Cuore nero – Silvia Avallone

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IL GIUDIZIO:

cuore nero romanzo di silvia avallone edito da rizzoli

Non è vero che dopo si va avanti.
Dopo ci sono le conseguenze.
E la prima, la più importante nella vita di Emilia, fu una sorda, implacabile rabbia.

Se è marrone e fetente, è Cuore nero gente!

Lettori, avete visto la stellina solitaria, quindi sapete già che cosa vi aspetta, niente di nuovo. Però vi consiglio di non saltare subito a conclusioni affrettate, perché se vi sta ronzando per la testa l’idea che Silvia Avallone sia una schiappa di scrittrice… be’, è meglio che vi fermiate un secondo.
È vero, la Avallone non è… ehm… non è una penna eccelsa, e, in tutta sincerità, non vi perdete proprio niente se non leggete i suoi romanzi. Tuttavia… ehi, non è neanche così male. Anzi, non è male affatto. Qualche tempo fa ho letto Un’amicizia e sì, devo dirvi che mi è proprio piaciuto. Avevo anche tutta l’intenzione di dedicargli una recensione a cinque stelle, solo che poi ho avuto… uhm, una delle mie solite crisi depressive… e quando mi è passata ormai non avevo più accesso alla copia del libro, e avevo pure perso gli appunti, e… insomma, vabbè.
Questo per dire che non credo che la Avallone sia una cattiva scrittrice, ecco. Però Cuore nero… oh, questo Cuore nero è più marrone che nero, mi sa…
Ma prima di spiegarvi il motivo, è il caso che vi presenti brevemente la trama…

Emilia ha trentun anni, e ha trascorso quasi metà della sua vita in carcere, per un omicidio compiuto quando ne aveva diciassette. Adesso però ha pagato il suo debito con la giustizia, ed è di nuovo libera. Dopo la scarcerazione sceglie di non tornare a Ravenna, la sua città d’origine, bensì di cominciare una nuova vita a Sassaia, un piccolo borgo piemontese fra le montagne, così da star lontana dalle persone che potrebbero riconoscerla e giudicarla. A Sassaia si innamora, ricambiata, di Bruno, che è anche la voce narrante della storia. La relazione fra i due procede magnificamente, fino a quando Bruno non scopre la verità sul passato di Emilia…

Uovoloso

Allora, come vi dicevo, la Avallone non è una cattiva scrittrice, e infatti in Cuore nero non troveremo dialoghi senza beat come quelli di De Luca e di Carofiglio, o personaggi che usano un linguaggio estremamente formale e fuori luogo come quelli di Veltroni e di Carofiglio, o descrizioni inutili come quelle della Ciarapica e di Carofiglio… (Gianni, ma quante me ne combini?!).
Al contrario, troveremo brani scritti con uno stile molto curato e in particolare con un’ottima applicazione dello show don’t tell. Prendete ad esempio il seguente stralcio:

Richiusi la finestra a mia volta, presi una padella dalla credenza perché non avevo cenato. La sbattei sul fuoco, ci ruppi dentro tre uova. Tagliai dei pezzi di toma e li feci sciogliere sopra i tuorli. Mi versai due bicchieri di vino e li tracannai. Trangugiai le uova in quel modo balordo in cui avevo visto mangiare i margari nella fitta nebbia della pianura d’inverno, sprofondati nella solitudine di chi vive tutta la vita in compagnia delle bestie. Andai a lavarmi i denti. Spensi tutte le luci e salii al primo piano.
La sua finestra era accesa.
Mi coricai vestito.

Lettori, so che a un occhio inesperto questo brano sembrerebbe non aver nulla di diverso dalla descrizione della cena chic di Guido Guerrieri ne L’orizzonte della notte, tanto più che sia Bruno sia Guido mangiano uova e bevono vino. Ma la differenza c’è eccome: la cena descritta da Carofiglio non racconta nulla dello stato d’animo di Guido o del suo stile di vita, serve solo a descrivere qualche leccornia; mentre il brano della Avallone abbonda di dettagli che dicono molto riguardo le emozioni provate in quel momento da Bruno. Ecco, fate caso al modo in cui Bruno cucina e mangia: “sbatte” una padella sul fuoco, “tracanna” il vino, “trangugia” le uova. Bruno cioè si muove con rabbia e sciatteria tra i fornelli, proprio come chi cucina controvoglia e solo per riempirsi lo stomaco. E poiché Bruno cucina solo per riempirsi lo stomaco, coerentemente gli ingredienti che compongono la sua cena sono pochi e banali: niente spezie esotiche e sfiziose come quelle che usa Guido (che metteva la curcuma nell’insalata, lol), solo uova, toma (un formaggio estremamente diffuso in Piemonte) e del vino, di cui non si specifica nemmeno la marca.

Inoltre, prestate attenzione alla forma e al ritmo. Il brano è composto da tante frasi brevi, che gli conferiscono un ritmo scandito e senza emozioni, come quello di un telegramma. Le frasi, poi, iniziano quasi tutte con un verbo (“[r]ichiusi la finestra […]”, “[l]a sbattei sul fuoco […]”, “[t]agliai dei pezzi di toma […]”, “[m]i versai due bicchieri di vino […]”, “[t]rangugiai le uova […]”), pertanto pare proprio che Bruno esegua una serie di azioni senza coinvolgimento emotivo, come trascinato dalla routine. Routine che bruscamente si interrompe quando compare nel testo la prima e unica frase che non comincia con un verbo, e che infatti non ha nulla a che fare con la cena, bensì con Emilia (“[l]a sua finestra era accesa”).
Dalla “semplice” descrizione di una cena riusciamo perciò a capire che Bruno, nonostante i suoi sforzi rabbiosi di immergersi nell’apatica e rassicurante quotidianità da solitario, non riesce ad allontanare il pensiero di Emilia, e tutto questo senza che la voce narrante intervenga mai per dircelo chiaramente.
Insomma, capite che fra la Avallone e Carofiglio non c’è proprio paragone, eh?

