Cara pace – Lisa Ginzburg

Ti piace? Condividilo!
In sintesi:

cara pace romanzo di lisa ginzburg edito da ponte alle grazie

Montavano le tensioni, e quello del cane rimase sogno irrealizzato; al suo posto c’era il carapace lucido della tartaruga. Un soprassalto ogni volta, un’apparizione. La seguivo spostarsi lenta, solenne. Mi spronava a rendere me stessa la virtù di un luogo, mostrandomi come sostare dentro di me creando così il migliore scudo.

Cara pace, vorrei leggere un altro libro…

Tolstoj disse che ogni famiglia è infelice a modo suo. Tolstoj, per non aver compreso che cosa serve davvero al lettore, non è stato ammesso tra i finalisti del Premio Strega 2021. Domandate che cosa serve al lettore? Be’, semplice, il drammone famigliare è d’obbligo, però deve seguire uno schema preciso, collaudato, non può proporre colpi di scena inaspettati e finezze. I colpi di scena spaventano e le finezze fanno sentire stupidi. Almeno, così sembrano pensarla allo Strega.
Lisa Ginzburg, evidentemente, la sa più lunga di Tolstoj, e il suo Cara pace ha superato senza troppa fatica le selezioni, infilandosi fra gli altri titoli della dozzina. Com’è Cara pace? Suvvia, avete già intuito. Diciamo che… è come se la Ginzburg ci avesse invitato a cena e ci avesse offerto come portata principale una bella gomma da masticare. Già ciancicata.
E allora noi cerchiamo di fingere interesse per l’oggetto umido e molliccio nel piatto, analizzando la trama con un po’ di attenzione.

Protagonista e voce narrante è Maddalena, una donna che vive in Francia con suo marito Pierre e con i due figli. Maddalena manifesta a un certo punto il desiderio di tornare in Italia, sua terra natia: intende fare i conti con il suo passato. Un passato difficile, perché Maddalena e sua sorella minore Nina sono cresciute senza la presenza costante dei genitori, quasi come fossero due orfanelle. La loro madre, Gloria, le abbandonò quando avevano rispettivamente nove e otto anni: se ne andò di casa senza preavviso, sparendo per giorni, tutto per poter stare con l’amante Marcos. A seguito dell’accaduto, Seba, il padre delle due bambine, chiese e ottenne l’affidamento totale delle figlie: il risultato fu scontato, da allora Maddalena e Nina poterono vedere la madre poche volte al mese.
Vi ho detto che Maddalena si è sentita un’orfana: sì, perché Seba non è stato certo un genitore più presente della sua ex moglie. Poiché era un fotografo di fama internazionale, era costretto a viaggi frequenti e lunghi. Indovinato, non poteva affatto scarrozzare in giro per il mondo Maddalena e Nina, perciò le vedeva sporadicamente. Molto sporadicamente. Ma come sono cresciute le bambine? Un punto di riferimento, l’unico, l’hanno avuto: è la tata Mylène, donna con la testa sulle spalle che ha insegnato loro la disciplina e l’autocontrollo attraverso la pratica assidua dello sport.
Ebbene, pressata dai fantasmi della sua infanzia, Maddalena si decide infine a tornare in Italia. E in Italia, senza averlo previsto, si invaghisce di un ragazzo dell’età di suo figlio: ci va a letto, tradisce Pierre e comprende le scelte di sua madre Gloria. Fine.

Il viaggio dell’eroe è finito prima di iniziare

C’è un percorso tutto sommato lineare, con Maddalena spinta da un inconsapevole destino a trovare sua madre, dopo averla “cercata”. Appunto, la trova perché riesce a provare in prima persona i sentimenti e le motivazioni che hanno portato Gloria ad abbandonarla:

Per la prima volta mi sembra di capire mia madre, la sua fuga quando noi eravamo troppo piccole, e tutto quanto ne è seguito.

