Che fine ha fatto il Pesciolino?

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Blue monday(s)

Lettori, sono preoccupata: come vi siete sentiti il 17 gennaio 2022? Stressati per il lavoro, innervositi dal maltempo, demoralizzati per aver già disatteso tutti i buoni propositi stilati per l’anno nuovo? Ah, ma allora state bene, avete trascorso un blue monday in piena regola. Che cos’è il blue monday, dite? Be’, se ancora siete tra i pochi non aggiornati sulle ricorrenze dei padroni, sappiate che è il giorno più triste dell’anno, almeno per coloro che vivono nell’emisfero boreale (cioè gli unici che contano, secondo qualcuno). Eh sì, un certo Cliff Arnal, psicologo presso l’Università di Cardiff, si è dato la pena di fare calcoli complicati, prendendo come parametri le ore di luce, le incombenze lavorative, e la distanza dalle prossime vacanze: il risultato, appunto, è che il terzo lunedì di gennaio è una vera schifezza. Una brutta giornata. L’Helgoland dell’anno, insomma.
Capirai! Certo, questo blue monday è una rogna, però poi passa… e passa anche l’inverno… e via, arriva l’estate con i gelati, i costumini, i flirt, i casi COVID-19 che diminuiscono… oh e in mezzo c’è anche la Pasqua (qualche volta il Ramadan)! Eppure, vi invito a riflettere: per qualcuno, il blue monday dura più di ventiquattr’ore; anzi, per qualcuno tutto l’anno è un grosso blue monday. Uhm, perché vi dico questo? Perché voglio essere sincera con voi, del resto lo meritate. Sì, fra quelli che vivono in un costante blue monday ci sono anch’io.
Lo so, lo so, è alquanto indecoroso che una blogger parli al pubblico dei fatti suoi, e di certo io non sono abbastanza controcorrente per informarvi in continuazione dei miei sentimenti. Ma in questo caso, vogliate essere comprensivi, anche perché vi prometto che non dirò solo di me, riusciremo (come sempre) a parlare anche di letteratura. Be’, e allora cominciamo chiamando le cose con il loro nome: ansia e depressione, mi fanno compagnia, sì.