No sadismo, no party

Dunque, lo stile di Cuore nero è occhei… peccato che sia utilizzato per raccontare la trama di Cuore nero.
Quest’ultima ha infatti numerosi difetti, e uno dei più gravi è, senza dubbio, l’essere terribilmente noiosa: tolte le ultime pagine, in cui l’autrice si decide finalmente a raccontarci come si è svolto l’omicidio commesso da Emilia, nelle trecento (!!) circa precedenti si ha l’impressione che non accada nulla. Sì, certo, Emilia arriva a Sassaia, fa cose, vede gente… ma comunque non accade mai nulla di davvero rilevante.
Questo perché la Avallone non ha seguito la regola aurea della narrativa: mettere in seria difficoltà il protagonista nel corso della storia, facendogli capitare ciò che più potrebbe destabilizzarlo.
Ad esempio, se il protagonista è un uomo ricco e fiero del suo status sociale, è una buona idea inserirlo in una trama in cui finisce per perdere tutto (avete mai visto Una poltrona per due?); se ha dei nemici, è molto interessante farlo innamorare proprio di una sua rivale (Romeo e Giulietta has entered the chat); e se ha un debole per le belle donne… ma facciamolo invaghire di una ragazza morbosamente obesa (già, parlo di Amore a prima svista)!
Sì, potrebbe sembrarvi un po’ una roba da sadici, ma vi assicuro che è necessario: come ormai sapete bene, l’elemento più affascinante di una trama è il cambiamento, e un personaggio è spinto a cambiare solo quando è costretto a uscire dalla sua comfort zone.

E tuttavia la Avallone di mettere in difficoltà la sua Emilia proprio non ne vuole sapere.
Per dirne una, spedendola dritta a Sassaia appena uscita dal carcere, l’autrice risparmia alla protagonista la sfida più grande che di norma un pregiudicato affronta una volta tornato in libertà: la reintegrazione nel tessuto sociale di appartenenza.
Ora, i motivi per cui tale reintegrazione è così difficile sono molti e diversi. Ad esempio, per Alex di Arancia meccanica è difficile perché, dopo quello che ha fatto, non può più contare sull’affetto incondizionato della sua famiglia, e soprattutto perché è perseguitato da coloro a cui in passato ha fatto del male.
Invece per Tony Blundetto de I Soprano, che ha trascorso ben sedici anni in carcere, la reintegrazione è difficile perché non riesce più ad abituarsi alla sua vecchia vita, ai figli che sono diventati grandi senza di lui e ai nuovi equilibri del clan di cui fa parte.

Insomma, per una ragione o per un’altra, quella della reintegrazione è spesso la fase più stressante dell’arco narrativo del personaggio pregiudicato, perciò in una trama come quella di Cuore nero non dovrebbe proprio mancare.
Però, come già detto, Emilia non viene costretta a confrontarsi col suo vecchio ambiente, come hanno fatto Alex e Tony Blundetto, ed è anzi lasciata libera di cominciare una nuova vita lontana da Ravenna. Oltretutto suo padre, al contrario dei genitori di Alex, non ha mai smesso di starle vicino e di volerle bene, e continua inspiegabilmente a volergliene nonostante Emilia si mostri amabile e simpatica quanto una fistola anale…

Buttata sul divano, dopo aver pranzato con Coca-Cola e patatine, Emilia telefonò a suo padre e lo aggredì prima ancora che rispondesse: «Non doveva venire stamattina quel cazzo di Aldo insieme all’elettricista?».
«Buongiorno, Emilia, come stai? Io bene, grazie. Per la cronaca, non è che vuoi una cosa e tac: la ottieni. Specialmente lassù. Puoi ascoltare la radio, intanto.»
«Non c’è, ho già guardato.»
«Ti ho regalato un libro.»
«Mi prendi per il culo?»
«Calmati.»
«No che non mi calmo!»

E va bene, direte voi, andandosene a Sassaia Emilia si è evitata tutte le grane della reintegrazione, ma anche iniziare una nuova vita in un paesino di montagna può rappresentare una sfida: per esempio non si riesce a socializzare facilmente, e poi non si trova lavoro… o meglio, si trova, ma è manuale e faticoso, non certo l’ideale per Emilia, che in carcere si è laureata in Belle Arti.
Ah, io sono completamente d’accordo con voi… chi invece non è d’accordo è proprio la Avallone, che elimina anche questo genere di ostacoli dalla strada della sua protagonista. Infatti, per cominciare, Emilia non incontra nessuna particolare difficoltà nel socializzare con Bruno, che è il suo vicino di casa. E non incontra nessun tipo di difficoltà soprattutto perché… uh, non deve fare niente: è Bruno che spontaneamente decide di socializzare con lei…

La trovai piegata vicino al lavatoio, che vomitava. […]
Ammetto di essere uscito quella sera non tanto per la consueta passeggiata, quanto spinto da una preoccupazione a cui in quel momento non avrei saputo dare un nome: il timore che la straniera, risalendo Stra’ dal Forche in condizioni pietose, potesse farsi del male. […]
Aspettai che si rimettesse in piedi, che affondasse la faccia nell’acqua gelida del lavatoio e riaprisse gli occhi.
«Va meglio?»
Mi mise a fuoco, senza spaventarsi questa volta. […]
«Qui sei al sicuro» dissi.

