Corpi minori – Jonathan Bazzi

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IL GIUDIZIO:

corpi minori romanzo di jonathan bazzi edito da mondadori

Mia madre è più contenta quando disegno.

Attenzione: questa recensione contiene un linguaggio forte e riferimenti sessuali espliciti.

Oh, bei Bazzi!

Bazzi, potente, astro nascente. Baz-zi. L’aria passa a stento nel pertugio umido e caldo della bocca socchiusa. Bazzi, Bazzi… ah, quante belle parole rimano con questo dolce nome. Bazzi, Bazzi circondato da bei… ragazzi, certo. Bazzi, i ragazzi e i loro gran… schiamazzi, sì. Gli allegri schiamazzi dei ragazzi, mentre guardano poderosi… razzi pirotecnici, che si drizzano nel cielo notturno di inizio estate, pronti a esplodere. Ah, l’estate: il mare, le spiagge affollate, manzi che giocano a beachvolley, vucumprà erculei, bagnini abbronzati… E poi, ovviamente, il grande romanzo italiano, il tassello che ogni anno arricchisce il mosaico della nostra bella letteratura, la perla intellettuale che ci nobilita e che ci consente di fare bella figura con i vicini d’ombrellone. Ehi, quest’anno io il romanzo dell’estate ce l’ho già! È pronto da febbraio, sì… Corpi minori si chiama. Gnam, sembra una bellezza! È piaciuto a tutti, ma proprio a tutti, ai giornalisti, agli insegnanti, ai più importanti scrittori e anche alla Ciabatti. Ma le ferie sono ancora un tantino distanti, e io come faccio a resistere fino all’entrata del sole nel Leone? Cosa dici Corpi minori? Vuoi che ti legga? E va bene, solo una sbirciatina…

Passo il test all’Accademia di Brera, inizio una scuola di yoga più costosa, doppia sede: corso Vercelli e via Solferino, frequentata dagli ex veejay di MTV e Anna Dello Russo. Divento vegetariano, ora scelgo io cosa mi entra nel piatto, e riprendo a studiare canto, questa volta nel centro aperto da un’insegnante che ha lavorato ad Amici. Metodo americano, Voicecraft, il meglio del meglio. Accumulo tutto, ricomincio a sognare: sarò anche popstar.
Desideri multipotenziali resi possibili anche da mia madre, che prende a passarmi ogni mese il mantenimento di mio padre […].
Arriva l’autunno e io sono milanese, più che un trasferimento, un ricongiungimento. […] Milano è la mia terra promessa.

Accademie, MTV, Amici, dieta vegetariana, zucchero, cannella, ogni cosa bella… oh, non ci posso credere, non credevo che lo avrebbero fatto, e invece eccolo, finalmente! Il romanzo delle superchec… chicche, delle superchicche! Ma certo, Jonathan Bazzi è la quarta superchicca… ah no, quella l’hanno già introdotta in qualità di personaggio nero d’obbligo. Occhei, quindi Bazzi è la quinta superchicca, il personaggio gay d’obbligo. E se ci sono le superchicche, allora c’è anche il cattivissimo Lui! No, non Lvi! Lui, quel diavolo sessualmente ambiguo! Oh, insomma, facciamo così, quello non pelato, va bene? Vediamo un po’ se compare in Corpi minori… oh sì, eccolo! Potete constatare da voi, grazie a questo brano, che nel libro c’è davvero un antagonista cinico, egoriferito e con tanto di costume esageratissimo e un po’ fru fru:

Il mio amore mi legittima nel gioco dei generi: lei, lui punkabbestia e spice girl, essere tutto, l’immagine è un cantiere aperto […] per la festa del mio compleanno […] arriverò vestito da Madonna nel video di Frozen: cappuccio e mantella nera, le mani impreziosite dai pizzi di decori all’henné, al collo un iperbolico medaglione a forma di drago, quaranta euro da Zara.

Ehi un momento questo qui è sempre Bazzi! Ma, ma… le superchicche non erano cattive… uhm… ci sono! In realtà, nel cartone originale, Lui è una metafora, e le superchicche combattono contro i loro demoni interiori! Cioè, praticamente è una roba psicologica, profonda, di spessore! E pensate, mi sa tanto che in Corpi minori Bazzi ha voluto esplicitare ed esplorare a fondo il tòpos che permea Le superchicche, scrivendo un’opera capace finalmente di liberare tale tòpos dalla prigione a cartoni animati in cui è rimasto rinchiuso per anni e anni, elevandolo all’olimpo dell’arte letteraria…

Si contemplino questi peli del petto e del pube, e questi capezzoli: occorrono teche e vetrine diligenti che li conservino per mostrarli ai posteri […]. E questo cazzo, e questo sacro orifizio che lecco, e allargo, e succhio, e riempio. È un’eucaristia di sputi e deep throat.

