Cinque errori non proprio belli

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alcuni errori di grammatica italiana apposto piuttosto che a lavoro computers per cui

Italiano is too much!

La lingua italiana è bella. Lo so, molti storcono il naso davanti a questa affermazione, per qualche motivo la vedono come un segno di chiusura mentale, di arretratezza, di paura nei confronti della modernità. Certo, nessun dubbio che la lingua inglese sia oggigiorno indispensabile, più utile dell’italiana, direi: ma da ciò a sostenere che l’inglese sia addirittura più musicale… In effetti, a parte l’utilità e il fatto di essere parlata dallo zio Sam, non è ben chiaro perché si dovrebbe favorire l’inglese (molto spesso uno pseudoinglese) trascurando l’italiano: d’accordo, non si può non conoscere la parola “computer”, ma perché non usare mai la parola italiana che la traduce, “elaboratore”? Non ha un bel suono, dopotutto?

Fermi, lettori, non traete conclusioni sbagliate, non vi sto affatto incoraggiando ad imitare Diego Fusaro, scrivere e parlare come fa lui è ridicolo. No, bisogna sapere che cosa fare, quando si decide di fare qualcosa, e parlare italiano non è un’eccezione: in una conversazione al supermercato, ad esempio, è del tutto inopportuno usare iperbati, troncamenti e arcaismi. Inopportuno al supermercato così come in un saggio divulgativo, perché se io voglio soltanto sapere come mai il capitalismo è cattivo, non mi va particolarmente di farmelo spiegare da Topolino. Intendiamoci, è pure vero che in altri contesti iperbati e arcaismi sarebbero più che graditi: invece no, se voglio rilassarmi con qualcosa di bello posso soltanto visitare una pinacoteca o guardare un film d’autore, perché se provo ad accostarmi alla poesia attuale, be’… la maggior parte delle volte è meglio lasciar perdere.

In breve, c’è un bellissimo materiale che potrebbe essere usato per rallegrare le nostre vite con un po’ più d’arte, però è per lo più lasciato a prendere polvere o, quando è usato, è usato veramente male. Perché sì, l’italiano è bello, ma è anche difficile. È così difficile che noi italiani per primi ci lasciamo andare ad espressioni totalmente sbagliate e prive di giustificazione. E, per ricordarci alcune cose che dovremmo sforzarci di dimenticare, ecco una piccola, piccola lista di erroracci che ogni giorno fanno rivoltare nella tomba le ossa del povero Dante.

“Apposto”

Chiaro come il sole, participio passato del verbo “apporre”. Eh, invece no. Comunemente, questo participio subisce un processo di alterazione genetica e finisce per diventare un sinonimo di “a posto”. Gli scienziati pazzi che giocano a fare Dio con la grammatica non sono rintracciabili in una particolare categoria, professionale o geografica: si va dall’editor (o molto aspirante, a questo punto) al rider della pizzeria, dal milanese al cefaludese.
Si tratta di una follia momentanea, di un sintomo di ignoranza? Una risposta convincente è questa: univerbazione. O meglio, un certo uso disinvolto dell’univerbazione. L’univerbazione è semplicemente la fusione anche grafica di due parole originariamente autonome, ma usate molto, molto spesso insieme: a forza di sentirle accoppiate, l’orecchio si abitua talmente tanto che finisce per bisticciare con l’occhio, se quest’ultimo porta in dono una grafia staccata. Alcuni esempi? “Tuttavia”, “benessere”, “apposta”. “Apposta”: avete capito, vero? Se il passaggio alla forma univerbata è stato naturale per “a posta”, considerata la somiglianza è ovvio che sia oggi naturale anche per “a posto”: ma qui c’è un problema, “apposta” non significa nient’altro, “apposto” è già preso, per così dire, significa quel participio passato. Introdurre la forma sintetica “apposto” con significato diverso da quello di “apporre” è… complicare le cose, e francamente non c’è bisogno di rendere la vita ancora più difficile. Per questo “apposto” è un errore da non commettere. Però si sa che le lingue sono vive e, dopotutto, le parole, le espressioni, vanno e vengono a volte con criteri difficili da giustificare (perché “pella” non si usa più?) ma di cui si deve prendere atto. Che dire, prendiamo atto che è “tutto apposto”, ma appunto non giustifichiamolo. “Appunto”!

“Piuttosto che”

Anche in questo caso, non c’è di per sé nulla di male in “piuttosto che”, quando è usato correttamente. Quando si usa con un significato disgiuntivo, ecco che l’umore di chi se lo trova davanti peggiora. I linguisti, con una certa sicurezza, hanno scoperto il focolaio iniziale dell’epidemia: la cara vecchia Italia del nord. Per qualche motivo, i giornalisti e i pubblicitari sono stati i gruppi più a rischio: praticamente tutti hanno contratto l’infezione “questo piuttosto che quello” e hanno poi contagiato il resto della popolazione italiana. Perché se al nord parlano così e se perfino i giornalisti parlano così, deve essere proprio una sciccheria!
Oggi pare ormai molto difficile eradicare la malattia, perciò c’è una certa aria di rassegnazione. Ma non è finita. Si è perfino sviluppata una variante, la quale al momento non sembra però essere virulenta quanto la prima: questa nuova variante è il “piuttosto che” equivalente a “oltre che”. Dunque, quando il macellaio si sente chiedere “un filetto, piuttosto che uno scamone”, esattamente che cosa deve incartare? Piuttosto che sbagliare, è meglio che incarti tutto.