Inoltre, Emilia non deve faticare neppure per trovarsi un lavoro. Innanzitutto perché è Bruno a trovarglielo (e fra l’altro proprio attinente al suo corso di studi, LOL!)…

«Un lavoro da queste parti?» Mi venne da ridere. «È dagli anni Settanta che la gente non fa altro che andarsene.»
«Ma nemmeno una piccola trattoria? […] Mi va bene tutto, anche una stalla. Altrimenti mio padre non mi permetterà di rimanere.» […]
«Sono laureata in Belle Arti» disse, annullando tutto lo spazio.
«Allora» replicai per spezzare l’incantesimo in cui eravamo caduti, «forse conosco qualcuno […]»

E poi perché il suo datore di lavoro, il restauratore Basilio, la riconosce e la prende in simpatia. Sì lettori, avete capito bene: il restauratore riconosce in Emilia quella ragazzina che tempo fa venne arrestata e, invece di tenerla a distanza e di preoccuparsi per la propria incolumità, la accoglie a braccia aperte e le offre il lavoro dopo averle fatto a malapena un paio di domande, non di più per evitare di “metterla a disagio”:

«Sai restaurare un affresco?» le chiese subito.
Emilia ci mise un po’ a rispondere. […] Alla fine annuì: «Sì, ho dato due esami di restauro». […]
«Da dove vieni?»
[…]
«Dalle Marche» rispose, «un paesino in provincia di Pesaro e Urbino.»
D’istinto fui certo che mentisse.
«Dove hai studiato?»
Emilia riprese colore. «All’Alma Mater Studiorum di Bologna» annunciò pomposamente. […]
Quella mia prima impressione si sarebbe in seguito rivelata vera: il Basilio l’aveva riconosciuta. Era stato l’unico. E per questa ragione aveva già deciso di tenerla con sé, a prescindere dai risultati […].
Il Basilio non le fece più alcuna domanda e non tentò di metterla a disagio alludendo a un qualsiasi dettaglio del passato.

Capito lettori? Niente curriculum, niente “cerchiamo giovani con esperienza”, niente “vabbè, cominciamo con uno stage non retribuito e poi ti faremo sapere…”.
Emilia quindi non solo non incontra le difficoltà tipiche di un pregiudicato, ma non incontra nemmeno le difficoltà tipiche della gente comune: da quando mette piede a Sassaia, la sua vita è tutta in discesa.

1 cps di epifania al dì

Sì, occhei, direte voi, ma a un certo punto l’idillio finisce, no? Avevamo detto che Bruno scopre la verità su Emilia, e questo dovrebbe mettere finalmente in difficoltà la protagonista. E… sì, in effetti in un primo momento sembrerebbe proprio così: Bruno inorridisce di fronte al passato di Emilia e le intima di andarsene da Sassaia; Emilia obbedisce e va a vivere per un breve periodo a Milano, a casa di una ragazza conosciuta quando erano entrambe in carcere, e nel mentre sprofonda nella paura di non riuscire mai a trovare un luogo in cui poter vivere in pace.
Tuttavia il momento di difficoltà per Emilia finisce presto e, ciò che è ancor più grave, di nuovo non per merito suo. A fugare le paure ci pensa papà Riccardo, con una sola telefonata che provoca nella protagonista un’epifania che le svolta totalmente la vita:

«Papà, io non ce la faccio.»
«Dove sei?» Riccardo percepì immediatamente la portata del suo dolore. «Vengo lì, parto subito.»
«No, resta dove sei. Ma parlami.»
«Cos’è successo?»
[…] «Come hai fatto, in tutti questi anni? Perché io, ovunque vada, qualunque cosa faccia, tanto non cambia un cazzo. E adesso non so più dove nascondermi.»
Riccardo fece silenzio. Poi, con voce calma, le disse: «Io non mi sono mai nascosto, Emilia».
[…] E poi la disse, la frase.
Quella che avrebbe non estratto – impossibile – ma cambiato la posizione del proiettile inesploso, del bolo nero.
«La cosa migliore che puoi fare, non solo per te stessa, ma anche per lei, è non buttare via questo dopo. Ricostruirlo.»
Emilia […] si asciugò le lacrime e si tirò in piedi. Si guardò intorno frastornata, ma anche forte di una certezza nuova.
«Hai ragione.»

E a convincere Bruno a riprendersi Emilia a Sassaia ci pensa… uhm, Bruno stesso. Sì, dopo un paio di mesi da solo, infatti Bruno si accorge che in fondo è meglio stare con un’omicida, piuttosto che continuare a farsi le pip… voglio dire, a essere single. Così inizia a fare il simp: entra in casa di Emilia, la pulisce, ci piazza un televisore pagato di tasca propria, e infine le invia un messaggio in cui le chiede scusa (!!) e le dice che la sta aspettando a Sassaia:

Ti chiedo scusa. Non ero preparato a quello scatto di felicità che sei tu. Ho persino comprato un televisore, che come immagini non funziona. Spero tu stia bene, là dove ti trovi. Anche se mi manchi. Anche se ora sono pronto a vivere con te qualcosa che sia davvero: una vita.

Ora lettori, il modo con cui la Avallone ha deciso di risolvere le uniche difficoltà presenti nel testo è profondamente sbagliato. Innanzitutto, il topos della “epiphany therapy” (“terapia dell’epifania”), con cui il personaggio risolve complessi problemi psicologici semplicemente grazie al discorsetto incoraggiante di qualcuno, funziona solo in trame semplici, che hanno come unico scopo l’intrattenimento e che perciò non possono dedicare troppo tempo alla psicologia dei personaggi. Ma da un romanzo che tratta di assassini, di crimini e del lato oscuro dell’umanità, ci si aspetta che i problemi psicologici siano proprio il fulcro della storia, e che pertanto vengano trattati con più cura e più realismo di quanto farebbe un episodio di Peppa Pig.

