Difendere chi siamo – Diego Fusaro

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In sintesi:

difendere chi siamo saggio di diego fusaro edito da rizzoli

[…] è un puro non sequitur […]

La zanzara pigra

Diego Fusaro è tornato ed è preoccupato: teme che la filosofia sia in pericolo di estinzione. Sono d’accordo, la filosofia è minacciata da una specie invasiva e insidiosa. Purtroppo però per Fusaro, è proprio lui questa specie invasiva: si è insediato e moltiplicato senza controllo nell’habitat culturale della filosofia, proprio come ha fatto nelle risaie la zanzara tigre. Anche se Fusaro, per l’impegno con cui indaga i problemi teoretici, è più che altro una zanzara “pigra”.

Stavolta, lo pneumatico pieno d’acqua stagnante che veicola il nostro zanzarone si intitola Difendere chi siamo, sottotitolato Le ragioni dell’identità italiana: sì, è un nuovo libro di Fusaro. Libro nuovo, vizi vecchi, tanto che in molti punti copia quasi alla lettera Pensare altrimenti.
Come di consueto, prima di arrivare al testo di Difendere chi siamo bisogna armarsi di machete e tranciare il groviglio di citazioni che ostacolano il percorso. È una faticaccia, ma poi si arriva al premio, il saggio vero e proprio, il quale è… un groviglio abnorme di citazioni! C’è di tutto, Hegel, Marx, Adorno, Leibniz, Pavese, Del Noce, La storia infinita, Terminator… ma, per Difendere chi siamo, sembra che Fusaro abbia considerato Pier Paolo Pasolini suo serbatoio prediletto di citazioni: ce ne sono tantissime, tutte abilmente estrapolate dal loro contesto. Perché? Perché così Pasolini diventa un allievo ante litteram del nostro autore, ovvio.

Altro vecchio vizio: servirsi liberamente di frasi fatte e marchi di fabbrica altrui. In questo caso il principale bersaglio è Hegel, che si vede sottratte e orrendamente sfigurate espressioni come “coscienza infelice”, “cattivo infinito” e “astuzia della ragione”. A proposito di prestiti senza permesso, vi ricordate dei termini tecnici, scientifici? Ecco, Fusaro non ha imparato la lezione: troviamo “teoremi”, “lemmi”, “coefficienti” e quant’altro, tutti (ab)usati senza pietà e senza vergogna.
E non crediate che il nostro autore si sia limitato a “prendere in prestito”. Se siete preoccupati di non trovare in Difendere chi siamo la classica e boriosa carrellata di inutili parole greche, latine, tedesche e via dicendo, tranquilli, ci sono tutte, forse anche in numero maggiore rispetto a Pensare altrimenti.
Ultimo, ma non ultimo, il viscerale amore che Fusaro nutre per sé stesso. Sì, in queste sue nuove pagine lo esprime molto bene, ripetendo allo sfinimento alcune ridicole metafore di sua invenzione e il seguente slogan alla Adam Kadmon:

[…] nuovo ordine mentale politicamente corretto ed eticamente corrotto.

Mickey Moussolini

Prima di continuare l’esame della forma di Difendere chi siamo, faccio la solita premessa: è un peccato considerare vecchiume inutile l’italiano aulico, letterario. Bisognerebbe recuperarlo, almeno per fare un favore alle nostre orecchie, fin troppo molestate da gutturali forestierismi (come… “gadgetizzare”, ibrido che spunta qua e là lungo tutto il libro).
Bene, ciò detto, per imparare la bella lingua del “sì” è necessario stare alla larga dalla scrittura di Fusaro. Il nostro autore non ha proprio capito che cos’è l’italiano letterario: per lui si riduce a una manciata di parole ed espressioni desuete distribuite a casaccio nelle frasi del saggio. Ad esempio, questa volta Fusaro ci intontisce con l’uso smodato di “appellare” al posto di “chiamare”:

Il globalismo della «società indistinta», come l’ha appellata Alain de Benoist […]

[le] «avventure della differenza» o, come anche sono stati appellati, [i] dilemmas of difference.

Quella che, variando la formula con cui Hegel criticava Fichte, potremmo appellare la «cattiva uguaglianza» […]

Queste, che compaiono praticamente una dopo l’altra, sono soltanto tre delle innumerevoli occorrenze di “appellare”. Prima della stesura di Difendere chi siamo, il nostro autore deve aver letto tale verbo su un vecchio Topolino degli anni Cinquanta, rimanendone folgorato. La mia è un’ipotesi, ma non irrealistica: del resto, è sufficiente considerare passi come il seguente, per capire che Fusaro sembra proprio abbeverarsi alla fonte di Topolino, nel migliore dei casi, o a quella di Mussolini, nel peggiore…

È sempre un erramento rinunziare alla propria identità in nome della generosa apertura a quelle altrui.