Ah, porca troia! Bazzi ha già pubblicato una schifezza mostruosa tre anni prima di Corpi minori, perché ha scritto nuovamente una porcata? E perché i nostri cervelloni non la considerano affatto una porcata? Perché si comportano come se questa roba fosse il meglio del meglio?

L’invasione degli ultracontemporanei

Ve lo siete domandato anche voi, eh? Facciamoci un favore, semplifichiamo e riassumiamo il tutto in un unico quesito: ma non è che questo Bazzi in realtà non è affatto una schifezza, bensì è il rappresentante di una corrente letteraria che non riusciamo a capire? Uhm, vediamo un po’. Se fossimo quel tipo di sgobboni che non si fiondano subito sul libro, ma passano prima per la quarta di copertina, avremmo letto queste parole:

Partendo da una attitudine rigorosa, analitica, fenomenologica nei confronti del reale, Bazzi trova sintesi espressive illuminanti e restituisce tutta la potenzialità estetica latente in ogni nostro gesto e manifestazione, disegnando un percorso di formazione ricchissimo e ultracontemporaneo.

Oooh, vedo tre paroline interessanti interessanti: “percorso di formazione”. Con questo in mano, possiamo gratificarci un po’, definendo Corpi minori un romanzo di formazione, giusto? Be’, be’! Devo dire che in effetti, in mezzo a tutto quel bordello di cazzi e Bazzi, c’è qualcosa che ricorda il romanzo di formazione; sarà la volta buona che il marketing la dice giusta?! Già, il nostro protagonista-autore, quasi fosse un Harry Potter moooolto gaio (quasi fosse Harry Potter, cioè) supera le difficoltà che gli propone la vita e trova alla fine del libro un nuovo equilibrio. Che poi le uniche difficoltà affrontate siano alcuni pensieri ossessivi è un altro discorso. Ma sì, via, Bazzi soffre di pensieri ossessivi che lo inducono a mettere in discussione i suoi sentimenti per il fidanzatino Marius: embè? Alla fine il nostro Bazzone li vince, e per festeggiare porta Marius a un concerto di Miley Cyrus. Il classico viaggio dell’eroe, insomma: crisi, superamento della crisi e lieto fine. Lettori, sapete che c’è? Io penso proprio che questa volta il marketing si sia trattenuto, credo che non abbia affatto evidenziato tutte le virtù del libro. Se infatti leggiamo con attenzione, ci accorgiamo che Corpi minori non parla solo di Bazzi: parla anche un po’ di noi…

[…] perché non sapevo come si fa, com’è che si continua ad amare, a lungo, nel tempo. Non me l’ha mostrato, non ce lo mostra nessuno.

Vedete? Bazzi inizia la frase parlando in prima persona singolare, però poi si corregge con la prima persona plurale, rendendo chiaro che i suoi problemi sono gli stessi nostri. Ed ecco che la sua soluzione a tali problemi, la soluzione che rappresenta il cuore di Corpi minori, si rivela avere una portata universale.
Non c’è che dire, abbiamo tra le mani proprio un romanzo di formazione coi fiocchi! Il nostro autore riesce nell’intento di raccontare, con freschezza e originalità, la vita di un giovane che diventa “uomo”, riuscendo contemporaneamente a discutere con lucidità dei malesseri di un’intera generazione. Un po’ come fece Flaubert con L’educazione sentimentale, praticamente. Che cosa si può volere di più? Be’, ad esempio… che tutto ciò fosse vero?

“Questo è il bolema”

Avanti, non ci avrete mica creduto?! Al percorso di formazione di Bazzi mancano giusto un paio di cosette per poter essere considerato tale: un percorso e una formazione. Anzi, tre cosine, perché manca anche il “di”. Sicuro, il protagonista vince i pensieri ossessivi, solo che… li vince per caso! Sono serissima, improvvisamente a Bazzi si accende la lampadina e capisce che cosa deve fare per ritornare gagliardo come prima:

[…] se solo ci fossimo ricordati di provare a ridere di fronte ai sedicenti spiriti maligni che ci si sono parati di fronte, nessuno spettro sa mantenere consistenza davanti al ritmo improvviso che altera la mimica e la respirazione, nessuno al cospetto del libero fremito di una risata, del corpo che mette in scena il sentimento del contrario, beatitudine scettica.