Oh, ecco, penserete voi, un’assoluzione dopo un’ingiusta condanna lunga una vita. Sembrerebbe che Maddalena abbia terminato il suo “viaggio dell’eroe”, abbandonando il ruolo di bambina ferita e rancorosa, divenendo un’adulta comprensiva e consapevole. Una donna che riesce finalmente a guardare il mondo per ciò che è, che non idealizza più i suoi genitori. Anzi, Maddalena è divenuta una donna capace di perdonare, di giustificare le debolezze e i desideri insiti nella natura umana di sua madre. Sì, vi piacerebbe che fosse così, vero?
Neanche per sogno, in realtà in Cara pace non esiste nessun viaggio dell’eroe, Maddalena non evolve per niente. Nemmeno l’assoluzione finale di Gloria esiste, perché non può esserci assoluzione, se non c’è mai stata una condanna.
In tutto il romanzo, Gloria non è mai davvero colpevolizzata dalle figlie: benché le abbia abbandonate per fare un viaggio in Argentina in compagnia di un fustacchione, Gloria è amata, ammirata e venerata. Maddalena e Nina non esitano mai a rivolgerle un cieco, incondizionato affetto

«Buonanotte mammina». «Ciao Gloria mamma bellezza […]».

«Io lo so che abbiamo una mamma bellissima, ma tu Maddi, lo hai capito?» diceva estasiata Nina.

Più adulta e più consapevole di sé, Gloria: della sua bellezza prima era come si vergognasse, la portava con impaccio. Ora invece il suo fascino lo esibiva sicura. Splendeva; quando pranzavamo al ristorante, al momento di andar via tutti si voltavano a guardarla, tanto era bella.

Insomma lettori, io credo che due figlie abbandonate come Maddalena e Nina sarebbero inizialmente portate ad associare la madre a un tipo di calzatura olandese; invece nel mondo di Cara pace si sorvola sull’addome luccicante di Gloria e non si smette mai di notare la sua bellezza. Perché Gloria è bella, ma proprio bella bellissima, eh! D’Annunzio criticava i narratori del suo tempo perché adoperavano “poche centinaia di parole comuni”: be’ anche noi possiamo fare lo stesso, e infatti io lo faccio. Sì, lo dico. Lisa Ginzburg adopera poche decine di parole comuni, perlopiù sinonimi stretti di “bello”. Oh, ecco!

Gloria però non è solo bella, è anche buona, perché… perché. Sì, Gloria non fa niente di  “buono”, eppure Maddalena non mette mai in dubbio le qualità positive di sua madre, arrivando a grattare il pancino del ridicolo, con esternazioni sul tono di questi esempi:

«[…] Mamma è così: sembra di no, ma c’è sempre. […]».

La luce che aveva la mamma al ritorno dal suo viaggio […] Una leonessa sì, che vigile, regale, riafferma i suoi diritti […].

La venerazione che Maddalena nutre per la “leonessa sì” (che diavolo è, un leone che dondola su e giù la testa?) rende il punto di vista della nostra protagonista narratrice finto, piatto, irreale. So già che a questo punto volete farmi un obiezione: è normale che le due sorelle siano tanto legate a Gloria, perché si racconta della loro infanzia, e ogni bambino vede nella figura materna il centro del proprio mondo. Ciò a prescindere dalle effettive virtù morali della genitrice. Sono sostanzialmente d’accordo, ma il problema di Cara pace è che ci racconta anche l’adolescenza e la vita adulta di Maddalena e di Nina: sarebbe giusto aspettarsi un’evoluzione del loro punto di vista, il quale invece rimane immutato. Non capita mai che le ragazze, entrate nella pubertà, rinfaccino alla madre i suoi errori; non capita mai che si mostrino ostili verso il nuovo compagno di Gloria; non capita mai che in loro si affollino gli ormoni dell’adolescenza, causando episodi di rabbia e di insofferenza. In altri termini, Maddalena e Nina non mettono mai il muso.
Niente: per le ragazze, Gloria rimane sempre un’affettuosa “mamma bellezza”. Perciò, giusto per offrirvi un diverso riassunto della trama, ecco che cosa accade in Cara pace: una certa Maddalena, che dimostra da sempre affetto e simpatia nei confronti della madre snaturata, scopre di aver sempre provato affetto e simpatia nei confronti della madre snaturata. Fine: scritto e pensato da Lisa Ginzburg.