Ancor più sbagliato è poi il modo con cui si risolve il distacco fra Emilia e Bruno: in questo punto del romanzo era davvero importante che Emilia si impegnasse per farsi perdonare, e che Bruno facesse un po’… un po’ il sostenuto, ecco. E non solo perché in questo modo avremmo finalmente visto Emilia faticare per superare un ostacolo, ma soprattutto perché soltanto in questa maniera la Avallone sarebbe riuscita a sensibilizzarci con efficacia riguardo la sorte dei pregiudicati. Seguitemi, che vi spiego.
Bruno è il personaggio in cui meglio possiamo rispecchiarci: è un uomo perbene, che non ha mai ucciso e che mai ucciderebbe, e che di fronte a un omicidio reagisce con orrore, proprio come faremmo noi. Bruno, in breve, è il nostro alter ego. Dunque, se Emilia si fosse impegnata per ottenere il perdono di Bruno, di fatto si sarebbe impegnata per ottenere anche quello di noi lettori, che saremmo così riusciti a mettere da parte la paura e la diffidenza verso i pregiudicati.
Ma poiché Emilia non fa nulla per guadagnarsi la fiducia e il perdono di Bruno, di fatto non fa nulla neppure per guadagnarsi la nostra fiducia e il nostro perdono. Il risultato? Alla fine del romanzo siamo distaccati nei confronti dei pregiudicati proprio quanto lo eravamo all’inizio, e questo nonostante la Avallone si sforzi di farci cambiare idea attraverso un predicozzo di Basilio…

«[…] Chi sei tu per condannarla un’altra volta? È già stata giudicata, Bruno, condannata, ha scontato la sua pena.» […] «Ma come fai a sposarti, a fare dei figli, a progettare una vita con una persona del genere?» […]
Il Basilio si avviò alla porta.
«Da quando sei diventato così? Che la vita è una sola: matrimonio, figli? Da quando ci tieni tanto a essere come tutti?» 

Lettori, diciamocelo, il predicozzo non è mai una buona strategia per sensibilizzare qualcuno su un argomento. Anzi, in realtà è controproducente: viviamo le paternali come una forma di sopraffazione e, quando le subiamo, diventiamo molto più inclini ad ancorarci con maggior testardaggine alle nostre idee, piuttosto che accettarne di nuove.

It’s Britney, bitch!

In Cuore nero il predicozzo poi funziona meno che mai, perché non possiamo credere che Emilia abbia davvero pagato il giusto prezzo per l’omicidio commesso, dato che, da quanto si legge nel romanzo, in carcere non sembra essersela passata dopotutto così male…

Ripensò a Rita [assistente sociale del carcere] e al loro ultimo colloquio. Al modo in cui l’aveva stretta al seno per salutarla, come una madre.

Si giocava a pallavolo, eternamente. Perché d’estate finivano le attività e il tempo si scioglieva insieme all’asfalto. Faceva così caldo che a volte le ragazze andavano alla fontanella dell’orto, con il tubo di gomma per innaffiare le verdure che coltivavano per il laboratorio di giardinaggio, aprivano l’acqua e si schizzavano a vicenda, bagnandosi i vestiti, inzuppandosi i capelli.

Erano uscite. Alcune finestre al primo piano erano aperte. Toxic di Britney Spears irrompeva da una di esse come dalla cameretta di una qualunque ragazzina normale. Ma erano le dieci del mattino. Le ragazzine normali andavano a scuola. Mentre loro, al Convento, frequentavano lezioni a singhiozzo qualche ora al giorno, oppure laboratori di cucina, di cucito e, qualche volta, di falegnameria […].
Britney Spears continuava a cantare, e a lei, adesso, si erano unite le ragazzine del primo piano. Scatenate, gridavano in una specie d’inglese misto ad arabo, romeno, italiano. Probabilmente si erano pure spogliate, erano salite sopra i letti e si erano messe a saltare e sculettare, dimenticando dove si trovavano e la vita che ce le aveva portate.

Avevano disteso gli asciugamani sul cemento nudo del grande cortile murato. Indossavano tutte e quattro succinti bikini, infradito e occhiali da sole. Si erano armate di vecchi flaconi di detersivo spray riempiti d’acqua per rinfrescarsi. “Che peccato che nessun bel ragazzo possa ammirare i nostri culi.”

«Ci conoscevano per tutto il resto» disse Emilia, «ci vedevano in pigiama, sui libri, a cucinare, allora ci volevano bene. Per tutto il resto, intendo, oltre il male.»
Rita, la Venturi [psicologa del carcere], ma anche la Frau [si riferisce alla loro direttrice], la Pandolfi [professoressa di italiano del carcere] e alcune guardie a cui si erano affezionate, che andavano a tirarle su di morale quando non volevano neppure alzarsi dal letto […]. Anche Vilma [educatrice del carcere]: sembrava la classica zia zitella – però, quanto impegno ci aveva messo. Era fissata con l’orto, adorava portarcele, insegnare loro a interrare un bulbo, a innaffiarlo, come se tutto quel giardinaggio potesse ripulirle e farle tornare innocenti.

Donne che ti stringono al loro seno, bagni di sole, corsi di cucina e di giardinaggio, guardie amorevoli e premurose, Britney Spears a tutto volume… e devo solo uccidere qualcuno, giusto?
Occhei, dai, siamo seri: capisco che il carcere minorile di Bologna, in cui pare che la Avallone abbia tenuto un laboratorio di scrittura prima di dedicarsi a questo romanzo, abbia dato una bellissima impressione alla nostra autrice… ma quello descritto in Cuore nero non è una rappresentazione fedele della realtà. Dov’è finito il nonnismo? Dove sono le guardie sadiche? Dove sono i sorprusi, le minacce, le botte? E badate, non sono io ad avere una visione eccessivamente negativa e disincantata dell’ambiente dei carceri minorili: giusto in questi giorni si sta parlando degli abusi che i detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano hanno subito da tredici agenti (non parliamo di un’unica mela marcia nel mucchio, quindi), protetti dal direttore compiacente. E il caso del Beccaria, con le sue guardie sociopatiche à la Percy Wetmore, è solo uno dei tanti. Per questo ritengo che l’Avallone abbia commesso un grave errore nel raccontarci il carcere in maniera così edulcorata e trasognata: non solo ha sprecato la preziosa opportunità di portare l’attenzione di molti lettori su un aspetto oscuro della nostra società, ma ha anche inconsapevolmente danneggiato i carcerati. Sì, perché se crediamo alla Avallone e ci convinciamo che in carcere le assistenti sociali ti stringono al seno e le guardie ti vogliono tutte bene, mi dite voi quando mai ci mobiliteremo per evitare che episodi come quello del Beccaria tornino a ripetersi?