Capito lettori? No? Traduco per voi il gergo da intellettualoide wannabe di Bazzi: il protagonista si dà una manata sulla fronte e si ricorda che per scacciare i pensieri ossessivi basta ridere. Sì, proprio così. Il nostro autore non lavora su sé stesso, non cerca di capire da dove vengono i pensieri ossessivi, non prova né la meditazione né gli antidepressivi (scema io che ci provo). No: Bazzi semplicemente si ricorda di qualche cagata new age letta durante uno dei suoi corsi di yoga, e quel che ricorda semplicemente funziona. Certo, a rigore il problema si risolve, peccato che non sia la soluzione del problema ciò che definisce il romanzo di formazione. Il romanzo di formazione deve raccontare il percorso che porta il protagonista alla soluzione del problema. Soluzione che non è mai solo pratica, ma richiede un intenso sforzo da parte del protagonista per modificare la sua visione del mondo e adottarne una più congrua alla realtà delle cose. Pensateci, se così non fosse, praticamente qualunque storia in cui si sbroglia una matassa sarebbe da considerare un romanzo di formazione: il vostro amico vi dice che aveva un gran mal di pancia, ma poi ha fatto tanta cacca e adesso sta benissimo? Romanzo di formazione. Il vostro collega vi dice che gli si è impallato il computer e ha dovuto spegnerlo e riaccenderlo? Romanzo di formazione. Catturano la vostra prostituta preferita e vi inventate che è la nipote di un presidente del Terzo Mondo? Romanzo di formazione.

Occhei, forse anche Bazzi ha intuito di aver fatto un po’ una bazzata, e nelle pagine successive al brano che ho riportato poc’anzi mette le mani avanti

Niente torna, nulla è come prima, ma la domanda s’indebolisce da sola e non richiede la guarigione attesa – le crisi più minacciose spesso si dissolvono in assenza di svolte, marcatori, e non si può addurre ragioni, riferire prontuari, ricette.
Non chiedetemi altro: è successo, capitato, avrebbe potuto non farlo.

Oh lettori, qui Bazzi lo dice chiaro e tondo: non c’è nessuna formazione perché all’autore-protagonista non serve “formarsi” per superare le crisi, tanto queste ultime “si dissolvono” da sole. E se siamo contrariati, be’, possiamo attaccarci al bazzo.

La disfunzione di una storia

Bene amici lettori, cerchiamo di trarre la prima conclusione di questa recensione: il marketing ci ha preso di nuovo per il culo. E se questo rende felice Bazzi (nel senso che così vende più copie, cosa avete capito…), rende un po’ meno felici noi. E vabbè, pazienza, dopotutto si tratta soltanto della quarta di copertina, insomma, chi se ne frega. Chi se ne frega, a maggior ragione perché, all’interno del libro, Bazzi a un certo punto gentilmente ci concede una definizione dell’opera, e si tratta di una definizione stranamente precisa. Infatti, poco dopo lo spezzone riportato appena sopra, il nostro autore la spara bella grossa:

Questa non è la storia di una disfunzione, patologia, è solo una storia, una ruota di possessioni ricorrenti e comuni […].

Ah, adesso è chiaro il motivo per cui Bazzi non desidera “riferire prontuari, ricette”: non gli interessa darci dei consigli o migliorarci la vita, non vuole proporci una morale definita, non vuole nemmeno offrire degli spunti su cui riflettere. È la natura stessa del libro a costringerlo su simili posizioni: certo, se Corpi minoriè solo una storia”, cosa volete che insegni? Intendiamoci, questo non è affatto un male. Già, si crede spesso che più un romanzo tratta di temi struggenti, esistenziali, filosofici e profondi, più è un romanzo di qualità. Ma è una scemenza. L’unico romanzo di qualità è un romanzo scritto bene, che riesce a intrattenere il suo lettore attraverso cliffhanger, colpi di scena, una sintassi lenta quando la trama lo necessita, e uno stile tachicardico nei momenti clou. Arrivati a questo punto, dobbiamo porci una domanda importante: Corpi minori è solo una storia, sì, ma almeno è una bella st… oh, ma chi voglio prendere in giro? È una schifezza, no?! Bazzi è troppo concentrato su sé stesso per poter anche solo pensare di intrattenere qualcosa di diverso dal suo ego. Una dimostrazione? Facile, Corpi minori è pieno di episodi della vita di Bazzi che non hanno alcuno scopo, oltre a quello di parlare di Bazzi: non ci divertono, non ci commuovono, non ci danno nemmeno delle informazioni utili per comprendere gli sviluppi della trama. Non mi credete? E allora interrogate il testo e sentite un po’ che cos’ha da dirvi…