Voi siete lettori affezionati e, soprattutto, attenti, perciò vi siete già accorti da un po’ che, nel corso del 2021, la pubblicazione di nuove recensioni si è via via rarefatta. Da un paio di recensioni alla settimana, il vostro blog preferito è passato a proporvene un paio… al mese. Lo so, lo so, è increscioso, libri belli e interessanti rimangono nell’ombra e libracci mostruosi si riproducono indisturbati nella nostra letteratura, senza che nessun anticorpo si prenda cura di loro. E il motivo di tutto questo è che… eh, non c’è un motivo. Almeno, non uno ragionevole. Il vostro blog, in effetti, va molto bene, il trend (oh, sì, come sono nel business!) è sempre positivo; anzi, proprio in questo momento il caro vecchio zio Google mi ha comunicato che Il pesciolino d’argento ha raggiunto il piccolo obiettivo di tremila clic in ventotto giorni (e se contiamo anche gli ingressi da altre fonti, non solo da Google, i clic sono stati molti di più). Accidenti, moltissime visite, commenti entusiastici (e anche molto negativi), mail affettuose (e anche risentite, di qualche “potentato”): non proprio male per un progetto nato da un paio d’anni e portato avanti con pochi mezzi!
Embè? Dove sta il problema, quindi? Lettori, mi sa, state pensando che sono state critiche varie e osservazioni stizzite a demotivarmi: ecco, la solita principessina a cui non puoi dire mezza parola, vero? Ehm… no. Sarebbe troppo facile, non credete? Vi confesso, in realtà sono state le notizie positive a logorarmi a poco a poco.
Lo capisco benissimo, siete confusi e disorientati (e forse cominciate un po’ a perdere la pazienza), ed è normale, lo sarei anch’io al vostro posto: insomma, le buone nuove sono buone per una ragione, no? Uno dovrebbe essere contento e appagato, mica abbattuto! E avete assolutamente ragione. Ma vedete, non tutte le menti (usiamo questa parola, va’) funzionano allo stesso modo. Una mente “sana” rifletterebbe sui commenti positivi e trarrebbe delle conclusioni altrettanto positive. “Bene, finalmente il mio lavoro sta dando i suoi frutti!”, o qualcosa del genere. In una mente naturalmente predisposta all’ansia, come la mia, si insinua invece una vocina remota e demolitrice: “Guarda che bel commento. Sei sicura di meritartelo? Attenta, ché se d’ora in avanti scriverai delle sciocchezze, deluderai tutti! E le scriverai delle sciocchezze…”
C’è una soluzione semplice e rapida, in tal caso: “datti da fare per non scrivere schifezze, e vedrai che tutto andrà per il meglio”. Già lettori, la soluzione è semplice e rapida, ma… eh… non è efficace. Credetemi, quelle stesse parole me le sono ripetute più e più volte. Ma quella vocina (ah, vi tranquillizzo, è una metafora, non sento davvero le voci, al contrario di Peppe Vallo) aveva scatenato una serie di reazioni a catena per me ormai impossibili da fermare. Dapprima ho cominciato a leggere e rileggere tutto ciò che scrivevo. Poi ho iniziato a scriverlo più lentamente, perché mi sembrava che così scegliessi meglio le parole. Poi ho cominciato a scrivere e a cancellare, a scrivere e a cancellare, a scrivere e a cancellare, a scrivere e a cancellare… uff… finché, dopo un’enorme e sproporzionata fatica, discorso non mi suonava perfetto. Che dico perfetto, “passabile”. Ma poi, anche il “passabile” è passato, e dunque… ho direttamente smesso di scrivere. E a quel punto ho capito (oppure ho creduto di capire?) che stavo rovinando con le mie stesse mani ciò che di buono avevo fatto. Ah, ah, rinascita? Macché. Giorno dopo giorno, l’ansia si è gradualmente spostata per fare spazio alla depressione. Vi dirò candidamente, in molte occasioni mi sono rintanata nel letto, afflitta, senza il coraggio di affrontare un nemico che non riuscivo a vedere, e che aveva divorato ogni mio obiettivo, come un parassita.

“I piagnistei vadano in chiesa” (cit.)

Basta con le lagne, sin troppe ve ne ho proposte… di vittimismo e di piagnistei ne abbiamo già a iosa nei libri della Ciabatti, e nei blog che parlano bene dei libri della Ciabatti. E poi, lo vedete da voi, le lacrimucce tattiche hanno inondato perfino i programmi trash: se un tempo le mamme temevano che i bambini lasciati troppo tempo davanti al televisore (ovviamente acceso) diventassero degli scoreggioni sboccati, ora devono ricorrere alla visione forzata di Ace Ventura, per contrastare gli effetti nocivi dei testi da incel proposti dai mocciolosi di Amici. E no, non esagero quando parlo di “effetti nocivi”, perché in effetti le lamentele e i piagnistei sono estremamente dannosi. Innanzitutto, lasciano intendere che nella vita basta piagnucolare affinché qualcuno arrivi a risolvere ogni problema; e un uomo che non sa affrontare i propri problemi (e nell’affrontarli è compreso anche il chiedere aiuto quando è il caso, in effetti una decisione non da poco) non è un uomo, è un aspirante cadavere. Inoltre… be’, è ormai risaputo che lamentarsi e ascoltare lamentele può causare la morte delle cellule cerebrali. E non mi perdonerei mai se per causa mia iniziaste ad apprezzare la scrittura di Barbascura X. Perciò, è vero che sono scesa nei dettagli della mia ansia e della mia depressione, però adesso basta, anche perché parlarmi addosso continua a non piacermi. Preferisco provare a riflettere sulla mia situazione, chissà che alla fine non ne venga fuori qualcosa di utile anche per chi magari sta attraversando un momento difficile, simile al mio.
Eh? Non sono riuscita (non del tutto) a venirne fuori, e pretendo di aiutare qualcuno che ha la depressione? No, no, non fraintendetemi, non ho pretese “cliniche”: ciò che scrivo (e che ho sempre scritto) non può sostituirsi in alcun modo al parere del medico. Nondimeno, be’, poiché ho toccato con mano, e poiché in un modo o nell’altro si tratta del mio “pane”, lasciate almeno che continui la mia chiacchierata con voi parlandovi di una certa categoria di libri: i cosiddetti libri di autoaiuto. Sì, sto parlando proprio di quei libri dai titoli promettenti, come Sconfiggi l’ansia. Manuale pratico per liberarsi da paure, fobie, ossessioni, oppure Addio tristezza! Dalle neuroscienze un nuovo approccio per guarire dalla «depressione moderna». Uhm, spesso molti di essi (non dico necessariamente tutti) sembrano contenere verità incredibili e soluzioni a prova di bomba. E questo sarebbe già un motivo più che sufficiente per inserirli nella stessa stanza delle mer(d)aviglie, insieme ai libri di Caffo e di Fusaro. Ma ovviamente un giudizio così diretto e pesante sa fin troppo di pregiudizio, perciò vi propongo di analizzarli, cercando di capire se davvero non valgono un tubo. Spoiler per chi si è già annoiato: no, non è che non valgano un tubo, però…