Un’odiabile canaglia

E va bene, avrete ormai capito che con la trama la Avallone ha combinato un bel casino. Ma vi dirò, la trama non è la parte peggiore del romanzo. Un casino ancora più grande è stato combinato con la protagonista, con cui non si riesce proprio a instaurare un legame emotivo.
Certo, bisogna dire che la Avallone non aveva gioco facile: essendo animali sociali, proviamo istintivamente ostilità per chi uccide un proprio simile, perciò fare in modo che si creasse un legame emotivo fra noi ed Emilia era una sfida difficile… e tuttavia niente affatto impossibile.
Esistono infatti almeno tre strategie che uno scrittore può utilizzare per manipolare il lettore e convincerlo a empatizzare con il protagonista assassino.

La prima è fare del protagonista un personaggio carismatico, assoggettante e con eccezionali capacità di comando… un leader, in breve. È una strategia che funziona perché, come già detto, siamo animali sociali, e in quanto tali viviamo all’interno di una gerarchia: è vero che non ci piace chi uccide un nostro simile, ma è anche vero che non possiamo fare a meno di provare rispetto per gli alfa. Perciò, se è proprio un alfa a commettere un omicidio, che lo vogliamo o meno, tenderemo inconsciamente a giudicarlo con maggior clemenza. È per questa ragione che riusciamo a seguire con interesse le vicende di personaggi come Hannibal Lecter (il celebre personaggio inventato da Thomas Harris), Tony Montana (protagonista di Scarface) e Tony Soprano (protagonista della serie I Soprano), benché siano degli efferati assassini.
La seconda opzione è fare del protagonista un folle, preda delle sue turbe mentali e dei suoi impulsi.
Sono dei folli Tullio de L’innocente, che uccide un bambino mentre è in preda a una spirale di paranoia e di pensieri ossessivi, e Dahmer della serie televisiva Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, che viene presentato come un individuo suo malgrado morbosamente attratto dalla violenza fin da bambino. Sia Tullio sia Dahmer insomma uccidono perché “costretti” da una turba mentale di cui sono vittime, e ciò ai nostri occhi li rende meno colpevoli.
Infine, l’ultima strategia è quella di fare dell’assassino un giustiziere, ovvero un personaggio che uccide non per fare gratuitamente del male ma, al contrario, proprio per estirpare il male dalla società. È il caso di Carl Lee, che ne Il momento di uccidere spara agli uomini che hanno stuprato e seviziato sua figlia, e del protagonista di Delitto e castigo, Raskòl’nikov, che uccide un’usuraia avara e spietata.

E ora veniamo al problema di Cuore nero: Emilia non rientra in nessuna di queste tre categorie.
Innanzitutto, non è un personaggio carismatico perché… be’, per molti motivi. Ad esempio, la sua decisione di rintanarsi in un paesino sperduto e spopolato appena uscita dal carcere non è tipica di un personaggio carismatico: ve lo vedete voi Tony Montana che prende casa in una tranquilla cittadina della Florida, con i suoi risparmi da paninaro?
Un altro aspetto che ci fa capire che Emilia non è un’alfa è il fatto che sia estremamente dipendente dagli altri. Il silenzio della montagna non riesce a farla dormire? Chiede a Bruno di venire a casa sua a parlarle di qualcosa per potersi addormentare. Ha bisogno di un lavoro? Lo chiede a Bruno e lui glielo trova. È nel bel mezzo di una crisi di nervi perché teme di non riuscire a vivere felice? Chiama il papà che la consola…

«So che potrebbe suonarti strano quello che sto per chiederti. […] Ma intanto, te lo chiedo per favore. E ti prego di non pensare male. Verresti a casa mia stasera a parlare finché non mi addormento?»

«Un lavoro da queste parti?» Mi venne da ridere. «È dagli anni Settanta che la gente non fa altro che andarsene.»
«Ma nemmeno una piccola trattoria? […] Mi va bene tutto, anche una stalla. Altrimenti mio padre non mi permetterà di rimanere.» […]
«Sono laureata in Belle Arti» disse, annullando tutto lo spazio.
«Allora» replicai per spezzare l’incantesimo in cui eravamo caduti, «forse conosco qualcuno […]»

Non c’era un modo di uscire dal passato, di guardare di nuovo quegli occhi blu e smettere di precipitare.
Eppure lei un modo lo voleva, lo esigeva.
Si avventò sulla borsa. Cercò il cellulare, pigiò lo schermo con le ultime forze. Chiamò l’unica persona al mondo in grado di afferrarle la mano e tirarla su dal nero. […]
«Papà, io non ce la faccio.»

Emilia in breve è una persona che di rado riesce a cavarsela da sola, e anzi richiede sempre l’aiuto e il supporto di chi la circonda.
Aggiungiamoci poi che… uff, è anche una gran piagnucolona. Piange quando il padre dice che forse è meglio che non stia a Sassaia, piange quando le vengono i sensi di colpa, piange quando guarda il cielo, piange perfino quando Bruno acconsente a portarla in discoteca:

«Voglio stare qui.» Emilia era sul punto di piangere.

Le montagne si mangiavano il cielo. Stava quasi per mettersi a piangere […].

Emilia si liberò dalle mie braccia. Mi fissò con un’espressione straziante. Gli occhi lucidi, come se potesse piangere. Ma non era possibile, no? Piangere per una discoteca.
Invece una lacrima le colò sul serio lungo la guancia […].

