dirne una, pur essendo impegnata in severi lavori di traduzione di vecchi testi religiosi […], le piaceva scrivere di sesso, in modo molto disinvolto, vale a dire senza sfumare quando i suoi personaggi arrivano al dunque.

Trevi non si limita a riportare e ad analizzare il passato. In Due vite, l’autore propone volentieri le sue personali riflessioni, una sorta di filosofia che passa dallo scorrere del tempo al linguaggio erotico, dalla possibilità di riconoscersi nei personaggi letterari all’essenza dell’infelicità. In altre parole, Trevi interrompe spesso il flusso scrosciante della memoria e si ferma a confidare al suo lettore un giudizio, un’impressione sulla realtà. Le pagine più poetiche di Due vite riguardano ad esempio le osservazioni di Trevi a proposito degli “incidenti”, cioè gli eventi non programmati e imprevedibili che in un attimo mettono a soqquadro i piani degli uomini. Un esempio è proprio l’inatteso incidente stradale di Rocco, tragica fatalità che ha posto fine in maniera brusca a un’interessante carriera artistica:

Che cos’è un incidente? Senza alcun dubbio, qualcosa di refrattario a ogni forma di racconto. Libero dal vincolo della necessità, gratuito, imprevedibile, accade non smettendo però di ricordarci che poteva benissimo non accadere. È la punta dell’ago che fa scoppiare in un attimo il pretenzioso palloncino gonfiato della vita: con tutte le sue stagioni, i suoi faticosi processi di apprendimento e adattamento. Puro nonsense.

Tanti generi… forse troppi?

A questo punto, sembra proprio che Trevi abbia partorito un “libro misto”, fondendo diversi generi: in Due vite possiamo ritrovare i tratti della biografia, del saggio di critica letteraria, del memoir e anche qualche suggestione poetica. Sicuramente è un esperimento letterario interessante e che può dare risultati eccezionali, come accade per Un’Odissea di Mendelsohn.

Però, a essere schietti, Trevi sfiora diversi generi senza abbracciarli davvero.
In Due vite non si riscontra l’accuratezza della biografia, ma soprattutto non si trova l’intima profondità del memoriale. Per intenderci, l’autore mostra sì di aver conosciuto Rocco e Pia e di aver nutrito affetto per loro, eppure il rapporto di amicizia che emerge dalle parole di questo libro sembra piuttosto superficiale. Se Mendelsohn ci presenta un ritratto preciso di suo padre, Trevi tratteggia i contorni delle anime di Rocco e di Pia in maniera vaga e approssimativa. Ad esempio, si è detto del “debole” di Rocco per le donne abbienti: si può supporre che tale vizio fosse correlato a probabili complessi di inferiorità di Rocco, causati dal considerare sé stesso un “parvenu”. La questione, direi decisiva per comprendere una parte della psicologia di Rocco, e forse anche per comprendere la sua produzione letteraria, è però liquidata da Trevi in maniera alquanto frettolosa, come se si trattasse di una bizzarria di nessuna concreta importanza:

Appartenevo anch’io, come tanti suoi amori, a quel ceto cui Rocco, con una ingenuità sorprendente per una persona della sua intelligenza, attribuiva ipso facto un’esistenza più facile e più protetta. E mi ostinavo a ricordargli che lui stesso non era cresciuto in un campo di profughi eritrei o in una favela brasiliana. Ok, si era fatto da solo, chi glielo negava; ma mitizzava eccessivamente delle differenze di origine e di educazione che mi sembravano delle semplici sfumature nel grande mare della normalità borghese.

Vi do un altro esempio: Trevi ci racconta di un suo allontanamento da Rocco, poiché quest’ultimo era una persona incline a sfruttare il proprio interlocutore come valvola di sfogo, lamentandosi spesso.
In un libro in cui l’amicizia è l’argomento principale, ci si aspetta che una simile frattura sia trattata con una certa enfasi, soprattutto perché il nostro autore afferma di sentirsi ancora in colpa per la decisione presa. Trevi però decide di affrontare questo argomento con la freddezza e la lucidità di un biografo, limitandosi a riportare i fatti così come sono avvenuti, senza aggiungere nulla di più:

Vado al sodo: fu proprio durante uno di quei fine settimana a Nugola […] che è iniziato il mio distacco. Non era mai stato particolarmente facile comunicare con lui, ma adesso sembrava che dell’altro gli interessasse solo la sua capacità di attenzione, tanto più passiva meglio era […]. Già è difficile dare un buon consiglio; ma se chi ti parla vuole solo essere ascoltato, allora non c’è più niente da fare. Ed è così che mi sono allontanato.

Lo stesso poi si può dire del rapporto fra Trevi e Pia. Come ho già detto, uno degli eventi più significativi nella vita di Pia Pera fu l’abbandono della città e il trasferimento in campagna, in un podere di Lucca. Si tratta di un cambio di stile di vita che si riflette anche nei libri della donna, la quale appunto iniziò a scrivere testi incentrati sul giardino e sulla vita all’aperto, come L’orto di un perdigiorno e Il giardino che vorrei. Ebbene, su questa rivoluzionaria decisione e sulle sue ragioni, Trevi spende parole davvero poco significative:

Ma Pia, nonostante tutte le apparenze, non era una «ragazza di città». Era nata per piantare semi, zappare, concimare. E se ne era resa conto in tempo. Quello che consideravo un rischio esistenziale per lei, nell’erronea convinzione che sradicarsi da Milano fosse una frustrante e scomoda chimera, si rivelò nel tempo, dopo un necessario apprendistato pieno di fatiche ed errori, un colpo vincente. […]
Il giardinaggio e la coltivazione sono sempre stati caratteri quasi ereditari nel ceto di Pia, quello dei possidenti illuminati, che da che mondo è mondo piantano, invasano, erigono spalliere […].

“Salutava sempre”

Lo stile di Trevi è sicuramente raffinato: è naturale farsi catturare dal ritmo delle sue parole e seguire i suoi racconti, le sue riflessioni. Si tratta però di un gioco di prestigio: Trevi incanta, ma nel suo libro c’è poca sostanza. I ricordi evocati mancano di nostalgia, i litigi di livore, le separazioni di tristezza. Se la forma di Due vite è da scrittore navigato, il contenuto è più simile alle dichiarazioni del dirimpettaio che dopo aver saputo della morte del vicino ne loda placidamente l’educazione, la simpatia e le buone maniere.

In conclusione, Due vite è un libro apprezzabile per diversi aspetti, ma è incompleto, senza una vera storia da raccontare. Al termine della lettura, conosciamo senz’altro qualche curiosità in più su Rocco Carbone e Pia Pera, ma questi ultimi continuano a essere inavvicinabili, cristallizzati nelle loro figure di scrittori, figure che l’emotivamente tiepida scrittura di Trevi non riesce a infrangere. Forse l’autore non è riuscito a sfruttare al massimo “il poco che il linguaggio ci offre”, o forse, in fin dei conti, davvero la sua amicizia con Rocco e Pia non era sufficientemente profonda. Se tuttavia cercate un libro ben scritto per riprendervi dalla lettura di Sembrava bellezza, Due vite fa per voi. E io vi auguro, come sempre, di fare una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

Potrebbero interessarti anche...

Che cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *