Diari di dame di corte nell’antico Giappone – Giorgia Valensin (a cura di)

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In sintesi:

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Benché ogni ora abbia il suo fascino, com’è bella la nebbiolina di primavera! Allora il cielo è placido e velato, la faccia della luna non è troppo rilucente, sembra che navighi in un lontano fiume. In un tempo simile è squisita la calma melodia primaverile del liuto. In autunno, d’altra parte, la luna è molto limpida benché vi siano ancora strascichi di nebbia in basso sull’orizzonte; possiamo vedere le cose più lontane con nitidezza come se fossero vicine. Il rumore del vento, le voci degli insetti, tutte queste dolci cose sembrano fondersi insieme. Quando in un tempo simile ascoltiamo la musica autunnale dell’arpa a tredici corde, dimentichiamo la primavera e ci figuriamo che appunto l’autunno sia più bello. Ma il cielo invernale e il suo volto di ghiaccio, magnificamente freddo! La neve che copre la terra e il suo chiarore che si fonde con quello lunare! Le note del flauto a sette canne squillano nell’aria e ci dimentichiamo primavere e autunni.

Parlare del tempo

L’autunno, la primavera, le foglie del platano, i fiori del ciliegio, la pioggia, il chiaro di luna, il flebile gemere del vento tra le fronde degli alberi del bosco… di questo si impregna la poesia giapponese: gli artisti e le dame si abbandonano al ritmo delle stagioni, e un temporale o una splendida fioritura possono essere argomento di lunghissime conversazioni.

Pensando alla corte ci figuriamo immediatamente Versailles, ma la corte giapponese e il suo luogo di residenza sono ben lontani da quella struttura così bella ma anche così geometrica, opulenta e monumentale: in Giappone la civiltà è perfettamente incastrata nella natura, ed è normale che un imperatore organizzi una gita per vedere la fioritura degli alberi di ciliegio.

Roba da donne

Di questa corte, così tanto più placida di quella occidentale a cui siamo avvezzi, ce ne danno un ritratto i diari di quattro dame; tra queste vi è l’eccezionale Murasaki Shikibu, autrice del capolavoro della prosa narrativa giapponese, il Genji Monogatari: ricordiamo infatti che nel fiorente periodo dei Fujiwara, le donne erano ben altro che sottomesse e ignoranti, possiamo anzi dire che i più grandi poeti di questo periodo erano proprio donne. Mentre gli uomini si cimentavano nella letteratura in lingua cinese, producendo con l’imitazione opere artificiose, le donne si dedicavano invece al giapponese, e proprio gli scritti in questa lingua sono stati tramandati nei secoli.

La poesia in particolare era tenuta in gran conto: le dame non servivano solo a tenere compagnia alla Regina e ad aiutarla con la toilette, ma dovevano anche essere graziose, eleganti, aggraziate e acculturate; e veniva spesso chiesto loro di comporre poesie sul momento. Se la traduzione è spesso un mezzo per rendere la poesia straniera a portata di tutti, e in genere i risultati sono accettabili, in questo caso invece priva completamente i versi della loro bellezza, della loro musicalità, eliminando e svilendo i giochi di parole che sono frequentemente la base di questi piccoli componimenti.

Hai trovato la chiave?

La poesia giapponese è realizzata in modo tale che è impossibile accedervi e impossessarsene usando un’altra lingua, è come un luogo meraviglioso al quale si accede solo attraverso la formula magica; quasi come se il Giappone, isola a lungo incontaminata dal contatto con le altre civiltà, avesse voluto trasporre questa sua essenza anche nella poesia. Fortunatamente però la prosa è più democratica, e grazie ai ricordi di queste dame possiamo accedere a un mondo così lontano da noi, nel tempo, ma anche nel pensiero, con il suo ottimismo e la sua delicata pace.

Buona lettura.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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