Innanzitutto, i libri di autoaiuto hanno due considerevoli pregi, pregi che contribuiscono decisamente al loro successo sul mercato. Il primo è il prezzo. Non che siano particolarmente economici, tuttavia sono di certo meno costosi di una seduta da un professionista serio. I libri di autoaiuto, in breve, rendono accessibile la guarigione (o almeno così fanno credere) anche a persone che non potrebbero permettersi, che so, una terapia cognitivo-comportamentale. E giacché il mai abbastanza stimato Governo ha pensato bene di far saltare il bonus per la salute mentale, mi sa tanto che gli autori di libri di autoaiuto potranno continuare a costruirsi ville d’oro massiccio, tra l’altro usufruendo anche del bonus infissi. D’accordo, lasciamo perdere, è meglio.
Il secondo, e forse più importante, pregio dei libri di auto aiuto è l’anonimato che garantiscono al pubblico. Già lettori, siamo sinceri: non è mica tanto bello affermare di essere ansiosi e depressi, vero? Oh io l’ho appena fatto, sì, ma io a questo punto sono matta, che volete farci? La realtà è che molti di coloro che sfortunatamente hanno un problema vorrebbero farsi seguire da uno psicologo, ma rinunciano perché, più della spesa, li spaventa il dover ammettere di avere un problema “mentale”, esponendosi dunque allo stigma sociale. Sì, perché, e contro ogni evidenza scientifica, in tanti seguitano a considerare la depressione e l’ansia sintomi di un animo debole, e non delle autentiche malattie “fisiche”, come il diabete o le allergie alimentari. Vi ricordate? Di questo abbiamo già parlato a proposito di Alessandra, l’antagonista di Stellina nella telenovela omonima: finché Alessandra ha finto una paralisi alle gambe ha ricevuto affetto, comprensione e cure; quando poi è emersa la sua vera malattia, una grave forma di disturbo antisociale, intorno a lei si è fatto il vuoto. Tutti si sono allontanati, additandola come “cattiva”.
Ebbene, se a tutto ciò aggiungiamo il fatto che il nostro mondo è sovrappopolato ed estremamente competitivo, capite bene che ammettere di avere un problema, in qualche modo “invalidante”, implica l’essere presto scavalcati da “un altro più bello, che problemi non ha”.