La prima cosa che ci siamo scambiati [Bazzi e Marius] sono state le piattole. Lui, a me? Chissà, non importa. Insetti microscopici che ci vivono addosso, riempiendoci di uova, succhiandoci il sangue: no, sui capelli qua c’è scritto che non vanno. E sulla barba? Risolvere, risolvere tutto. […] Al più presto nella farmacia di via Pecchio […]. Prima individuo i prodotti necessari su internet, i più efficaci: mi segno la marca, ripeto più volte ad alta voce i nomi, spelling per prendere confidenza, così non devo raccontare i fatti miei al farmacista. […] Scendo e torno con tutto quello che occorre.
Due, tre trattamenti di seguito nel bagno di via Lulli per liberarci dei parassiti del pube, come soldati di inizio Novecento […] acqua e insetticida, insaponatura, ciuffi di schiuma bianca al posto dei vestiti, uno di fronte all’altro […]. Attesa e risciacquo, uno e poi l’altro, e insieme, seguendo il foglietto illustrativo che aperto diventa grande come un lenzuolo, teniamo il bagno occupato per quasi due ore, il genocidio di questi esseri immondi richiede il suo tempo.

No lettori, onestamente non so che cosa spinga gli scrittori giovani, omosessuali e residenti a Milano, a infilare sempre dettagli disgustosi nei loro romanzi: prima le mutande verdi di Zorzi, ora le piattole di Bazzi… ah, per questo lavoro ci vuole proprio uno stomaco (e mutande) di ferro. Eppure, vi dirò, fra i due gagà ce n’è uno un po’ meglio dell’altro. Eccerto che è Zorzi, è o non è il prescelto di D’Avenia? Ebbene, Zorzi introduce la gonorrea nel suo romanzo con uno scopo preciso: lo schifo verdastro gli serve per dare una svolta alla trama (dopo aver contratto la gonorrea, il protagonista si rende conto che il compagno non gli è fedele). Bazzi, invece, parla di piattole solo per… uhm, non so, forse perché sente con esse un’affinità specifica. All’inizio del brano, Bazzi si domanda da dove arrivino le piattole (“[l]ui, a me?”): bene, ma poi decide che la questione non ha importanza (“[c]hissà, non importa”), e ritiene invece molto più importante riferire nel dettaglio il modo in cui lui e Marius si sono fatti il bidet. Ora lettori, voglio essere buona: il brano, sgravato di tutte le informazioni inutili, avrebbe anche potuto funzionare in un altro contesto. Ad esempio, avremmo potuto capire che il nostro protagonista è talmente innamorato da sottomettersi del tutto al compagno, accettando senza fiatare perfino l’idea di un tradimento. Sì, il fatto è che in Corpi minori Bazzi non è proprio un amante sottomesso e remissivo:

Mi piacerebbe troppo fare la drag, m’ha detto [Marius] a casa mentre si rivestiva. Suggestione momentanea, farneticazione. Per carità, ho ribattuto.
Scusa perché.
Non c’è nessun motivo reale, se non un punto interno di ostilità, punto di paura, e poi, proprio io, mi sorprendo a dire, risata di nervi: non voglio mica stare con una ragazza.
Ma è solo show. Rispondo: metti che poi ti ci abitui.

Andiamo, pare proprio che sia Marius il poveraccio della coppia! Di conseguenza l’episodio delle piattole è completamente inutile: non serve né a dare un indizio per svelare una tresca come succede con Zorzi, né a farci intuire che il rapporto fra Bazzi e Marius è malato.

Miao

Passiamo ad altro (si fa per dire). In Corpi minori, le piattole non sono le uniche creature a essere maltrattate da Bazzi. Fra i vari aneddoti inutili presenti nel libro, ce n’è anche qualcuno dedicato a Spina, la gatta del nostro piccolo miracolo letterario. Un giorno, la povera micia, forse stufa di condividere la sua fialetta antipulci con il padrone, decide di scappare. Apriti cielo! Bazzi entra in uno stato di prostrazione, anche mentale stavolta:

Sul marciapiede non c’è, hanno già rimosso il cadavere? Il piccolo corpo che per quattro anni ho difeso dalla fame e dalla sete, dalle intossicazioni, dai fornelli, dai balconi, dalle separazioni. Sotto un macchina, spiaccicata dalla gomma nera dei copertoni […], oppure disorientata, dispersa da ore nel parchetto di piazza Aspromonte […]. Già gatta randagia, graffiata, stuprata dai maschi in calore, FeLV, leucemia felina […].
La chiamo, la chiamo ancora e non serve.
Poi invece la chiamo e succede.
Un miagolio soffocato da pareti, muri, mobili e tende […]. Al secondo piano, o forse il terzo, da dietro una porta: è lei davvero, lì dentro. Amore mio tumulato, agonizzante, murata viva in questa casa di gente che ignoro chi sia. Miagola sempre più forte, dunque busso, suono, mi attacco al campanello ma non risponde nessuno. […] mi accuccio accanto alla porta blindata che mi divide da lei, sono qua, ripeto, mi senti? Chissà da quanto non beve e non mangia. Rinsecchita, disidratata, incapace di deambulare, strisciando si è spinta sino alla porta, con le ultime forze miagola, non smette di farsi sentire. […] Mezzanotte e mezza passata, bussiamo a uno dei due appartamenti sul lato opposto del pianerottolo […]. Signora, buonasera, ho la mia gatta chiusa nell’appartamento qui a fianco, lei sa per caso chi è che ci vive. Silenzio, il corpo che si allontana refrattario, implacabile. […] Signora, signora mi sente – signora io spero che lei possa morire in questo momento. […] Dunque mi accanisco sull’altra porta, mano che bussa, poi campanello, trilla, trilla fino a bucare il cervello del proprietario (auspicio, intenzione). C’è qualcuno?, vecchi di merda, scusate il disturbo.

Lettori, qui vale lo stesso discorso già fatto a proposito delle piattole: l’episodio in sé è potenzialmente interessante, però Bazzi lo svuota di significato inserendolo in un contesto inadatto. In questo caso, il brano è interessante perché si intuisce che il protagonista nutre un affetto patologico e opprimente per il suo animale domestico. È chiaro, umanizza la povera gatta. E l’umanizzazione è tale, che Bazzi parla di Spina come una madre parlerebbe della propria figlia (“[i]l piccolo corpo che per quattro anni ho difeso dalla fame e dalla sete, dalle intossicazioni, dai fornelli, dai balconi, dalle separazioni”), addirittura immaginando dei pericoli cui soltanto gli esseri umani possono andare incontro (lo stupro). Lo so, anche voi (come me, del resto!) avete una bestiolina a casa che trattate come un membro della famiglia, perciò l’atteggiamento di Bazzi non vi pare poi così strano. Ma vedete, il punto è che Bazzi umanizza la gatta e contemporaneamente deumanizza i vicini di casa. Leggendo gli insulti che l’autore rivolge agli altri condomini (“signora io spero che lei possa morire in questo momento”, “trilla fino a bucare il cervello del proprietario (auspicio, intenzione)”, “vecchi di merda”) è palese che in Bazzi l’affetto per la gatta ha sostituito l’empatia per gli altri esseri umani (che in questo caso supponiamo essere conspecifici del nostro autore). Capite? Siamo al cospetto di un sociopatico.

Che cazzo hai

Calma, calma. Non sto sostenendo che davvero l’uomo Bazzi è un sociopatico (va rammentato che Corpi minori è una biografia per modo di dire, è molto romanzata, quindi inattendibile), sto soltanto dicendo che se trovassi un brano del genere in un thriller, saprei di chi sospettare. Ma appunto, ecco il problema: Corpi minori non è un thriller. E non è nemmeno la storia di un sociopatico che non vuole più essere sociopatico, o di un sociopatico che si vanta di essere sociopatico, o di un sociopatico che riflette sulla sua sociopatia, o di un sociopatico che… insomma: ciò che il brano ci fa intuire non conosce sviluppi in tutto il resto del libro. Ogni episodio raccontato in Corpi minori si esaurisce in sé stesso, ogni possibilità di narrazione è stroncata senza alcuna pietà. E ciò succede addirittura quando gli episodi in questione sono posti come eventi adrenalinici. Un esempio lampante? Durante una litigata con Bazzi, Marius si sente male e si accascia in preda alla tachicardia:

Oh basta – Marius che urla e mi strattona via. […] Marius boccheggia, fame d’aria, gli occhi esplosi. Che cazzo hai. Lui non dice niente. Un buco tra le labbra, lo sguardo ancorato al muro di fronte dipinto di borgogna. Affanno, mano sul costato, una sola frase: forse è il cuore. Respira, dico a tutti di respirare, e poi: chiamo qualcuno?
Adesso passa.
Cosa ne sai.
Soffro un po’ di tachicardia.

Analizziamo un po’ questo brano, vi va? Vi va, per forza. Il povero Marius sembra passarsela maluccio, probabilmente soffre di attacchi di panico, forse è perfino cardiopatico. Di certo è qualcosa da non prendere sotto gamba, e in effetti il tono con cui l’autore racconta l’intera scena trasmette ansia e allarmismo, giacché usa espressioni brevissime e iperboliche (“occhi esplosi”). Non è poi da trascurare il punto in cui l’autore colloca questo brano, ovvero al termine di un capitolo. Il brano stesso, dunque, rappresenta il culmine di un “climax”, funge da colpo di scena, ci fa stare sulle spine. Ci affrettiamo, sfogliamo con apprensione le pagine successive, che cos’ha quel Marius?, chissà quale sarà il suo destino, e…

Scienze umane, il futuro s’irradia dal liceo delle scienze umane.
Se iniziassi oggi le superiori farei assolutamente quello, non c’è dubbio, […] e così spingo mia sorella nella direzione migliore.