Intendiamoci, lettori, dalla scrittura di Fusaro non si possono dedurre criteri metrici o puramente estetici che giustifichino gli arcaismi, questi appunto sono inseriti a caso e basta, nel tentativo di imitare alla bell’e meglio lo stile di un docente ottocentesco o di un… ducente del secolo successivo. In questo modo, l’italiano aulico passa dall’essere nettare dei timpani all’essere un trapano da dentista conficcato nella coclea. Un ottimo risultato, per chi dice di voler difendere l’identità italiana.
Ma se non siete soddisfatti e volete più prove del fatto che Fusaro non ha idea di che cosa sia la bella scrittura, leggete a voce alta i brani seguenti:

[…] con le grammatiche dello Hegel della Scienza della logica […]

Alla luce di questi presupposti ontologici, non deve, dunque, stupire […]

Il compito della cultura, che è senz’altro anche e non secondariamente educare all’identità […]

Abbiamo le solite “parole” che si trasformano per magia in “grammatiche”, i conviventi more uxoriodello” e “della”, uno spietato “dunque” che separa un servile dal suo padrone e quella… quella cosa, quel “che è senz’altro anche e non secondariamente”, un aborto linguistico mostruoso che avrebbe fatto piangere perfino Baricco, se la penna di quest’ultimo l’avesse partorito.

Supercazzola tecnocapitalistica

Il lettore non avvezzo a Fusaro a questo punto potrebbe domandarsi se la disgustosa forma non celi in realtà un contenuto notevole. Decisamente no: il contenuto ha un effetto emetico ancor più potente di quello della forma.
Il senso complessivo del saggio è indecifrabile: non c’è modo di dire dove vada davvero a parare. Ad esempio, una buona fetta di Difendere chi siamo è una specie di lezioncina imparata dal secchione e sciorinata davanti alla classe per compiacere la maestra. Pagine e pagine noiosissime non fanno altro che riassumere le filosofie di Hegel e di Heidegger, rendendole, da oscure che sono, ancora più oscure. Altre pagine, in quantità altrettanto grande, sono semplicemente piene di supercazzole. Discuterle sarebbe inutile, perciò mi limito a riportare un paio di estratti significativi:

Il «livellamento» come cifra ontica del tecnocapitalismo pantoclasta fa sì che gli essenti precipitino tutti su una superficie […]

In vista del proprio cinetico autosviluppo entelechiale, il tecnocapitale mira alla soppressione delle differenze […]

Vi domandate perché Fusaro ami così tanto riempire di “vuoti” un libro classificato come “saggio”? Semplice, il nostro autore non è capace di argomentare. Anzi, non ha idea di che cosa significhi l’espressione “dimostrare una tesi”. Tutto ciò che sa fare, quando davvero ci prova, quando si spreme ben bene le meningi, è scrivere delle profondissime… tautologie:

[il capitale,] per farsi illimitato, deve di necessità annichilire ogni limite […]

Già. La cosa divertente è che nel libro talvolta si parla di “tautologie”, peccato che Fusaro non sia capace di riconoscerle (ed evitarle) quando se le trova davanti.

Coincidenze? Lui non crede…

Accanto alle supercazzole, in Difendere chi siamo non potevano mancare le farneticazioni complottiste da vecchia casalinga, sciocchezze che già abbiamo imparato a sfottere leggendo Pensare altrimenti. Il cattivo è sempre il capitale, ancora intenzionato a sconfiggere gli Avengers e a completare il Guanto dell’Infinito. Il capitale ha degli scagnozzi, ma Fusaro non fa mai nomi: oltre alla “Destra del Danaro” e alla “Sinistra del Costume”, vecchi personaggi che ritornano fumosi come in Pensare altrimenti, il nostro autore parla degli “ammiragli del capitale”, dei…

[…] padroni no border, [de]i globocrati senza patria e [del]le lobby economiche […]

E non ci dice altro. Be’, a essere sinceri in alcuni passi si sbottona un po’ e se la prende con gli “united colors”, forse perché la famiglia Benetton non è più molto amata dal pubblico: ma nel libro non si troverà mai nero su bianco il nome “Benetton”, perché… probabilmente perché non si sa mai.