Tu non sei (del tutto) la tua ansia

Considerando quel che vi ho appena esposto, direi che motivo del successo dei libri di autoaiuto è abbastanza comprensibile. E allora, vogliamo dunque affrontare la domanda tanto attesa, senza girarci intorno? Ecco: sono un gran successo, bene, ma questi libri funzionano? So di deludervi, però sono costretta ad ammettere che non si può rispondere in maniera univoca. La risposta più sincera che posso offrirvi è: dipende. Dipende dalla gravità del problema, e, soprattutto, dipende da ciò che ci si aspetta di trovare. In altre parole, dipende sia da quanto è tenace la malattia, sia dall’opinione preconcetta che si ha dei libri di autoaiuto. Vi dirò, quando qualche mese fa ho letto il libro Tu non sei la tua ansia di Aaron Gillies, ad esempio, non mi aspettavo che davvero mi aiutasse a sbloccarmi e mi cancellasse con un colpo di spugna tutte le mie inutili paranoie. Cercavo semplicemente un punto da cui partire, un modo per definire la mia ansia, per studiarla. Rispetto a tale fine, Tu non sei la tua ansia ha funzionato, anche perché l’autore ha sofferto del mio stesso disturbo. Leggere la sua esperienza, potermi rispecchiare in certi pensieri e in certi atteggiamenti, mi ha permesso di circoscrivere l’ansia, segnando una linea netta fra la mia “reale” identità e la me stessa in preda al panico depressivo. In un certo senso, ho potuto esercitare l’occhio a distinguere le reazioni normali da quelle anormali. Il libro, quindi, è stato un piccolissimo passo lungo la strada (sempre molto lunga) della guarigione; non è stato un treno ad alta velocità, come quelli magnetici che piacciono tanto ai cinesi e ai giapponesi. D’altra parte, se devo dirla tutta, i consigli dispensati da Gillies non sono poi tanto diversi da quelli che potreste trovare in un qualsiasi articolo di Donna Moderna. Intendiamoci, non sono sbagliati, anzi, sono spesso fondati su un solido buon senso. Ma sono pur sempre troppo generici, e trascurano troppi elementi perché possano davvero rivelarsi utili. Ad esempio, un suggerimento di Gillies per vincere l’agorafobia e uscire di casa è questo:

Il cervello cerca di convincerti che rimanere a casa e ignorare la realtà sia la scelta più sicura, perciò prima di uscire preparati una tazza di tè, resta seduto qualche minuto e visualizza la giornata che ti aspetta. Pianifica il tragitto, visualizza i vantaggi, analizza i falsi svantaggi e preparati a quella parte di vita orrendamente inevitabile che sta fra il momento in cui ti alzi dal letto e quello in cui ci potrai tornare.

Ecco lettori, c’è un gran numero di fattori di cui Gillies non tiene in conto mentre dà il suo suggerimento. Ad esempio, presuppone che l’agorafobico a cui si sta rivolgendo abbia voglia di guarire e di uscire di casa. Però un agorafobico che comprende di dover uscire di casa e di dover tornare alla vita non è un agorafobico “tipico”, è un agorafobico che è già “quasi guarito”, perché riesce ormai a discernere fra i pericoli reali e probabili da quelli irreali e ingigantiti dal suo problema. Infatti, Gillies invita ad analizzare “i falsi svantaggi” dell’uscire di casa, dando per scontato che il suo lettore agorafobico sappia gestire l’ansia al punto da metterla a tacere quando è necessario analizzare con lucidità la situazione. Ora, se conoscete un vero agorafobico, di quelli che credono che non appena metteranno un piede fuori casa saranno coinvolti in un terribile incidente stradale, e provate ad aiutarlo regalandogli questo libro, posso dirmi quasi certa che non otterrete alcun risultato.

Ah lettori, lo so, vi vedo mentre scrollate le spalle e pensate che non è un gran rischio. Insomma, vale comunque la pena regalare un libro di autoaiuto: se funziona, tanto di guadagnato, altrimenti pazienza. Tutt’al più la situazione rimane invariata, peggiorare non può. Uhm, ne siete sicuri? Consideriamo ad esempio il caso in cui un agorafobico leggesse Tu non sei la tua ansia. È dapprima fiducioso di poter guarire, poi, invece, si rende conto di avere ancora, ancora, e ancora debilitanti attacchi di panico ogni volta che varca la soglia di casa. Dico io, non potrebbe finire per colpevolizzarsi, e concludere di essere un buono a nulla, un caso senza speranza? Già lettori, i libri di autoaiuto possono rivelarsi un’arma a doppio taglio: le loro frasi incoraggianti stimolano chi li legge, inducendo però, il più delle volte, un semplice effetto placebo. E, neanche a dirlo, il rischio è di alimentare enormi aspettative nel bisognoso, bisognoso che può infine rimanere traumatizzato e deluso quando si scontra con la realtà.
Come potete immaginare, questo è solo uno dei modi in cui un libro di autoaiuto può (di sicuro involontariamente) far più male che bene. Pensate, sarà capitato anche a voi, talvolta capita che qualcuno dia dei consigli in apparenza assolutamente ragionevoli, ma di cui è stata smentita l’efficacia da diversi studi. Ecco, sperando di non essere io quel qualcuno, un esempio banalissimo di buon consiglio cattivo: sfogare la rabbia prendendo a pugni qualcosa di inanimato è un ottimo modo per calmarsi. È un’affermazione condivisibile, non trovate? Tutti pensiamo che sfogarci possa farci sentire meglio; al contrario, trattenere la rabbia è logorante. Sì, peccato che siamo costretti a ricrederci. Stando infatti a una ricerca effettuata da Brad Bushman, professore di comunicazione e di psicologia presso l’Ohio State University, l’atto di sfogarsi incoraggerebbe a concentrarsi a lungo su ciò che ha fatto arrabbiare, ovviamente alimentando la rabbia stessa. E, indovinate un po’, un consiglio del genere si trova, oltre che sulle labbra dell’amico volenteroso, ma facilone, anche tra le pagine di molti libri di autoaiuto…