Ma ‘sti cazzi? Scienze umane? Scienze umane e la sorella di Bazzi? Scienze umane, la sorella di Bazzi e il futuro? Chi se ne frega, come cavolo va a finire quella faccenda di Marius? Boh. Bazzi non ha nemmeno sfiorato l’idea di approfondire la cosa. O forse l’ha fatto, ma ci odia come odia i suoi vicini e allora ha voluto farci un torto, chissà. Quel che conta, è che anche della misteriosa tachicardia di Marius non si parlerà più per tutto il resto del romanzo.

Mucorius

Be’ lettori, direi che ci sono prove sufficienti per affermare senza tema che la trama di Corpi minori, dal punto di vista dell’intrattenimento, è… bleah. Però, però… non vi è mai capitato di leggere un romanzo la cui trama non era proprio un granché, e che però era scritto in maniera incantevole? Ecco, Bazzi non sa amoreggiare con i cliffhanger ed è invece bravissimo a rimorchiare metafore belle e poetiche. Come, non riceverò un sacco ricolmo di denaro e col simbolo del dollaro ricamato sopra? Ah, allora me ne fotto: il nostro autore fa cagare anche per lo stile. E no, non sto esagerando per niente: Bazzi evoca immagini che riuscirebbero a far vomitare perfino il vomito stesso. To’, giudicate voi stessi: nel seguente spezzone, Bazzi e Marius sono agli inizi della loro conoscenza e si stanno innamorando

Quando facciamo l’amore, la prima volta e le molte a seguire, sarà sempre così: non riesco a smettere di esplodere sorrisi, cercare i suoi occhi, allineando al millimetro le mie pupille alle sue […]. Ritrovo il suo viso e sorrido e anzi rido […].

Ma fatemi finire, prima di borbottare, no?! Sembra bello, sì, solo che il testo continua:

[…] sorrido e anzi rido, per la felicità di poter infilare la lingua nelle mucose del mio destino.

Bah, nemmeno l’ammmore può impedire a Corpi minori di fare schifo. Mettiamo però da parte gli improperi e cerchiamo di comprendere esattamente che cosa c’è che non va nel brano. In sostanza, è la descrizione di un bacio. Occhei, un bacio fra il protagonista e la persona amata, un bacio, si presume, decisamente romantico. Allora perché il genio Bazzi, per descrivere il momento, usa dei tecnicismi (“lingua”, “mucose”), che degradano il tutto a un’azione molliccia buona per un teatro anatomico? Certo, se il nostro autore avesse utilizzato le stesse parole per descrivere un bacio dato a uno dei tanti amanti occasionali, incontrati solo per dare libero sfogo alla libido, il brano (al solito) avrebbe decisamente avuto un suo perché. Invece, ci vuole davvero uno bravo per scoprire il motivo dell’associazione “Marius” e “mucose”: cioè, in teoria Bazzi è follemente innamorato di Marius, non dovrebbe mettere il poveraccio nello scatolone in cui tiene tutte le metafore e le allegorie di alto livello? Mah, mi sa che Bazzi vorrebbe fare il trasgry e basta. Com’è, come non è, resta il fatto che il nostro cervelluto non sa di preciso che cosa sia questa “retorica” di cui parlano tutti…

Il pensiero indesiderato lavora come l’ostrica: accoglie il granello di sabbia e lo tramuta in ingombro sempre più grande.

No, non ce l’ho con la vecchia furbata di prendere spunto dalla natura. Non è un male, nemmeno nel 2022, tracciare similitudini con il mondo animale, anzi, è una tecnica decisamente efficace per spiegare meglio certi concetti. A patto però che il pubblico conosca bene il termine di paragone, ovviamente. Nell’esempio che ho riportato, la similitudine fra la persona ossessiva e l’ostrica può funzionare, perché tutti conosciamo il processo di formazione di una perla, e siamo quindi in grado di traslare il concetto e di applicarlo al pensiero ossessivo. Allora, che c’è che non va? Be’, è che si tratta di una una similitudine del cacchio. La perla è un oggetto bello e prezioso, desta ammirazione, e la associamo perciò a concetti positivi; il pensiero ossessivo è invece più simile a una cellula cancerosa, a una cosa che sì nasce piccola, ma quando poi cresce diventa distruttiva, suscita paura, non ammirazione. Come sopra, idem, solo che stavolta Bazzi parla di una cosa brutta usando parole belle, mentre prima si era impegnato a parlare di una cosa bella usando parole brutte. Non è che niente niente è una sua precisa tecnica, una scelta stilistica? Chi se ne frega, è una scelta cretina a prescindere. Ma va bene, non soffermiamoci troppo su queste sottigliezze, e passiamo a un’altra metafora, immediatamente successiva alla similitudine dell’ostrica:

Colonizzato, mi muovo: le formiche trasformate in zombie dal fungo parassitoide che ne infetta il cervello per arrivare a controllarne le azioni.

