Buonvino e il caso del bambino scomparso – Walter Veltroni

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In sintesi:

buonvino e il caso del bambino scomparso thriller di walter veltroni edito da marsilio

Dopo aver sbrigato la faccenda dei corpi straziati – nulla di straordinario, in fondo lo pagavano per questo –, il commissario Buonvino era tornato alla sua routine.

Il politico perde il pelo ma non il vizio

Quando vi accorgete di aver prodotto un disastro irrimediabile, che cosa fate? Se siete risoluti, vi rimboccate le maniche facendo tabula rasa dei vostri precedenti punti fermi. Se siete un po’ emotivi, radete al suolo il vostro lavoro e vi mettete a piangere. Se siete rinunciatari, gettate nella spazzatura la vostra opera e vi dedicate ad altro per il resto della vita. In ogni caso, non perseverate, perché siete delle persone sane e normali.
Be’, tutto ciò che ho detto non vale per i nostri politici. Ad esempio, uno (non) fa il Vicepresidente del Consiglio, e poi ha la bella idea di (non) fare il sindaco della più popolosa città italiana. Uno fa il segretario di un partito che non vince, e poi, quando il partito vince, lo sfascia per farne un partito incasinato e perdente. Uno scrive un romanzo folle, alieno e… e poi ne scrive un altro. Esatto, lettori, Walter Veltroni è tornato. Ispirato forse da storie apparse su Topolino, stavolta il nostro autore ha scelto il titolo Buonvino e il caso del bambino scomparso. Già, meglio procedere direttamente con l’analisi della trama.

Buchi per far respirare la trama

Sì, so che l’avete visto, proprio lì nel titolo, ma per ora lasciamo perdere, prometto che ci ritornerò. Giovanni Buonvino si gode il meritato trionfo per aver risolto i truculenti omicidi avvenuti a Villa Borghese. La sua squadra è un po’ cambiata, qualcuno se n’è andato, l’agente “nero” Cecconi è stato a tutti gli effetti promosso “mulatto”, e…

[…] Buonvino, alla gentile proposta di avvicendamento avanzata dal dipartimento, aveva risposto di no. Si sarebbe tenuto i suoi uomini e la sua donna, la meravigliosa Robotti, sempre con lui. Al suo fianco. Uno era grasso e narcolettico, un altro miope come una talpa e segnato da una vicenda familiare terribile, un altro ancora era un agente-bonsai, e così via. Ma erano persone meravigliose e ottimi poliziotti. Le due cose insieme. Non li avrebbe scambiati con nessuno, nemmeno con Starsky e Hutch.

Be’, in generale le cose sono sempre le stesse, ci sono ancora il ciccione narcolettico, l’ipovedente e il nano. Perché ehi, fa sempre ridere. Soprattutto ride Buonvino, ecco perché non scambierebbe i suoi uomini e “la sua donna” (che non è proprio sua, come fa intendere l’infelice espressione, è sempre proprietà di Cecconi) con nessuno. Tuttavia, il nostro commissario ha motivo di farsi presto serio: anche nella sua “timeline”, infatti, il mondo è precipitato nella pandemia di COVID-19. Eh sì, tutto sembrava andare per il meglio…

E poi era arrivata la valanga. Un fiocco di neve proveniente dalla lontana Cina. Buonvino pensava di ricordarlo, il momento in cui tutto era cominciato. Su Rai 3, era solito guardare la trasmissione scientifica Tgr Leonardo: la giornalista del programma, sarà stato gennaio, aveva parlato, senza darle troppo peso, di una strana influenza nella provincia di Wuhan.

A parte la tremenda metafora del fiocco di neve, la premessa è interessante. La squadra di Villa Borghese dovrà darsi da fare per portare aiuto là dove il COVID-19 ha fatto danni? Buonvino dovrà affrontare un criminale capace di sfruttare a proprio vantaggio la pandemia?
Nah, la pandemia è pizzosa, almeno secondo Veltroni. Buonvino prende atto della situazione, si adegua alla quarantena, si sforza di pensare un paio di banalità filosofiche per razionalizzare, commenta i fatti con elucubrazioni incomprensibili. Se ne va qualche capitolo, non molti, poi la quarantena si allenta e comincia l’azione che ci interessa davvero. Della pandemia possiamo anche dimenticarci.