“A lavoro”

Da un vizio del nord a uno più tipico del sud, per spazzare via ogni sospetto di razzismo. Non c’è in verità molto da dire su questa espressione, è semplicemente errata ed è anche brutta da sentire: in un certo senso, è l’opposto dell’univerbazione selvaggia di “apposto”. Riflettiamo un po’: se pronunciamo la forma corretta, “al lavoro”, ci accorgiamo di sentirci appagati, perché stiamo udendo un raddoppiamento sintattico (la doppia “l”) che troviamo molto naturale. Infatti, quando abbiamo la preposizione semplice “a”, un monosillabo non accentato, siamo portati, parlando, a raddoppiare la consonante iniziale della parola che segue: “a mangiare” lo pronunciamo naturalmente “a mmangiare”, anche se graficamente non abbiamo né questo obbrobrio né l’univerbazione. Perciò, pronunciando “a lavoro” o ci sforziamo di non raddoppiare la consonante, oppure non ci pensiamo e seguiamo la natura, dicendo “a llavoro”. Ma se la natura ci porta sulla strada di “a llavoro”, perché darle uno schiaffo in faccia con l’innaturale “a lavoro”, dimenticandoci che “al lavoro” ci dà già tutto ciò di cui abbiamo bisogno?
Non si sa, ma resta il fatto che “a lavoro” è una delle specie invasive più pericolose per la lingua italiana. Reclama sempre più spazio, tanto che si trova con una frequenza preoccupante non solo negli articoli giornalistici (i giornalisti sembrano essere una categoria davvero cagionevole) ma anche in pubblicazioni di un certo livello. Di narrativa e di saggistica.

“Computers”

Ma come, questa è una parola inglese, ed è pure corretta! Nessuna pazzia, stiamo sempre parlando di italiano. E in italiano “computers” non si dice. “Computer” è un forestierismo non adattato, perciò è invariabile. Fine, questa è la norma. Quindi, se proprio non vogliamo dare un’occhiata al catalogo dei più recenti elaboratori, almeno dobbiamo dare un’occhiata al catalogo dei più recenti computer. Se è tutto così semplice, perché allora si vedono insegne di negozi che vendono utilissimi “robots” tuttofare? Bisogna forse trovare la spiegazione nella psicologia: poiché conoscere le lingue è un bel vanto e fa subito professionista, non è male per gli affari mostrare di saper applicare una semplicissima regola grammaticale di un idioma straniero. Inoltre, poiché la mentalità italiana è ormai decisamente succube della cultura (in senso lato) statunitense, mostrare (o millantare) di avere padronanza della lingua inglese è un modo sicuro per accattivarsi delle simpatie: chi lo fa si toglie di dosso il sospetto di essere un provinciale. Anche se, ritornando all’esempio, “robot” è un forestierismo pure per la lingua inglese, essendo una parola ceca.
Alla norma che ho menzionato sui forestierismi c’è però un’eccezione: i latinismi devono avere un plurale formato secondo le regole della lingua latina, perché non fa male ricordarci che il nostro bell’italiano discende da quella. Però solo se non si tratta di latinismi moderni, eh! Quante complicazioni…

“Per cui”

Questo piace tutto, proprio a tutti. Soprattutto piace a Enrico Galiano, come ho detto altrove. È un errore? Sì, ma soltanto se usato con valore conclusivo, come sinonimo di “perciò”, “quindi”, “dunque”, anche se ormai questo errore è accettato dai dizionari. Perché allora si dovrebbe evitare? Consideriamo che “cui” sostituisce il pronome relativo “il quale” (anche “la quale”, “i quali”, “le quali”), si riferisce sempre a persone, animali o cose, si usa soltanto con i complementi indiretti, non si può usare in funzione di soggetto. Bene, quando si usa “per cui” al posto di “perciò”, si attribuisce al “cui” il significato di “la qual cosa”. Ma non c’è molto senso in questo. E non c’è motivo, del resto: le tre che ho menzionato non sono tutte le parole utili a esprimere una conseguenza, pertanto (!) le soluzioni tra cui scegliere non mancano.
Ma allora per quale motivo politici, scrittori anche di indiscussa competenza, presentatori televisivi, divulgatori scientifici, i soliti giornalisti e tanti altri si ostinano a preferire “per cui” alle giuste alternative? Forse perché trovano piacevole l’espressione “ragion per cui”: la trovano piacevole, ma troppo lunga. Come soluzione, invece di usare un altrettanto elegante “perciò”, tagliano l’eccesso, abbandonando la “ragione”.

Errare è umano

Sono sicura che voi lettori non volete affatto perdere la ragione, dunque riflettete su questi e su altri comuni errori. Non dico di evitarli a tutti i costi, anzi, se proprio qualcuno di essi vi piace, ad esempio il “per cui”, usatelo! Se già non l’ha fatto, prima o poi il dizionario vi darà la sua benedizione, perché l’italiano non è un teorema immutabile. Anzi, è più simile a una specie che si evolve: e l’evoluzione, come è noto, non è affatto un progresso.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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