Si è parlato di panini…

Per salvare il romanzo, la Ginzburg avrebbe dovuto incenerirlo. Ma avrebbe potuto renderlo meno insensato se Maddalena avesse compreso e perdonato non la madre, bensì il padre. Eh già, mentre Gloria è tanto amata e protetta dalle figlie, Seba è bistrattato. In effetti non è un personaggio positivo: oltre a non essere presente, Maddalena ci dice di ricordare una litigata fra Seba e Gloria, litigata decisamente accesa, con tentativi di schiaffeggio e tirate di capelli da parte di Seba. Nondimeno, il nostro Seba è un personaggio negativo quanto Gloria: se consideriamo che quest’ultima ha lasciato le figlie piccole nelle mani di un uomo violento, uhm, non la troviamo poi così moralmente retta, non è vero?
Ebbene, ci aspetteremmo di scoprire chi Maddalena considera la padella e chi la brace, sapendo però che entrambi i suoi genitori sono capaci soltanto di portarla a cottura. Certo, e che cosa pretendiamo inoltre, di avere un lessico ricercato? Non stiamo mica leggendo un capolavoro, qui! No il punto di vista della nostra narratrice è nettamente manicheo: sappiamo già che Gloria è un eroe integralmente buono, ora dobbiamo metterci in testa che Seba è un irredimibile orco cattivo.
D’accordo, avrà sbagliato, sarà stato un violento, un maiale, un idiota, un comunista, un orco, ma vi assicuro che almeno cerca di rimediare un po’, a un certo punto. Ad esempio, tenta di coccolare le figlie con manicaretti cucinati apposta per loro. Maddalena e Nina, da brave adolescenti, reagiscono con parole di derisione:

Consumavamo in silenzio i pasti da lui amorosamente preparati, e mai che gli dessimo la soddisfazione che sperava. Una volta aveva cucinato un pollo in fricassea […]. All’intingolo aveva aggiunto una particolare mentuccia portatagli da un’amica ligure, «erba di costa di mare ragazze, sentirete che squisitezza» ci aveva garantito. Nina non aveva nemmeno assaggiato, schifata da quella poltiglia «così gialla e chiara, a te Maddi non fa venire in mente il vomito?» aveva detto sottovoce a me prima di cominciare il pranzo. Risate alle spalle di papà, a tavola altri sghignazzi trattenuti dei quali però Seba si era accorto, bravo a nasconderlo ma, si capiva, delusissimo.

Invece Gloria… ah, come cucina Gloria! Pensate lettori, in un’occasione Gloria prepara addirittura dei panini:

Anche quel giorno come i precedenti Gloria doveva aver preparato dei panini squisiti, la pizza con il prosciutto e i fichi, i biscotti secchi del pasticcere di Santa Maria che avevamo scovato, superlativo, già il primo giorno mangiando dei bignè alla crema al nostro arrivo. Tutto sarebbe stato piacevole, molto divertente, i tuffi, le remate, i silenzi. […] l’eccezione di quella vacanza l’avrei volentieri prolungata, eccome.

Va bene che a volte la felicità è un bicchiere di vino con un panino, però anche se i tentativi da MasterChef di Seba lasciano a desiderare, è proprio necessario umiliarlo? Sì, almeno nella prima parte della vita di Maddalena (ma anche nella seconda parte), Seba deve essere il punching ball, la valvola di sfogo. Le due sorelle non possono fargliene passare neanche una. Seba deve essere annichilito, e non solo per ciò che riguarda le sue azioni: deve essere distrutto integralmente, come uomo. Un po’ di bodyshaming è quel che ci vuole, non trovate? E infatti, ecco il bel confronto che ci propone la nostra Maddalena:

Ombretto scuro, rossetto carminio, borsetta Gucci lucida, a tasca. [Gloria] Era magnifica.
Seba era arrivato poco dopo scusandosi per il ritardo, causato dal fatto che aveva faticato a trovare parcheggio. Il sudore che gli imperlava la fronte e la camicia sgualcita male infilata nei pantaloni dicevano il suo stato di stress. «Cinque minuti per fumare una sigaretta me li date?» aveva chiesto sorridendo; appariva più sciupato che mai, quando si era acceso la sigaretta a ogni boccata aspirata le guance gli si infossavano […].