Help, I need somebody…

Lettori, affidarsi ai libri di autoaiuto può quindi rivelarsi a volte modestamente utile, molto più spesso inutile, in qualche caso un danno. Be’, dite voi, i libri di autoaiuto non sono mica gli unici a trattare di problemi mentali! E non sono gli unici a proporre delle soluzioni. È vero, avete ragione. Passiamo agli altri generi, vi va?
Certo che vi va, anche perché ultimamente spopola l’iniziativa di consigliare questo o quel romanzo ai poveri sfortunati che necessitano di curare i morbi dell’anima. Si cercano storie per chi soffre d’ansia, per chi deve superare un lutto, per chi deve lasciarsi alle spalle un’importante storia d’amore, per chi soffre di scarsa autostima, e chi più ne ha, più ne metta. È tutto molto bello, e le intenzioni sono buone, lungi da me sospettare il contrario; ma alcuni romanzi possono davvero indicare una soluzione per grossi guai, come l’ansia e la depressione? Io, sperando che voi non crediate, bensì verifichiate, vi dico questo: sì, senz’altro. Dopotutto, i miti, le leggende, e le storie in generale, nascono anche (o soprattutto?) con lo scopo di tramandare insegnamenti e lezioni di vita. Bisogna però prestare attenzione e non cedere alla superficialità: se può darsi che un romanzo aiuti a risolvere un problema mentale, non è affatto detto che ogni problema mentale possa essere risolto da un romanzo. Per intenderci, Il mago dei numeri è un piccolo romanzo, perfetto da regalare a un bambino spaventato dalle difficoltà dell’aritmetica. Ma se il bambino è inibito dall’insegnante che lo deride di fronte a tutta la classe, be’, difficilmente Il mago dei numeri compirà qualche magia. Sulla stessa linea, è facile trovare un titolo capace di far tornare il sorriso a due amici in lite per una sciocchezza, ma tutt’altro paio di maniche è pretendere di guarire, con una raccolta di poesie, una persona affetta da disturbo ossessivo compulsivo.