Ebbene, ripristinate le normali funzioni, al commissariato di Villa Borghese arrivano dei rinforzi: un agente, tale Stefano Cavallito, e una poliziotta di nome Veronica Viganò. Il primo non piace a nessuno, principalmente perché non si genuflette davanti al mulatto Cecconi, mostrandosi dunque un tremendo razzista. Veltroni ci descrive così il carattere di Cavallito, cogliendo l’occasione per ricordare una volta di più le tare degli altri agenti del commissariato:

Si sentiva, in fondo, il più normodotato. Uno era basso, l’altro grasso, uno era miope, l’altro addirittura mulatto, e c’era persino una donna…

Buonvino è davvero insofferente nei confronti del nuovo agente, non solo perché è un pericoloso razzista, e perché ci prova goffamente con la Robotti, ma anche perché ha un tono di voce da soprano. Già, Buonvino è il primo a lasciarsi condizionare da aspetti fisici che trova fastidiosi… va bene, non importa. Almeno il nostro commissario è contento della Viganò: la trova attraente, le ricorda il suo sogno erotico, Alida Valli. Com’è, come non è, a un certo punto finalmente si presente un nuovo caso da risolvere. Cioè, non è “nuovo”: è un cold case, la scomparsa di un bambino avvenuta undici anni prima, nel 2009. La sorella del piccolo Aldo Nodari, una venticinquenne di nome Daniela, si rivolge a Buonvino perché riesca a far luce sulla sorte del fratello. Vivo, morto, non importa che cosa si troverà: Daniela vuole una risposta, non solo per sé, ma anche per sua madre, nel frattempo impazzita per il dolore. Dolore causato dalla scomparsa del figlio e dal suicido del marito, Girolamo Nodari, pure lui sopraffatto dagli eventi. Per Daniela, Buonvino è l’ultima speranza: ma la donna crede che sia una speranza ben riposta, questa volta, perché sa anche lei come tutti di che cosa è capace il nostro commissario. Insomma, assicurare alla giustizia in poco tempo il primo e unico serial killer di Villa Borghese non è cosa da poco, non è vero?

Buonvino accetta di riaprire il caso e organizza i suoi uomini. Due piste: il rapimento da parte di un pedofilo, oppure una vendetta contro Girolamo Nodari, finanziere invischiato in affari non troppo puliti. Non preoccupatevi, lettori, fra buchi nell’acqua, indizi inconcludenti e difficoltà varie, alla fine gli uomini del commissariato di Villa Borghese riusciranno a dipanare la matassa, portando alla luce una verità sorprendente, tenuta nascosta per più di un decennio.

Suspense, per favore

Be’, se avessi il compito di promuovere il romanzo, credo che scriverei pressappoco queste cose. Ma poi mi sentirei tremendamente in colpa, perché così vi avrei forse stimolato un po’ la curiosità, facendovi credere di poter leggere un giallo tutto sommato carino. Non un capolavoro, ma qualcosa che si lascia leggere con piacere, via. No.
Benché il (vero) marketing abbia incoronato Veltroni “maestro del thriller”, il nostro ex sindaco non ha idea di che cosa sia un thriller. Vi ho detto che in Buonvino e il caso del bambino scomparso i poliziotti finiscono in vicoli ciechi e fanno più di un buco nell’acqua: bene, ma in un thriller come si deve anche i fallimenti hanno un ruolo nella trama! Non c’è mai nulla di inutile, un indizio che complica il caso, o che porta fuori strada, può essere uno spunto di riflessione per il detective: proprio grazie all’inciampo, l’eroe si rende conto che le sue intuizioni sono incomplete, o incoerenti, giusto per fare due esempi. Ma le peripezie e gli intoppi servono anche a creare la suspense, il senso di angoscia e di eccitazione che giustifica il nome di “thriller” affibbiato a un romanzo. Ecco, niente da fare, per Veltroni i buchi nell’acqua sono dei buchi nell’acqua (e nella trama) da dimenticare. Le indagini del romanzo, in effetti, sono dei semplici tentativi “brute force”: i nostri eroi battono tutte le possibili strade e vanno avanti finché non hanno fortuna e trovano l’indizio chiave, quello che, da solo, rende all’improvviso comprensibile il puzzle.