D’accordo, ecco secondo me che cosa è successo. Bazzi è stato morso da una piattola radioattiva esposta ai raggi X (d’ora in poi Piattolascura X), la quale gli ha trasmesso il potere di divulgare la zoologia in maniera, come è in uso dire nei circoli di divulgazione, “brutta” (d’ora in poi “di merda”). Sì, è questa l’unica spiegazione, perché nessuno con la testa a posto userebbe per la propria metafora un’immagine così inutilmente complessa. Infatti, è difficile che il pubblico abbia presente la formica e il fungo a cui si fa riferimento, soprattutto perché non si specifica di quale formica e di quale fungo si sta esattamente parlando. E poiché il riferimento è confuso, Bazzi è costretto a chiarirlo, spiegando in che modo il fungo agisce sulla sua vittima. E occhei, ma… ma la metafora è già un artificio retorico che serve a spiegare un concetto! Spiegando la metafora, Bazzi spiega la spiegazione, distogliendoci dal tema principale del discorso (il pensiero ossessivo) e annoiandoci terribilmente.

The Bazzi song

E se nei brani precedenti la noia è “accidentale”, in altri punti del romanzo Bazzi sembra invece volerci annoiare di proposito:

Non muovetevi, comando alla popolazione di oggetti e presenze, state fermi, coltello, padella, anta, getto dell’acqua, gamba della sedia, strofinaccio, scolapiatti, sottopentola, barattolo del sale, presina, bottiglia, piatto, piatti, mestolo, fiamma, bicchiere, carta assorbente, tovaglietta, forchetta, legno, plastica, vetro, gomma, ferro, ceramica, polistirolo, lattice, cartone, bianco, grigio, rosso sbiadito, tubi, cilindri, dischi, bianco, grigio, rosso, ho detto fermi, vi prego, supplico, imploro: fermi, fermi, rimanete solo un momento in silenzio.

Be’, cosa c’è? Sto ferma e in silenzio, no? Non voglio mica disturbare Bazzi mentre fa l’inventario di tutti gli oggetti di valore che possiede! Oh, al diavolo, si sta rivolgendo chiaramente agli oggetti. Ma allora a che cavolo serve un simile brano, scusate?! È del tutto inutile, e non solo perché è un elenco di oggetti insignificanti, ma anche perché, nonostante il vocabolario elementare, nemmeno questa volta il nostro autore riesce a comunicarci qualcosa. Giusto per dirne una, sapreste indicare su Teddy orso delle emozioni® qual è lo stato d’animo di Bazzi? Da un lato leggiamo che supplica e che è disperato, dall’altro constatiamo però che il ritmo del brano è assai monotono, e ciò non si concilia con la disperazione dell’autore, no? Ah se solo il nostro fosse nato poeta, avrebbe potuto riscrivere il pezzo lasciando che la forma esprimesse la psiche del personaggio, scegliendo con cura arsi, tesi, rime, assonanze, versi da nascondere…
Ah, ma aspettate, c’è di peggio (o di meglio, non saprei). Se nell’esempio precedente Bazzi si è almeno sforzato di nominare oggetti diversi, in un altro punto del romanzo decide di nominare più volte un solo oggetto:

Marius?
Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius

Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius Marius – Marius?

Oh merda. No, cioè, voglio dire… oooh, merda. E su, come è possibile commentare con serietà un brano simile (che ho riportato per intero, ci tengo a sottolinearlo)? Se fossi una critica letteraria professionista e non sparissi sei mesi l’anno per le mie paturnie, mi sentirei davvero in imbarazzo a fare una marchetta a favore di un autore che scrive roba del genere. Eppure… oh, lo sapete che quasi inizia a piacermi? Ha un che di… di meme. Avete presente quella canzoncina scema di Jonti Picking che fa “badger, badger, badger, badger, mushroom, mushroom!”? Ecco, provate a canticchiare con me… “Bazzi, Bazzi, Bazzi, Bazzi, Marius, Marius!”. Funziona, eh?