Accidenti, ma questa è una favola moderna! Già, come in una fiaba partorita in tempi privi di “social justice warriors”, Gloria è buona, quindi è bella (o forse è buona perché è bella), invece Seba è cattivo, quindi è brutto (di nuovo, non necessariamente in quest’ordine). Capite, lettori, i ritratti che compaiono in Cara pace sono terribilmente piatti, privi di un qualunque approfondimento psicologico. E dire che ci sono state alcune occasioni per creare dei personaggi più realistici. Una fra tutte è il momento in cui Maddalena ci dice che suo padre ha iniziato a drogarsi.

Papà si drogava

Seba si avvicina alla droga, sì. È un evento profondamente significativo, perché lascia intendere che Seba soffra molto: forse a causa della separazione, forse a causa dell’astio che sente provenire dalle sue figlie. Gloria si fa di giorno in giorno più bella e sicura di sé, Seba invece si rattrappisce. Fa quasi pietà.
Ora lettori, ci sono due modi per affrontare tutto ciò: quello artistico e quello di Lisa Ginzburg. Quello artistico avrebbe dato risalto a tanto malessere, mostrando la patetica solitudine e l’incomprensibile fragilità che si celano dietro alla maschera dell’uomo machista e violento. No, lasciamo perdere, il trend è il metodo Lisa Ginzburg! Funziona così: bisogna buttare l’informazione, giusto per far capire che Seba è un fallito e che sta pagando le conseguenze delle sue azioni. Be’, ha il pregio di essere un metodo facile, dopotutto. Volete delle prove di ciò che dico, lo so. E allora gustatevi la comica superficialità con cui Maddalena racconta di aver visto suo padre drogarsi:

Una domenica mattina. Pioveva. Entrando in cucina lo avevo sorpreso ad armeggiare con della polvere bianca sparsa sul tavolo. […] Poteva sembrare farina, così fine, non fosse stato che luccicava di screziature brillanti che nella farina non avevo mai visto.
«Ma che fai, papà? Cos’è quella roba?» avevo chiesto, diretta come non ero mai.
«Un sale speciale che ho comprato a Milano» mi aveva spiegato lui […]. Troppi dettagli, strana spiegazione; avevo pensato subito che mi stesse mentendo. Se fosse o no cocaina non sapevo, certo mi era venuto spontaneo associare a quella polvere bianca la magrezza di papà […].

Siamo seri, sembra una scena da cinepanettone, e vedrei bene Seba interpretato dal buon Christian De Sica. Deve averlo pensato anche la Ginzburg: per evitare al lettore risatine involontarie ed espressioni di sconcerto, ci va giù pesante e decide di spiegare la scena con parole che creano un forte e drammatico coinvolgimento emotivo…

Papà si drogava.

Basta così, il capitolo della droga è diventato pizzoso. Passiamo dunque al successivo, un capitolo in cui Maddalena fa un inutile discorso senile sul colore degli occhi di Nina. Per amor di cronaca, vi informo che gli occhi di Nina sono verdi come quelli di Gloria, perciò sono anche bellissimi; Maddalena invece ha delle iridi nocciola, colore che non gradisce più di tanto.

La tata (ma non è di Frosinone)

La nuova vita da drogato di Seba non è l’unico elemento narrativo introdotto e poi troncato senza spiegazioni. Vi ricordate di Mylène? Ma sì, la tata di Maddalena e Nina. Niente? Avete ragione lettori, l’ho menzionata all’inizio e poi non ve ne ho più parlato, ma credetemi, non è colpa mia! Maddalena ci fa delle grandi promesse:

Era il nostro angelo custode, quella giovane donna dinamica e coscienziosa che viveva insieme a noi. Era stato grazie a lei, «alla francese», che le sorelle Cavallari [cioè proprio Maddalena e Nina] si erano salvate da un’infanzia altrimenti drammatica e da una sicura giovinezza dissennata. Mylène è stata la nostra fortuna, non c’è dubbio.