Che poi, dite voi giustamente, chissà che “brute force”, le piste seguite sono due! Appunto, una delle due finisce nel vuoto, l’altra ovviamente si rivela quella giusta. E come? Dovete sapere, lettori, che Daniela presenta a Buonvino l’ultimo filmato che ritrae Aldo, poco prima della scomparsa. Ebbene, solo alla fine del romanzo i nostri eroi si accorgono che proprio nel filmato compare il rapitore di Aldo, l’ultima persona sospetta rimasta, l’ultima su cui concentrare l’attenzione. Bingo! Da quel momento in poi non c’è più nessuna difficoltà, il colpevole si arrende e il mistero si risolve. Tutti gli indizi “a vuoto”, per così dire, sono assolutamente acqua con cui allungare il brodo, non hanno davvero nessun ruolo neppure per ciò che riguarda lo svolgimento delle indagini. Ad esempio, c’è un indizio sconvolgente, di cui vi parlerò meglio, che in un primo tempo attira l’attenzione: bene, non solo Buonvino uccide la tensione mandandolo immediatamente in laboratorio e non considerandolo più per molti, molti capitoli, ma pure, quando poi si viene a conoscenza dei risultati degli studi su di esso, uno dei personaggi semplicemente dice qualcosa come “ah, quello è mio, non c’entra niente” e, puff!, l’indizio scompare del tutto dal romanzo. Sì, voi direte che il lettore di Buonvino e il caso del bambino scomparso si concentra proprio su quell’indizio e poi c’è un colpo di scena, deve ricominciare daccapo: ma non è così che si avvince il pubblico! Questo è un tentativo molto puerile, dilettantesco, di costruire un giallo: un buon romanzo del genere presenta sottigliezze che sviano il lettore perché hanno un’interpretazione facile, immediata, e sbagliata, e un’interpretazione non evidente (ma plausibile) che le rende in ogni caso tappe verso la soluzione del crimine. Certo, capite che non è semplice architettare simili elementi narrativi: ecco perché abbiamo dei grandi giallisti e dei giallisti della domenica, capaci solo di dirvi “è quello, è quello, è quello!” e poi… “nah, non è quello”. Be’, giusto, oggi “giallisti della domenica” è offensivo, meglio “maestri del thriller”.

So che volete farmi notare un’altra cosa: effettivamente le indagini si svolgono spesso proprio come dice Veltroni, cioè con un metodo “brute force”. Gli Ercule Poirot e i Lincoln Rhyme non esistono, o sono rarissimi. Certo, vi do ragione, però vi propongo questa domanda: perché leggete di Poirot e di Rhyme, e non vi divertite invece con verbali desecretati e atti di processi? Ve lo dico io perché: perché sono noiosi. La realtà spesso supera la fantasia, però è quasi sempre più pizzosa della fantasia, ha molto poco di artistico: e quando leggiamo un romanzo, specialmente un thriller, cerchiamo tanto eventi straordinari quanto una narrazione straordinaria. I fatti, in un romanzo in generale, non possono soltanto essere dati, devono essere raccontati, e raccontati bene. Ecco perché è assurdo modellare un giallo direttamente sulla realtà: il pubblico può trovare alcuni eventi, nulla più, e non può goderseli. A riprova del fatto che Veltroni non sa scrivere un thriller (anche se temo non sappia scrivere e basta), considerate che la soluzione stessa del caso è totalmente contraria alle buone norme che dovrebbe seguire un autore. Già, la confessione finale è un “infodumpone” da manuale, non c’è proprio verso di ricostruire la scomparsa di Aldo sulla base degli elementi raccolti durante la lettura: tutto deve essere spiegato alla fine, neanche fosse un episodio di Scooby-Doo.
E se credete che questo sia il peggio, dovete ricredervi, perché Veltroni è capace di peggiorare il peggio. L’infodump, infatti, non è neppure declamato dal cattivo: il colpevole confessa, sì, ma poi è Buonvino a fare da trasmittente, raccontando ai suoi che cosa ha detto il disgraziato, ricostruendo i fatti:

Buonvino […] aveva riunito i suoi agenti incaricati del caso […] nel proprio ufficio. Nessuno di loro aveva partecipato al confronto con l’accusato, ed erano tutti all’oscuro dei contenuti della sua confessione piena. […] «La storia che [il colpevole] ci ha raccontato è quella che avevamo già intuito: […]»

Perché, accidenti?! Se gli agenti hanno “già intuito” come sono andate le cose, perché Buonvino ricorda loro ciò che già sanno? Anche assumendo che gli altri componenti della squadra non abbiano partecipato alla confessione (un bel tentativo di “paraculata”, subito contraddetto appunto da quel “avevamo già intuito”), perché il nostro commissario riferisce parola per parola la confessione del colpevole, quasi lo interpretasse? Non ho potuto riportare per intero il brano, ma credetemi: Buonvino fa letteralmente le voci. Andiamo, è ovvio che si tratta di una trovata ridicola, dilettantesca. Però lo ripeto, perché è ovvio a tutti, tranne che a Veltroni.