Ci sarà mai un arcobaleno?

Per questo saggio, inoltre, Fusaro ha deciso di qualificare i cattivoni con l’infamante aggettivo “arcobalenici”. In effetti, l’astio del nostro autore è rivolto, più che al capitale, ai movimenti per i diritti civili, in particolare ai movimenti LGBT. Fusaro ci insegna che ci sono problemi più gravi di quelli sollevati dai movimenti LGBT: bene, forse è vero, purtroppo però, con un’operazione che è poco definire scorretta, Fusaro da ciò deduce che le battaglie LGBT sono inutili, anzi avvantaggiano i piani malvagi del capitale.
Ah.
Con le “grammatiche” del saggio, i movimenti per i diritti civili…

[d]irottano l’attenzione dalla contraddizione principale classista verso contraddizioni secondarie, combattendo le quali il rapporto di forza non viene più né menzionato, né scalfito. […]

Perciò:

[…] le lotte per i diritti civili mai mettono in discussione l’orizzonte storico entro cui avvengono e, anzi, quasi sempre lo presuppongono.

E, per dare più forza alla sua tesi, il buon Fusaro ci fa un esempio molto significativo:

[…] Pensiamo all’esempio concreto – tra i tanti disponibili – di una manager aziendale che si definisca femminista e gay friendly, anche se la sua ditta sfrutta spietatamente donne e omosessuali nelle periferie del globo.

Vediamo: poiché da qualche parte c’è una manager “gay friendly” che però sfrutta i gay (dov’è, chi è, non si sa, ma è in ogni caso un “esempio concreto”, preso in prestito da un libro di Carlo Formenti), le lotte per ottenere i diritti LGBT sono funzionali a mantenere lo stato di oppressione dell’uomo sull’uomo. Bene, quindi chi prova a non farsi discriminare, frattanto che si cerca una soluzione ai problemi più gravi, è un utile idiota al servizio dei cattivi. Ed è meglio che l’utile idiota si metta l’anima in pace, se oggi ha delle rogne è difficile che passino, perché la proposta teorica di Fusaro, proposta che sta dietro a tutto il fumo che il nostro autore ci getta negli occhi, è:

[…] conservare rinnovando e rivoluzionare mantenendo […]

Ecco, questo è il “filosofare” del saggio, un mucchio di subdole fallacie piazzate in punti strategici, nel tentativo di rendere accettabile che un “attento studioso della storia del marxismo” abbia fantasie più reazionarie di un motore a reazione. Non spaventatevi troppo però, anche se è stupida e fa danni, la lotta per i diritti, come quella per la “difesa degli animali”, è “di per sé nobile”. Tutto a posto.

Fusao meravigliao

Intendiamoci, non sono di per sé da censurare le simpatie reazionarie: come ho detto a proposito di Caffo, più delle tesi è importante la difesa delle tesi. Proporre una dimostrazione, anche per un’idea non proprio seducente, è ciò che distingue la buonafede dell’intellettuale dalla malizia dell’imbonitore. E in questo libro di Fusaro appunto non c’è nessuna argomentazione, niente di niente, ci sono soltanto sbrodolamenti e chiari esempi di tecniche “persuasive” già in auge nella peggiore politica del secolo scorso.

Qualcuno vorrà farmi notare che in Difendere chi siamo si trovano dopotutto anche affermazioni condivisibili, intelligenti: sono d’accordo, ma questo è un altro problema! Poiché il saggio è una schifezza allucinante, finisce per sporcare anche quel poco di decente che contiene, offrendo ad esaltati di ogni risma un motivo in più per dare addosso a certe norme di puro buonsenso: Difendere chi siamo è dunque non solo il veicolo di una specie invasiva, è esso stesso un agente inquinante, al pari delle scorie nucleari. Per tutto ciò, lascia davvero di stucco che questo scempio sia definito nell’introduzione un “saggio acuto e provocatorio”. Ma d’altronde lascia allibiti il fatto stesso che sia stato pubblicato, e per giunta dopo la pubblicazione di Pensare altrimenti!
Tra l’altro, non vi pare che in un libro intitolato Le ragioni dell’identità italiana manchi qualcosa, ad esempio… una discussione di questa “identità italiana”? Non ne ho mai fatto menzione proprio perché nel libro non se ne parla mai: e se non è pubblicità ingannevole questa…
Difendere chi siamo ha però un pregio: una lunga bibliografia che comprende molti classici. Ecco, abbandonate Fusaro e leggete quelli. Se seguirete il mio consiglio, vi auguro una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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