B(r)azzers

A questo punto avrebbe dovuto esserci il pezzone più filosofico e culturale di tutta la blogosfera, in cui, come suggerito dal tizio del marketing, riflettevo sulla natura fenomenologica di Corpi minori. E ho riflettuto così tanto che alla fine ho pensato che forse avrei dovuto rinfrescarmi un po’ le idee: ho fermato il furgone (mi sentivo gasata) che normalmente guido quando scrivo le mie recensioni, sono scesa, ho aperto la cella frigorifera, ho fatto merenda con sertralina e cioccolato, per una ricarica freschissima. Poi mi sono rimessa alla guida della mia vita e mi sono detta: “Un Bazzi che scrive un romanzo fenomenologico? Ma dai!”. Perciò ecco quello che tutti voi stavate aspettando: la carrellata di (ulteriori) brani a luci rosse!

Col timore che ci vedesse qualcuno, gli presi in bocca senza preamboli, subito, giù dritto, questo coso piccolo e molle che odorava di sapone intimo. Le mutande bianche del mercato, i peli grigi incollati alla lingua.

Ma sì, Eugenio, non ti ricordi? Se l’è tirato fuori nell’ingresso del mio palazzo, almeno una sega, mi diceva col coso in mano, almeno un seghino.

Per coronare il sogno, un cane – faccio la voce da bambina, sfrutto i momenti più adatti, le poche volte che gli ho dato il culo […].

Quindi T., che lavora in Vaticano, – coi monsignori, parlate davvero in latino?, e mi scopa tenendomi un piede in faccia, con la finestra del suo attico aperta […]. Seguono: il fumettista rosso che ama essere sottomesso, ceffoni, tirate di capelli, il massone toscano pelosissimo davanti e dietro da cui riesco ad andare solo se prima ho bevuto almeno un paio di drink – voglio farti venire da dentro senza che ti tocchi […].

Puntando altrove, quell’altro, soffermati sulle braccia, il turgore del bicipite, la linea del polso, abbassa gli occhi sul culo, pensa come sarebbe aprirlo e infilarci la lingua, fartelo qui sulla scrivania […].

E questi, ovviamente, sono solo alcuni dei passaggi zozzi e disgustosi che nel corso della lettura ci assaliranno con le mutande calate. Io, però, devo proprio fermarmi qui, perché ho già messo a dura prova il mio stomaco, e non posso aggiungere alla depressione anche il reflusso gastroesofageo cronico. Dunque, le conclusioni… sì… be’, onestamente Corpi minori mi è piaciuto. Non in quel senso, in quel senso mi ha fatto cagare; mi è piaciuto nel senso che mi ha divertito prenderlo in giro. Mi ha fatto penare parecchio, su questo non ci piove: è sbagliato sotto così tanti aspetti, che ho dovuto fare i salti mortali per trovare il coraggio di decidere che cosa mettere nella recensione e che cosa tralasciare. Ma alla fine della fiera ne è valsa la pena. Certo, Febbre pure era orribile, tuttavia era altresì una palla mostruosa e anche più dichiaratamente biografico di Corpi minori. Ecco perché ci sono andata leggera, in quel caso: il suo stile mi aveva scocciata e la sua storia, be’… sinceramente, per quanto una vita possa essere un cesso (e non insinuo che quella di Bazzi lo sia), si tratta sempre di una vita reale, indiscutibilmente sottratta a un qualsivoglia giudizio di critica. Invece Corpi minori, ah Corpi minori… sono davvero felice che Bazzi abbia sposato appieno la filosofia ciabattesca (e gamberoniana… no, gamberalese) dell’autofiction, prediligendo la fiction a scapito dell’auto. Eh sì, molti passaggi di Corpi minori sono oro, pura follia; immaginate solo che splendido risultato potremmo ottenere se imbastissimo un’operazione di fanfiction, aggiungendo magari un “bestia, che dolore!” quando Bazzi e consorte si prendono le piattole, o facendo fare alla gatta un volo dalla finestra, proprio come accade alla cagnetta di Anna Falchi in Body Guards! Non otterremmo forse la sceneggiatura perfetta per un cinepanettone altrettanto perfetto?

Dai, se sotto l’ombrellone volete leggervi un libro, un libro con parole, che vi faccia ridere e anche riflettere (sul perché vi fa ridere), vi consiglio davvero caldamente Corpi minori. Potrebbe essere l’ideale, sì. Almeno, se non l’ideale, di certo è meglio di quella Veronica Raimo. Tranquilli, tranquilli, del suo libro ne discuteremo prossimamente. Cosa? Non potete aspettare sei mesi? Uhm, e va bene. La mia opinione su Niente di vero è…

Ah, dimenticavo: se darete a Corpi minori un’opportunità, fate una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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