KKK razzista cercasi

Il nostro maestro, dunque, non sa imbastire un giallo. Come ha fatto a riempire le pagine del libro? Be’, la soluzione è semplice: la (non) trama principale è parassitata da sottotrame totalmente evitabili e molto, molto cringe. Ad esempio, c’è la grande sottotrama del razzismo. Sì, vi ho detto che Cavallito si dimostra subito un elemento perturbatore:

«Non l’ha [Cecconi] salutato. Ha riabbassato la testa e ha ripreso a mandare messaggi col cellulare. Commissario, ma ’sto Cavallito è del Ku Klux Klan? O è solo stronzo?»

«L’ha scelto lei, quindi ci fidiamo, però nessuno può permettersi di non salutare Cecconi perché non è bianco, caspita.»

«L’ho scelto io, ma nella scheda non si sentiva quella voce stridula, e non era specificato che fosse una caricatura di Spencer Tracy in Indovina chi viene a cena?. Vabbè, adesso gli parlo, tranquillizza tutti.»

E Buonvino mantiene la parola: fa la paternale a Cavallito, riportando alla calma i suoi isterici agenti. Certo, abbiamo già notato che il nostro commissario non è proprio l’uomo migliore per risolvere i problemi derivanti dai pregiudizi estetici: Veltroni però è assolutamente convinto che il suo eroe fissato con altezza, peso e abilità fisiche sia un esempio di tolleranza, perché ci informa senza tentennamenti che a “Buonvino le […] apparenti imperfezioni – basso, grasso, miope… – sembravano delle straordinarie specialità”. E va bene così, se ci crede Veltroni…
Ad ogni modo, dal confronto fra Buonvino e Cavallito scopriamo che il novellino razzista è… è un “non razzista”! Eh sì, a quanto pare Veltroni è un altro adepto di quella setta che ritiene non possano esistere uomini violenti, stupidi o semplicemente malvagi: il “nerd coatto” (parole di Buonvino) Cavallito si comporta da “stronzo” perché ha subito un trauma. Il fratello tossicodipendente è stato ucciso da un’overdose causata da una partita di droga tagliata male, vendutagli da… oh, via, vale la pena che vi riporti le esatte parole di Cavallito:

«Io non sono razzista. I miei hanno sempre votato a sinistra, e pure io l’ho fatto. Ma il problema è che… Posso chiudere la porta?» […] «Quella faccia non la dimenticherò mai. Era un ragazzo mulatto. Fu arrestato. Era stato lui a uccidere mio fratello. «Da allora, glielo confesso, non riesco a essere coerente con i valori della mia famiglia. […]»

Ah. Lettori, vorrei poter rendere efficacemente le risate che mi sono fatta leggendo queste parole. Passi la precisazione sul “votare a sinistra” (evidentemente Veltroni non ha ancora superato la sua fase politica) e passino anche i “valori della famiglia”, come se fossero valori esclusivamente associabili alla “sinistra”: ma perché diavolo lo spacciatore è “mulatto”? Possibile che Veltroni non abbia ancora capito che cos’è un mulatto? Non ho controllato le statistiche, ma non credo ci siano così tanti spacciatori mulatti in Italia: molti sono neri, originari dell’Africa subsahariana, molti sono proprio italiani, molti sono dell’Est Europa e molti altri ancora sono nordafricani. Bisognerebbe avere una certa fortuna per beccare uno dei rari spacciatori “di sangue misto” (perdonatemi l’espressione). Ma a me viene il sospetto che Veltroni davvero classifichi gli esseri umani solo sulla base del colore della pelle: per lui ci sono i bianchi, i neri, e quelli con le gradazioni intermedie, cioè i “mulatti”. A riprova di ciò, vi ricordo che in Assassinio a Villa Borghese il nostro maestro del thriller aveva definito “politicamente corretto” affibbiare a Cecconi l’aggettivo “mulatto”, non rendendosi conto che “mulatto” è alquanto offensivo. E se in Assassinio a Villa Borghese Veltroni aveva dato un calcio al politicamente corretto, usando la parola “nero”, in Buonvino e il caso del bambino scomparso si pente, offendendo involontariamente Cecconi per tutto il tempo, proprio qualificandolo come “mulatto”.
Va bene, queste sono elucubrazioni tra me e voi, lettori, Buonvino se ne frega di che cosa è esattamente un mulatto. Ascoltata la triste storia di Cavallito, il nostro commissario risolve tutti i guai, redimendo l’agente grazie all’insegnamento di una grande verità:

[…] sono certo che razionalmente capisci che se un delinquente ha la pelle scura questo non vuol dire che tutti i neri e i mulatti siano dei criminali. Ogni essere umano è diverso da un altro.