Però poi… la tata non compare mai quando c’è azione! Ad esempio, Nina ha la sua prima delusione d’amore: bene, Mylène non la sostiene, non partecipa. Di nuovo Nina, che ha un aborto spontaneo: ecco, Mylène sembra essere sparita, tornata sul suo pianeta natale. Insomma, Mylène è presentata come la “fortuna” delle due sorelle, ma non ci è affatto chiaro perché. D’altro canto, è pur vero che non ci è chiaro nemmeno perché Gloria sia più meritevole di affetto rispetto a Seba…

L’unico compito che la Ginzburg affida a Mylène è introdurre Maddalena e Nina allo sport. Leggiamo infatti che soprattutto Nina trae grande giovamento dal jogging, attività che la rende “luminosa e costante, là dove di solito è capricciosa e ondivaga”. Be’ forse non dobbiamo lagnarci troppo di Mylène, non è su di lei che dobbiamo concentrarci, perché è più importante il tema dello sport, uno dei fondamenti del romanzo. Cara pace vuole mandare un messaggio educativo, vuole raccontarci la storia di due sorelle che sono riuscite a salvarsi dalla depressione grazie all’attività fisica.
Ma quando mai?! Maddalena e Nina non diventano due atlete, si accontentano di praticare attività fisica con la pigra regolarità di una casalinga stereotipata che ci tiene alla prova costume. Per capirci, sono due donne che hanno preso sul serio l’asterisco di molte pubblicità: “*in aggiunta a una dieta equilibrata e a una regolare attività fisica”. Davvero, a che cosa serve la tata, se pure l’acqua Vitasnella avrebbe potuto educare allo stesso modo le due sorelle?

Ho due ipotesi per spiegare tutti questi misteri: o Lisa Ginzburg ha voluto allungare la trama di Cara pace, inserendo personaggi ed elementi narrativi inutili, oppure la nostra autrice non sa che cosa sia di preciso una “trama”.
Lettori, prima di schierarvi a favore dell’una o dell’altra ipotesi, tenete in conto che anche Alexandre Dumas faceva di tutto per allungare la trama de I tre moschettieri: sì, ma I tre moschettieri è un gran bel romanzo.

Ci porta una nuova sintassi a conoscere

Sapete che cosa vi dico? Lasciamo perdere la trama e i personaggi. Sì, analizziamo lo stile. Oh, pessima decisione: abbiamo già notato che Lisa Ginzburg adopera un linguaggio davvero elementare e che non ha rispetto delle virgole. Ma la nostra autrice ha degli assi nella manica, ed è capace di rovinare anche la struttura sintattica delle frasi.
Leggiamo:

«Vedrai che fa fuori anche questo» lo avevo sentito sentenziare al termine della serata in cui lei [Nina] ci aveva portato Brian a conoscere.

Ah. Come ci è finito quel “a conoscere” in fondo alla frase?! Che cos’è Cara pace, un libro interattivo in cui è lasciato al lettore il compito di costruire le frasi in italiano? Va bene, proviamo a riformulare la frase: ci sembra ragionevole un “lei ci aveva portato a conoscere Brian”. Ora, lettori, l’italiano è sì una lingua bella e versatile, ma fino a un certo punto: nel brano originale, “Brian” sembra essere complemento oggetto, e “ci” un complemento di termine. Nel brano ricostruito, invece, “ci” sembra essere un complemento oggetto. Chi è portato da chi? Che cosa succede? Non lo sapremo mai, perché Lisa Ginzburg non è di quel partito favorevole alla chiarezza, alle cose semplici: alla nostra autrice piace crearci degli intoppi, ecco perché ha scartato la frase più lineare, che è anche quella più elegante. Mi spiace, potete leggerla soltanto in questa recensione: “lei ci aveva presentato Brian”.

Proseguendo la lettura del romanzo, capiamo che Lisa Ginzburg ha un autentico feticismo per le frasi ingarbugliate. Un altro esempio:

Timido, gli occhi di un nero carbone, scuri come a Gloria era sembrato di non averne mai visti uguali.

Quanto è inutilmente prolissa la seconda parte della frase! È tanto dispersiva che è necessaria una particella pronominale per ricordarci del complemento oggetto. Non sarebbe stato meglio scrivere “i più scuri che Gloria avesse mai visto”? Sì, è un po’ banale, ma d’altronde lo è anche la similitudine tra l’iride scura e il carbone…

Dobbiamo anche avere ben presente che a narrare tutto quanto è Maddalena. Ora, Maddalena è laureata in lingue e ha sposato un delegato Unesco: perché si esprime come la diabetica scoreggiona de L’anno che a Roma fu due volte Natale? E non mi riferisco soltanto alla grammatica sottoposta a chirurgia non necessaria. L’eloquio di Maddalena è davvero molto terra terra:

Due Whatsapp per fissare un appuntamento telefonico.