Ripensandoci, a Emilia si inumidirono gli occhi.

«Papà.» Emilia si accasciò a terra, rompendosi in pianto.

Ciò rabbia!

Occhei lettori, se questo fosse stato tutto quanto c’era da dire sulla personalità di Emilia, la Avallone avrebbe ancora potuto cavarsela: avrebbe infatti avuto fra le mani una protagonista fragile e pucciosa quanto basta per solleticare il nostro istinto di protezione e indurci a mettere da parte, almeno per un po’, la nostra ostilità.
Ma ovviamente non è finita qui: ci basta sfogliare qualche pagina per capire che la protagonista non è affatto un personaggio sensibile e indifeso. Certo, è una piagnucolona, ma è anche… aggressiva, molto aggressiva, e in maniera sgradevole.
Uh, come dite? Ah, ma certo che esiste un’aggressività gradevole! Quella di due pugili, di pari peso e di pari esperienza, che si combattono sul ring è ad esempio un’aggressività gradevole a cui assistere, perché si tratta di uno scontro equo e “onesto”.
È invece sgradevole l’aggressività impari, per esempio quella di un uomo che picchia un bambino, di un infermiere che vessa un anziano, di un ragazzino che tortura un gatto, di un pugile che continua ad accanirsi sul rivale già a terra. Questo tipo di aggressività, in cui il forte rimarca la sua evidente superiorità sul debole, non è solo una manifestazione di violenza, ma un sintomo di crudeltà, e chi la pratica perde all’istante la nostra simpatia. E infatti, non è certo un caso che gli sceneggiatori di Scarface e de I Soprano si siano premurati di sottolineare l’assenza di crudeltà nei loro protagonisti: Tony Montana, ad esempio, si rifiuta categoricamente di portare a termine un attentato che avrebbe coinvolto dei bambini, anche se tale attentato gli avrebbe salvato la propria carriera, e Tony Soprano dà in escandescenze se qualcuno maltratta degli animali, che considera “creature innocenti”. Entrambi dunque esercitano una violenza spietata, ma solo nei confronti dei loro pari, e questo, a dispetto di tutti i crimini di cui si macchiano, ce li fa apparire dei “giusti”.
Emilia invece non è giusta, è anzi proprio quel tipo di persona che sfoga la sua aggressività su individui che hanno scarse possibilità di difesa, come una ragazzina che si è lasciata sfuggire un insulto quando Emilia ha saltato senza alcun diritto la coda in discoteca:

Di colpo, Emilia si spazientì, mi afferrò una mano e saltò un bel pezzo di fila. […] nella folla si distinse, limpidamente, una voce femminile che gridava: «Puttana!».
Emilia si voltò, come un falco. La individuò all’istante. E sorrise, trasfigurata. Il suo volto mi fece paura, e dovette farlo anche alla sedicenne in questione e alle sue amichette, perché sbiancarono e ammutolirono indietreggiando di un passo.
Emilia andò loro vicino […]. Isolò la biondina, la prese per il colletto della giacca, le sputò in faccia e poi le disse a voce alta, di modo che anche le altre potessero sentire: «Non ti azzardare. Perché io ti taglio quei tacchi di merda». Fece scattare la lama di un coltellino, […] «Oppure direttamente la gola.»
[…] «Puttana detto da un’altra femmina non si può sentire» sibilò alla ragazzina ormai in lacrime. […] La spinse via. «Ne hai da studiare, stronzetta.»
Richiuse il coltellino, se lo rimise in tasca. Tornò da me accendendosi una sigaretta. Aspirando con un’espressione beata, terrificante.

Ora lettori, se avete già letto il libro, forse siete tentati di farmi presente che Emilia non attacca la ragazzina perché è una prepotente, ma perché soffre di accessi di rabbia che le fanno perdere il controllo, come più tardi lei stessa spiega a Bruno:

Quando mi sento esclusa, quando mi sento diversa o la più sfigata, mi scatta qualcosa. Lo so, di tremendo. Non credere che non ci abbia lavorato. Mi hanno diagnosticato un sacco di turbe, di difetti, e ti giuro che mi sono impegnata, li ho affrontati. Non condannarmi se ogni tanto ci ricasco, per favore.

Oh, tutto a posto allora! Poiché è una turba mentale a farla comportare in maniera aggressiva, allora Emilia può considerarsi un’assassina del tipo “folle”, come Tullio e Dahmer, giusto?
Eh no, non è così che funziona!
Quando si vuol presentare un assassino che è vittima dei suoi impulsi, bisogna far vedere per bene che è davvero una vittima. Come? Innanzitutto, facendo vedere che il personaggio non vuole soccombere agli impulsi e che li combatte attivamente.
Prendiamo ad esempio il modo in cui è rappresentato Dahmer nella già menzionata serie Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer. In particolare, nel sesto episodio (Ridotto al silenzio), si vede il protagonista che, per non fare del male all’uomo che ama, tenta di opporsi finché può all’impulso di drogarlo e di ucciderlo. Ovviamente alla fine cede all’impulso, tuttavia la sua resistenza ci ha fatto capire che ciò che Dahmer fa non è ciò che Dahmer vorrebbe fare, e tanto basta per alimentare la nostra simpatia nei confronti del protagonista.
La resistenza invece manca nell’atteggiamento di Emilia, che asseconda all’istante il desiderio di far del male, e con una soddisfazione tale che farebbe quasi pensare che non stesse aspettando altro (“sorrise, trasfigurata”).
Ma ciò che più di ogni altra cosa ci fa capire che Emilia non è vittima della sua rabbia è l’assenza di pentimento. Già lettori, pensateci un secondo: quando cedete a un impulso a cui non avreste voluto cedere, quando cioè vi mangiate un pezzo di torta nel bel mezzo di una dieta ferrea o vi fumate una sigaretta benché stiate cercando di smettere, come vi sentite dopo? Una gran bella merda, vero? Ed è naturale: noi ci impegniamo tanto per essere delle persone migliori, e poi arriva questo stronzo di un impulso a ricordarci che non potremo mai cambiare, che ciò che agli altri viene naturale per noi sarà sempre una sfida.
Dunque, se è vero che Emilia sta cercando di migliorarsi e di combattere le sue turbe, allora dopo aver ceduto a un impulso di aggressività dovrebbe sentirsi anche lei una miserabile, come capita a noi. E invece… uhm,  guardate un po’ cosa dice Emilia a Bruno dopo aver minacciato di morte la ragazzina:

«Lo so, ho esagerato.»
[…] Era seriamente pentita, adesso, e preoccupata. Come avrei appreso tempo dopo, quella piazzata era stata una grave stupidaggine da parte sua. Pensa se avessero chiamato i carabinieri! Pensa se mi avessero chiesto i documenti e la biondina mi avesse denunciata!
[…] «È che non puoi dire puttana a un’altra donna. Mi parte l’embolo quando succede. […]»

Sì, lettori, so bene che nel testo c’è scritto che Emilia è “seriamente pentita”, ma la verità è che non sembra pentita manco per il cazzo. Emilia infatti ribadisce con fermezza la sua posizione, convinta di aver agito bene (“«[è] che non puoi dire puttana a un’altra donna […]), ed è preoccupata soltanto perché ciò che ha fatto potrebbe metterla nei guai (“[p]ensa se mi avessero chiesto i documenti e la biondina mi avesse denunciata!”), mica perché ha spaventato a morte un gruppo di minorenni.
Oh, insomma, non prendiamoci in giro: Emilia non è una poveretta che soffre di turbe mentali e che fa del male suo malgrado, è invece quel tipo di persona che fa del male con piena consapevolezza e con la deliberata intenzione di arrecare sofferenza. Non ne siete convinti? E va bene, vuol dire allora che è arrivato il momento di parlare finalmente dell’omicidio che ha portato Emilia in carcere.

Ebbene, Emilia a diciassette anni ha ucciso la sua migliore amica di allora, Angela, perché si sentiva da lei trascurata. In una giornata estiva le ha dato appuntamento in spiaggia, si è portata dietro un coltello, il più lungo che aveva in casa, l’ha condotta in un luogo isolato e l’ha uccisa.
Emilia quindi non uccide seguendo il modus operandi di chi soffre di accessi di rabbia. Chi aggredisce in preda alla furia cieca lo fa subito dopo aver subito l’offesa, a mani nude o con un oggetto già presente in scena. Ad esempio Tony Soprano (che è un personaggio parecchio irascibile), in preda all’irritazione si ritrova a picchiare il barman del suo locale con il telefono che si trova proprio sul bancone del bar.
Emilia invece pianifica, sceglie l’arma, attende il momento giusto… in poche parole, riesce a domare la rabbia che le monta dentro, per poi architettare una vendetta in seguito, del tutto padrona di sé. Capite bene che un personaggio che agisce con tanta lucidità e premeditazione non può in alcun modo considerarsi un folle.

A questo punto, l’unica strategia rimasta alla Avallone per non farci odiare a morte la sua protagonista è quella di farne una giustiziera, che uccide chi se lo merita.
E bisogna dire che l’autrice ci ha provato: Angela ci è presentata in maniera decisamente poco lusinghiera, come un’egoista che non esita a dare buca alla migliore amica per uscire con il fidanzato truzzo

«[…] Mi aveva promesso che avremmo festeggiato insieme nel caso fosse andata bene a entrambe. Me lo aveva giurato: che saremmo andate a Marina, avremmo raggiunto gli altri e ci saremmo fermate in spiaggia fino a tardi, con il falò, le chitarre, le canne e i bottiglioni di vino. Io senza di lei non ci potevo andare. Non ero invitata né accettata a nessuna festa. […]
Invece lui [il fidanzato di Angela] era comparso con la sua Opel Tigra gialla di merda, la macchina più tamarra di Ravenna. Con quel suo bicipite gonfiato sul finestrino, i capelli ingellati, l’occhiale nero da agente segreto de noantri. Lei, figurati, si era subito voltata col batticuore e mi aveva preso entrambe le mani. Come Giuda. “Scusami, Emi, non posso più. Tu mi capisci, vero?”»

Ma questa della Avallone è un’operazione molto goffa e poco efficace. Sì, perché non basta che un personaggio ci stia sul cazzo per volerlo morto, i personaggi che vogliamo veder morire non sono quelli semplicemente odiosi, bensì… quelli pericolosi. Infatti, la morte di un soggetto pericoloso ci fa sentire più al sicuro, e di conseguenza consideriamo chi l’ha ucciso un giustiziere che tutela il nostro benessere e che quindi si merita la nostra amicizia. Per questo proviamo simpatia per Carl Lee che uccide degli stupratori a piede libero, e per Raskòl’nikov che uccide un’usuraia che rovina la vita di molte persone. Invece, per Emilia che uccide un’adolescente innocua, che ha solo il difetto di farsi molto spesso i cazzi suoi, ancora una volta non possiamo che provare sospetto e ostilità.

Scusa non accettata

Insomma, la Avallone le ha sbagliate tutte… o almeno, le ha sbagliate tutte con la protagonista. Già, perché nella storia compare un personaggio secondario che, a differenza di Emilia, incarna alla perfezione il prototipo di assassino verso cui si può nutrire dell’empatia: si tratta di Marta, una ragazza con cui Emilia stringe amicizia in carcere, che è finita al fresco perché ha ucciso il padre che la violentava da bambina (o almeno questo è ciò che si intuisce) e che dopo la scarcerazione inizia una gloriosa carriera da ricercatrice farmaceutica a Milano. Marta dunque è sia una perfetta giustiziera sia un personaggio carismatico, e ciò la rende piuttosto interessante ai nostri occhi, sicuramente più di Emilia.
Eh lettori, so che cosa vi state domandando: come mai la Avallone è riuscita a fare una buona “operazione simpatia” con un personaggio secondario e non con quello principale? Be’, le risposte non possono che essere due: o la Avallone non aveva piena consapevolezza di quello che stava facendo, perciò Marta le è uscita bene per puro caso, oppure la consapevolezza ce l’aveva eccome e il fatto che Emilia sia un personaggio negativo e antipatico è frutto di una sua precisa scelta narrativa.