Grazie paparino. E dire che basterebbe così poco per eliminare la piaga del razzismo…
Tra l’altro, notate un’ulteriore prova di ciò che ho congetturato: per Veltroni gli esseri umani con “la pelle scura” si dividono in “neri” e “mulatti”. Perciò prendete nota, d’ora in poi sarà così: nigeriano=nero, magrebino=mulatto. Scrivetelo sul palmo della vostra mano!

You got the dud!

Il tema del razzismo serpeggia lungo tutto il romanzo, assumendo a volte forme ancora più imbarazzanti, come quella del cattivo personaggio italiano che dichiara: “Potrei procurarmi un bambino battendo altre vie, che so, rubandolo in un campo rom”. Evviva, abbiamo ribaltato il luogo comune sugli zingari che rapiscono i bambini! Mi piacerebbe farlo, ma non posso proprio dilungarmi, ci sono ulteriori sottotrame che meritano un commento.
L’ipovedente poliziotto Portanova, solo, mentre porta a spasso il cagnolino si invaghisce di una donna che lo saluta dal proprio appartamento. A un certo punto, la donna non si fa più vedere e Portanova è triste. Ci pensa Buonvino a indagare e a risolvere la faccenda. Ehi, che bella storia, ma Buonvino non dovrebbe indagare sulla sparizione di Aldo? Dovrebbe, ma preferisce fare il cupido in questa sottotrama che compare con un “pop!” in punti casuali del romanzo, senza preavviso. E Buonvino non si occupa solo degli affari amorosi altrui (come già faceva in Assassinio a Villa Borghese), stavolta si dedica anche a sé stesso: esatto, vive una sfigatissima love story con l’agente Viganò. Cioè, non è proprio una love story, più che altro Buonvino sogna a occhi aperti, al più chiacchiera con la poliziotta cercando di scoprire i suoi gusti e il suo passato. Solo alla fine il nostro eroe porta a cena la Viganò, al ristorante del Bioparco di Roma, uno dei peggiori della città. Sì, il ristorante esiste davvero, e davvero ha cattive recensioni si Tripadvisor. Per qualche motivo Veltroni si diverte a prenderlo in giro, ma grazie al cielo poi si distrae, descrivendo l’epilogo della serata:

Buonvino sbagliava volontariamente percorsi che conosceva ormai a menadito. Aveva bisogno di tempo. […] Lui le chiese con gentilezza se le dispiaceva che la baciasse.
«Posta così, sarei scortese a dire di sì» sorrise Veronica.
Fu il sovrano dei baci, carico di promesse. […]
Buonvino temeva solo che da un momento all’altro arrivassero i suoi agenti con una torcia e li illuminassero impietosamente dicendo in coro, con uno stupido sorriso sulle labbra: «È andata bene allora?»

Grazie al cielo. No, grazie al cielo un corno, perché quell’approccio da totale sfigato, perché rovinare tutta la scena con i pensieri burleschi di Buonvino? Ecco, è una bella domanda. E, se consideriamo meglio il modo in cui la vena buffonesca di Veltroni rovina la sottotrama dell’amore fra Buonvino e la Viganò, dobbiamo uscirne davvero esterrefatti, perché è rovinare un elemento che di per sé rovina il romanzo.

Già, queste sottotrame non soltanto sono inutili perché non si connettono in nessun modo alla trama principale (perché parlare del razzismo, se il tema è la scomparsa di un bambino e non, ad esempio, la violenza subita da una donna africana?), sono anche incredibilmente stonate con le parti truculente di Buonvino e il caso del bambino scomparso. Ah, non ve l’ho detto? Be’, il copione è lo stesso di Assassinio a Villa Borghese: ci sono molte scene crude, pulp, talvolta apertamente terrificanti. Basta considerare il titolo (ve l’avevo detto che ci sarei tornata): di nuovo abbiamo un crimine che coinvolge un bambino, una situazione che non si può inserire in un contesto ridicolo, perché il pubblico è naturalmente incline a reagire male, se si fa del male a un bambino. Niente da fare, Veltroni è fissato con i bambini: con i bambini e con le scemenze buffe. Perciò troviamo di nuovo una manica di macchiette che cazzeggiano allegramente mentre “indagano” su una vicenda terribile.
Vi tranquillizzo, in Buonvino e il caso del bambino scomparso non leggeremo di piccoli corpi smembrati e di teste mozzate a mo’ di trofeo. In compenso, c’è il bellissimo momento in cui Daniela ricorda il suicidio del padre, avvenuto proprio davanti ai suoi occhi. Girolamo Nodari, infatti, si suicida gettandosi dal settimo piano, proprio nel momento in cui Daniela esce dal palazzo per andare a scuola. Indovinate un po’? È proprio la ragazzina, allora quattordicenne, a ritrovare il corpo:

«[…] Mi precipitai in strada e vidi un uomo, a terra, in una pozza di sangue. Non aveva più quell’espressione dolce sul volto, ma una maschera di terrore.» «Era mio padre.»