Due Whatsapp”? Magari “due messaggi su Whatsapp”, no? Va bene, va bene lettori, so a cosa state pensando, sono diventata pedante e intransigente. Solo perché donna è acculturata e altolocata, non vuol dire che debba esprimersi come Fusaro. Sì, è che… be’, sarei d’accordo con voi, se non avessi letto di una Nina preadolescente che definisce Seba un “esagitato”:

«Chi lo decide il nostro ritmo, Maddi?»
«Lo decidono i grandi».
«I grandi…? Non ci sono più grandi, qui».
«Papà cos’è, Nina?»
«Papà? Un esagitato. Niente di più, niente di grande […]»

Nina, la sorella più scapestrata, più impulsiva e meno istruita, pronuncia con disinvoltura la parola “esagitato”, non proprio tipica del gergo giovanile. A me sembra proprio che Lisa Ginzburg non scelga con cura le parole da far pronunciare ai suoi personaggi…

Basta, voglio terminare l’analisi dello stile. Ma non prima di aver riportato il passo di Cara pace che più ho amato:

Marcos era il cugino di Angela, la donna che aveva fatto da balia a Gloria a Pérez, il suburbio di case basse e lamiere a pochi chilometri da Rosario dove lei era nata.

Vedete, lettori, una delle maggiori difficoltà per uno scrittore è di offrire sufficienti informazioni senza rallentare il ritmo narrativo. Purtroppo, gli scrittori poco esperti cadono nella trappola dell’infodump. Gli scrittori poco esperti. Lisa Ginzburg è su un altro livello: non propone un banale infodump, la nostra autrice concentra tutte le informazioni in un periodo abominevole, una logorrea in cui al nome di ogni nuovo personaggio o luogo segue un inciso che ne definisce le caratteristiche. Notevole.

Ehi, mi ricorda qualcosa…

In conclusione… in conclusione c’è ancora qualcosa di strano che non ho messo in luce. Non abbiamo già letto di un rapporto fra due sorelle, di cui una è un’affascinante testa matta, e l’altra, la controparte più razionale, è la protagonista e la voce narrante? Non abbiamo già letto di una donna che vive in Francia (très chic!) e che poi torna in Italia, dove affronta i propri fantasmi? Non abbiamo già letto di una protagonista che ci parla di un suo grande amore, con cui ha una posata e coscienziosa relazione stabile? Non abbiamo già letto di un Piero? Be’, in Cara pace si chiama Pierre, ma… ma sì, è Borgo Sud! Però c’è il colpo di scena: è Borgo Sud successivo a Cara pace, non il contrario. Voglio essere chiara: non sto accusando nessuno di plagio. Ma non posso sorvolare sul fatto che due romanzi in corsa per lo Strega raccontano più o meno la stessa cosa. D’altronde, se proprio vogliamo dirla tutta, abbiamo già letto anche di madri mammevére che splendono e di mamme che sembrano bellezza.
Pertanto, in conclusione ritorna ciò che avevo detto all’inizio: Cara pace è la prova che in questo Premio Strega 2021 si prediligono storie masticate, rimasticate, mezze digerite, masticate ancora e infine rigettate. Ma se vi siete sempre domandati come sia un libro dopo essere passato per rumine, reticolo, omaso e abomaso, io vi consiglio di dare un’occhiata a Cara pace. Sono certa che darà risposta alla vostra curiosità, e se vi siete già precipitati in libreria… io vi auguro buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

Potrebbero interessarti anche...

Che cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Una risposta

  1. Laura Leuratti ha detto:

    Brava, hai esposto in maniera chiara e brillante i punti deboli (tanti) del libro (anche se ti sei trattenuta: che dire, per esempio, dell’entusiastica trovata del ‘cara pace/carapace’ che l’autrice si sente in dovere di spiegare più volte al lettore? O di alcune scelte stilistiche inopportune -il fondoschiena di mia mamma e mia sorella: sensazionale,-, espressione non proprio tipica da parte di una figlia/sorella, soprattutto se ad essa corrisponde un’entusiasmo che nemmeno Morticia della famiglia Addams…) E mi hai consolato! Sono appena uscita da un gruppo di lettura in cui la maggior parte delle lettrici sosteneva che la storia era interessante e i personaggi ben descritti!
    Alla prossima,
    Laura