È vero, magari un romanzo o un saggio breve può non essere risolutivo per uno sfortunato che soffre di depressione, d’ansia o di qualsiasi altro disturbo psicologico, tuttavia… oh, andiamo, se non si ha la possibilità di rivolgersi a un professionista, magari perché i dindini sono pochi e la sanità pubblica è chiusa a tempo indeterminato perché l’unica malattia degna di essere considerata è respiratoria, be’ la libreria di casa può in ogni caso offrire un qualche tipo di conforto. A patto di scegliere il testo giusto, ovvio. Come, mi domandate una lista? Ah, no, no, per carità, vi ho detto che non do consigli medici espliciti. E poi ci sono già le recensioni! Però… uhm… se volete un’opinione il più generale possibile, posso riferirmi ancora alla mia esperienza per provare a suggerirvi qualche dritta.
Per quel che vale, secondo me se le cose vanno male è meglio non sperimentare nuove letture. Non è il caso di comprare l’ultimo parto di uno scrittore di cui non si è mai sentito parlare, soltanto perché è piaciuto a tutti. Non è il caso di leggere un rosa, se si è appassionati di gialli, e ovviamente non è il caso leggere un giallo se si è appassionati di rosa. Insomma, bisognerebbe forse esaminare la libreria personale, accarezzare con lo sguardo tutte le copertine, e domandarsi qual è il libro che più di tutti ha catturato in passato la nostra attenzione. Una volta elaborata la risposta, uhm, direi che è il caso prenderlo e rileggerlo, senza preoccuparsi se alcuni brani ormai li conosce a memoria, perché un certo senso di familiarità è proprio ciò serve.
Già, lettori, perché quando la mente non è in forma, concentrarsi su qualcosa è un’impresa quasi impossibile. L’ansia, a quanto pare, attiva in noi una risposta cosiddetta “combatti o fuggi”; e, perché tale risposta si attivi, il sangue deve defluire dal cervello per raggiungere le membra (ovviamente, a meno che non si creda di poter combattere con le parole, o fuggire con il pensiero). In poche parole, chi è clinicamente ansioso, o depresso, subisce pure un rallentamento delle funzioni cognitive: fatica a concentrarsi, non riesce a seguire il filo del discorso, e così via. Di conseguenza, credo che una nuova lettura potrebbe rivelarsi addirittura un’esperienza frustrante, perché richiederebbe una concentrazione non indifferente, e finirebbe per esporre continuamente le difficoltà causate dall’ansia e della depressione. Una lettura in un certo senso nota, invece, non ha delle vere sorprese, ed è quindi possibile lasciarsi andare alle emozioni suscitate dalla lettura, evitando di sforzarsi troppo e inutilmente.
Oh sicuro, dopo un po’ ritrovare le stesse identiche cose può stufare e portare con sé un senso di noia che… è meglio evitare. E dunque, se è il momento di leggere una novità, allora perché non optare sì per il nuovo, ma di una vecchia conoscenza? Autori di cui già è familiare lo stile, o nuovi volumi di saghe collaudate. Insomma, forse si dovrebbe scegliere qualcosa che non sia del tutto nuovo. E non necessariamente “bello”! A tal proposito, avrete sicuramente notato che nel 2021 su Il pesciolino d’argento ci sono stati tanti “bis”: Galiano, Veltroni, Saraceni, i fratelli Mario… ehm, Carofiglio

E questo è davvero tutto ciò che mi sento di consigliare, a proposito di libri. Infatti, per quanto un testo sia bello e utile, non potrà mai sostituire la sicurezza che dà l’essere sostenuti dai propri cari, il sollievo che si prova quando finalmente ci si accorge di essere nelle mani del professionista giusto, la soddisfazione che si fa strada quando si riscontrano i primi risultati delle terapie. Cercare subito aiuto, se si ha bisogno di aiuto: ecco, direi che questa è l’unica morale che davvero vale la pena portare a casa, dopo la lettura di questo mio piccolo articolo.
Oh, se siete in pena per me, tranquillizzatevi: sto bene, e in effetti ho l’aiuto che mi serve. E parte di quell’aiuto viene proprio da voi, cari lettori. Voi, sì, che mi sostenete ormai da due anni con il vostro affetto, i vostri incoraggiamenti, le vostre critiche, e anche le vostre risate. Perciò non state in pena, Il pesciolino d’argento non va da nessuna parte, sarà con voi ancora per un bel pezzo. Dopotutto, qualcuno dovrà pur dare una mano ai libri belli e garbati, prendendo a calci in cu… i libri brutti e boriosi, non pensate anche voi?

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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3 risposte

  1. Sergio ha detto:

    Uno sfogo gentile, divertente e ben scritto anche se… prende un po’ per il c*lo il lettore.
    Ansiosa e depressa? Ma dai…

  2. Maria Letizia Dorsi ha detto:

    Sono con te e aspetto che tu stia meglio. Le tue recensioni sono preziose in un mondo di blogger tutti omologati. Avanti!

  3. Tullia ha detto:

    Sei una mente notevole, lasciatelo dire. Personalmente, ho trovato grande conforto, in passato, nei libri di Aldo Carotenuto. Ma Gurdijeff è stata la vera svolta. Ognuno si salva come può…
    La tua sagacia, la tua penna pungente mi hanno aiutato a vedere molte cose che non andavano anche nella mia scrittura. Sei brava. E dunque non mollare.
    Tullia