Girolamo Nodari voleva che fosse sua figlia a trovarlo, con quel rivolo di sangue che scorreva lungo la strada e il viso schiacciato contro l’asfalto.

Ehi, che bello, dopo questa scena che cosa ne dite di inserire un siparietto divertente? Veltroni è d’accordissimo, infatti subito dopo ci racconta delle abitudini alimentari di Buonvino:

«[…] Ieri ho mangiato uno stracchino che era scaduto dai tempi del governo Dini e, nonostante i miei sforzi titanici, ormai la polvere sui libri ha assunto forme laocoontiche.»

Capite che cosa intendo? C’è un continuo passaggio dal tragico al comico, con punte estreme da entrambe le parti (solo che il comico non fa molto ridere). L’effetto finale è orribile, straniante. Vi dirò, lettori, in alcuni punti avrei voluto richiedere un’interrogazione parlamentare per capire come sia stato possibile dare alle stampe un libro simile. Ad esempio, vorrei ritornare a quel famoso indizio inutile di cui vi ho parlato. Ebbene, non è un “mcguffin” qualsiasi, è la foto di un pene in erezione, ritrovata durante un’improvvisata perquisizione della cameretta di Aldo. Magnifico, stavolta niente bambini straziati, un puro esempio di pedofilia. Fermi, so che volete spezzare una lancia in favore di Veltroni: dopotutto, il suo romanzo tratta della pedofilia, è una delle piste sui cui indagano i poliziotti. Vi do ragione, si può certamente scrivere di pedofilia: ma bisogna farlo bene, considerando che è forse la più detestabile (e detestata) delle perversioni! Ecco, Veltroni fa un disastro: ci mette il carico da novanta, dicendo non solo che si tratta di una foto erotica (probabilmente) conservata da un bambino, ma pure che è la foto erotica di un minorenne. Infatti, a seguito degli accertamenti, si stabilisce che

«[…] il membro in questione non è di un adulto, ma di un ragazzo tra i quindici e i sedici anni. […]»

Andiamo bene! Qui si sta giocando col fuoco, almeno fosse per ottenere un effetto finale grandioso… Invece no, vi ho detto che l’indizio non serve a nulla: infatti, superata la metà del romanzo, Veltroni si sbarazza di tutto il morboso artificio, affidando a Daniela il compito di spiegare che…

«La settimana prima ero stata da un mio amico, uno un po’ più grande di me, e ci eravamo scambiati dei baci e dei discorsi, quelli che si fanno da ragazzi, quando si scopre il sesso… E poi, tornata a casa, nella posta elettronica avevo trovato quella foto, un suo autoscatto. […]»

Ah, niente di che, era solo sesso fra minorenni. E ora che abbiamo chiarito, possiamo tornare a occuparci di Portanova e del suo amore senile. Sì, come niente fosse, Veltroni ritorna a divertirsi con le sue macchiette, esponendo tattiche di rimorchio da commedia sexy anni Settanta (“«[…] ha funzionato, perché si è commossa. Tattica 329-bis sui vecchi manuali…» [afferma] Buonvino”) e facezie varie. E via così, fino alla fine: la vera fine, che non vi ho raccontato. E che non vi racconterò per non rovinarvi la sorpresa. Posso solo dirvi che è una situazione letteralmente da film dell’orrore, con i personaggi che non sfigurerebbero affatto in un film come Profondo rosso.

È un autentico personaggio

A proposito di personaggi… sì, l’ennesimo problema. E sempre fondato sull’esagerazione, sulla malsana commistione di tratti comici, demenziali, e tragici, horror. Vi dirò, quasi tutti i personaggi hanno una storia pregressa di lutti e di disgrazie strappalacrime. Di Daniela e di sua madre, Luisa, sappiamo; ma anche l’ipovedente Portanova ha perso qualcuno di caro, la moglie e la figlia, in un brutale incidente automobilistico. Ehi, anche la Viganò è vedova: suo marito, poliziotto, è stato investito in circostanze sospette da un camion senza targa. Poi c’è Cavallito, naturalmente, ve l’ho detto. Pure Buonvino ha un passato tragico: la sua ormai ex moglie ha abortito. E poi c’è un uomo coinvolto nelle indagini, tale Gilberto: ecco che cosa racconta agli agenti di Buonvino…

«Mia moglie è morta di ictus tra le mie braccia la notte di Capodanno del 2000 […]»

Come se non bastasse, Gilberto ha intrecciato una profonda amicizia con Luisa Nodari, amicizia interrotta dal rapimento di Aldo. Ah, e poi c’è il colpevole: non ci crederete, ma Aldo assomiglia al fratello del cattivo, morto giovane per un incidente col motorino.