Ora lettori, non voglio dire che la Avallone abbia scritto questo romanzo andando a tentoni (uhm… o forse sì?)… è solo che mi sento di escludere con assoluta certezza la pista della “precisa scelta narrativa”. Leggendo il libro risulta chiaro che l’autrice non voleva che odiassimo la sua protagonista, e che anzi più volte abbia voluto spingerci a compassione nei suoi confronti: le ha attribuito delle supposte “turbe” mentali, ha ritratto la sua vittima come una specie di carnefice da cui veniva umiliata… ma soprattutto, ha impiegato buona parte della trama a raccontare i traumi che Emilia ha vissuto durante la pubertà e l’adolescenza. Ogni volta che si menziona il passato di Emilia, ecco infatti che saltano fuori la madre morta, gli insegnanti che non erano comprensivi e i compagni che la prendevano in giro e la chiamavano “pelo di carota”…

L’ultima volta che Emilia si era ubriacata risaliva alla fine della prima superiore […]. Un compleanno cominciato male, con nessuno che voleva sedersi accanto a lei a mangiare la pizza […].

Morire durante le feste è una cosa che non si fa, specialmente a una ragazzina di tredici anni.
Emilia aveva da poco avuto il menarca, disorientata nel suo stesso corpo; aveva le guance butterate dai brufoli e rimpiangeva l’infanzia; quando leggeva in classe a voce alta, era come se le lettere si accavallassero, si fondessero tra loro, ma la professoressa non lo capiva e continuava a umiliarla davanti a tutti.

[Emilia si rivolge alla madre defunta] Dovevi prestarmi il tuo reggiseno, accompagnarmi alla festa dandomi un consiglio su come rispondere a tono a quelle stronze della Sofia e della Vanessa che mi escludono sempre, che mi chiamano “pelo di carota”.

Insomma, è evidente che la Avallone voglia farci amare Emilia, proprio quanto ha voluto farci amare Marta. La differenza è che con Marta ha applicato correttamente alcune strategie che abbiamo visto essere efficaci, mentre con Emilia non è andata fino in fondo con nessuna di quelle strategie, e ha puntato tutto sulla “freudian excuse” (“scusa freudiana”), ovvero il topos con cui si tenta di spiegare il comportamento di un villain tirando in ballo un trauma della sua infanzia… avete presente no? “Sono un serial killer perché mio padre mi picchiava”, “mi hanno rubato il pupazzetto di Zorro all’asilo e adesso sono il leader della Lega”, cose così…
Ahimè, la Avallone non ha tenuto in conto che spiegare il comportamento di un cattivo non basta a riabilitarlo agli occhi del lettore, soprattutto se, come nel caso di Emilia, il comportamento del cattivo da adulto è decisamente sproporzionato rispetto a quanto ha dovuto subire da piccolo.

Per intenderci, prendiamo ad esempio il romanzo Hannibal Lecter – Le origini del male di Thomas Harris, in cui l’autore cerca di motivare la spinta al cannibalismo del suo noto personaggio. Ora, poiché Hannibal Lecter si macchia di crimini davvero violenti, anche ciò che ha causato il suo comportamento deve essere altrettanto violento, per non far risultare ridicola l’intera trama. Thomas Harris se l’è cavata splendidamente, raccontando di un Hannibal Lecter appena ottenne che, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, è tenuto in ostaggio insieme alla sorellina di circa tre anni da un gruppo di filonazisti, i quali, una volta terminate le provviste alimentari, uccidono e mangiano la bambina.
Hannibal Lecter dunque vive degli eventi estremamente traumatici e stressanti: il rapimento, la fame, gli stenti, l’assassinio crudele e violento di una sorella giovanissima.
Ma che cosa possiamo dire di Emilia? Uccide a coltellate una giovane ragazza, e la sua scusa freudiana è che… uhm, che ha visto morire un genitore di malattia, proprio come è capitato o capiterà a molti di noi? Che gli insegnanti la rimproveravano? Che i compagni di classe le dicevano che i suoi capelli facevano un po’ cagare? Che la sua migliore amica la trascurava a favore del fidanzato?
Dai lettori, sicuramente Emilia ha passato diversi momenti difficili, ma niente di straordinario e niente che non sia capitato anche a molti di noi, niente che possa giustificare e neppure spiegare il suo crimine. Si tratta perciò di una scusa freudiana talmente mal eseguita che non solo non ci convince a voler bene ad Emilia, ma getta anche del ridicolo sul ritratto psicologico della protagonista, verso la quale, a questo punto, non riusciamo a provare, oltre all’empatia, neppure il rispetto.

Via, basta così, concludiamo. Ormai è chiaro, Cuore nero non è un romanzo ben riuscito: se si considera la trama è noioso, se si considerano le tematiche sociali è superficiale e ingenuo, se si considera il ritratto psicologico della protagonista è confuso. Però, però… dai, diciamocelo: al di là di tutte le pecche, dobbiamo riconoscere che con questo romanzo la Avallone ha compiuto un piccolo atto di coraggio. Come vi ho già detto, parlare di un personaggio che ha commesso un crimine, che ha infranto le leggi più sacre della nostra società, non è una scelta facile. E io, lettori, credo che chi osa intraprendere una strada impervia qualche premio se lo meriti. Se perciò vorrete premiare Cuore nero dedicandogli il vostro tempo e la vostra attenzione, io vi auguro già da ora una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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