E basta! Che cos’è questo accumulo di disgrazie? E tutte somiglianti, per giunta. Una storia personale toccante, straordinaria ed emotivamente “forte” deve avere un senso nel romanzo: di per sé cattura l’attenzione, inducendo il lettore a empatizzare con il personaggio, facendogli provare interesse per gli sviluppi narrativi. Se ci sono tragedie su tragedie, come fa il lettore ad appassionarsi a una di esse? In teoria, in Buonvino e il caso del bambino scomparso sarebbe sufficiente il dramma dei Nodari: già è troppo essere distratti dalla triste solitudine di Portanova, ma se poi pure il colpevole è un “vinto” su cui il destino si è accanito…
Oh via, anche se avesse dosato bene le dolorose fatalità e i traumi del passato, Veltroni non ce l’avrebbe fatta a caratterizzare i suoi personaggi come si deve. Consideriamo Luisa Nodari: la donna è sopraffatta dagli eventi, è una depressa cronica incapace di intrattenere relazioni. A onor del vero, c’è qualcosa di losco in lei, e il suo rapporto con la figlia Daniela ha più di un’ombra; però Buonvino e il caso del bambino scomparso ce la presenta comunque come una reclusa, un’anima inconsolabile intenta a dipingere e a distruggere quadri tetri. Una donna immersa nel suo mondo, obnubilata dalla musica altissima con cui tiene alla larga il mondo esterno. L’avete immaginata, giusto? Sguardo spento, poche parole sconnesse, distaccata. Bene, ecco come si presenta alla Robotti e alla Viganò, durante il primo incontro:

Luisa spostò gli occhi sulla figlia, poi di nuovo sulle due donne.
«Chi cazzo sareste voi due?»

Ehm, questa è una donna depressa che si è isolata dal mondo? Ma sembra il personaggio interpretato da Bill Murray in Ghostbusters! Che cos’è questo turpiloquio da cazzuto antieroe anni Ottanta? Stona tantissimo con il ritratto di una madre distrutta, sopraffatta nel corpo e nello spirito dal dolore. Ah, dite voi, forse Luisa è cattiva, non è veramente una madre affranta. Anche se fosse, vi rispondo, il suo atteggiamento sboccacciato e provocatorio è fuori luogo: una criminale capace di far del male al figlio non credete che sia… una psicopatica capace anche di mantenere un basso profilo? A maggior ragione dovrebbe mostrarsi addolorata, depressa. Inoffensiva. Be’, il maestro del thriller la sa più lunga di tutti noi, perciò gustiamoci le altre meraviglie di Luisa:

«Manco per il cazzo. Grazie per essere venute e grazie per essere andate via. E con te, Daniela, facciamo i conti dopo.»

Quando stavano per chiudere la porta dell’appartamento fecero in tempo a sentire solo un ultimo rumore proveniente dal terrazzo: una lunga, fragorosa, isterica, agghiacciante risata.

«Sono qui, teste di cazzo!», e poi una risata, quella risata. Le agenti alzarono gli occhi e videro Luisa in un terrazzino che sovrastava quello più grande su cui si trovavano. Indossava una minigonna vertiginosa, gialla, e una canottiera senza reggiseno. I capelli sembravano quelli di […] Maga Magò. […] Ginevra, guardandola dal basso, notò che non aveva gli slip, ma la cosa, con suo grande stupore, non la sconvolse più di tanto.

Non c’è bisogno che sottolinei la nota comica, quella similitudine con Maga Magò, vero? È proprio una sciccheria, in mezzo a quegli altri dettagli truci e sconci. Invece, devo farvi notare che perfino il personaggio di Buonvino è un incomprensibile pastrocchio. Alla solita fusione di tratti seri e demenziali, tratti che impediscono di classificare Buonvino sia tra gli eroi sia fra gli antieroi, per questo seguito di Assassinio a Villa Borghese Veltroni ha deciso di arricchire il protagonista di caratteristiche inquietanti. In particolare, sono molti i punti del romanzo in cui Buonvino si compiace di sé stesso e delle sue doti da “leader”. Sembra quasi che Veltroni abbia voluto farlo evolvere, da pasticcione alla Lino Banfi, a capo carismatico stile Jim Jones:

In poco tempo Buonvino era diventato leader, padre, fratello maggiore – che poi forse sono la stessa cosa – di quella squadra improbabile.

Buonvino era un teorico del gioco di squadra, non apparteneva a questo tempo di vanitosi malati di protagonismo.

Gli piaceva includere, far partecipare, far sentire tutti protagonisti e nessuno, mai, una semplice comparsa.

Era un capoclasse generoso, non uno di quei secchioni che non passano mai i compiti.

Insomma, Buonvino è diventato un dio generoso, come il buon Serse di 300. È ormai talmente superiore ai comuni esseri umani, per via della sua divina modestia, da essere una creatura che “non appartiene a questo tempo”. Lettori, ho il sentore che il maestro del thriller si sia reso conto che il genere è troppo angusto per la sua dirompente inventiva: state sicuri, Veltroni fra non molto inventerà una letteratura nuova, capace di fondere L’anno che a Roma fu due volte Natale, Er monnezza, Detective Conan e 1984.
Però, devo dire che Buonvino non si è totalmente trasfigurato sul monte Tabor. Sicuramente una caratteristica è invariata, rispetto a Assassinio a Villa Borghese: il nostro commissario è ancora un erotomane.

Un thriller erotico?!

Ah, qui volevate arrivare, vero? Il momento atteso da tutti, gli spezzoni a luci rosse. Come, siete stupiti? Be’, da un lato è giusto, che c’entrano episodi a luci rosse con un giallo che parla di bambini rapiti e di gag imbarazzanti? Non c’entrano nulla, ma nelle opere veltroniane sono essenziali. Già in Assassinio a Villa Borghese avevamo visto Buonvino interessarsi morbosamente alla vita di coppia altrui e darci dentro con lunghe “pratiche del godimento”. In Buonvino e il caso del bambino scomparso ritroviamo pressappoco le stesse scene. Di nuovo il nostro commissario trascura le indagini per aiutare un suo sottoposto ad accoppiarsi, e di nuovo si accoppia lui stesso. Ecco la bella scena, in cui Veltroni racconta che cosa segue al bacio finale tra Buonvino e la Viganò…

Si fecero poi cadere dolcemente vicino a una siepe che li riparava, dove si lasciarono andare, e fecero di più. Non tutto, ma di più.

Mi viene da piangere (per le risate). Oh andiamo lettori, perché dobbiamo leggere del protagonista che si infratta come un cane in calore? E perché quel “di più”? Dopo aver cercato di immaginare che cosa cela l’espressione, che cosa abbiamo guadagnato? In che modo il dettaglio migliora il romanzo, essendo sciorinato (tra l’altro) poco prima della terrificante chiusa horror?
Io temo che tali trovate non siano state inserite per migliorare il romanzo, bensì per migliorare l’umore di Veltroni. Il nostro autore infatti sembra avere un chiodo fisso, perché di simili dettagli ce ne sono a bizzeffe. Ad esempio, sappiamo che Portanova…

[…] da quando sua moglie era morta non aveva avuto rapporti con altre donne. Affondava il suo desiderio in un mondo di pornografia che lo intrigava ma, al tempo stesso, lo faceva sentire miserrimo. […] Nella sua immaginazione aveva fatto l’amore con mille donne e questo gli procurava – mentendo a se stesso – la sensazione di un meschino appagamento.

Santo cielo, ma lo sfortunato ipovedente è un personaggio tragico! Perché tirare in ballo la pornografia? Non mi ero mai imbattuta in una storia, scritta o filmata, che specificasse “en passant” che cosa fa un vedovo. E per una ragione: è ridicolo, è repellente, uccide la narrazione. È una di quelle cose che si sanno, ma che non si dicono e non si devono dire: il pubblico può immaginare che cosa fa chi ha perso il compagno o la compagna, però… non sente davvero il bisogno di immaginarlo, perché è un dettaglio pruriginoso, sgradevole e in definitiva inutile, a meno che la storia non tratti proprio dell’autoerotismo. Ma capite bene che un giallo su un bambino scomparso non c’entra granché con l’autoerotismo di un vedovo prossimo alla pensione.
Fa lo stesso, Veltroni non è un maestro del thriller per caso, lui osa ciò che la gente comune non oserebbe mai. E non ha i limiti della gente comune. Avete già notato altri exploit a luci rosse: l’indizio, letteralmente, “del cazzo” (per qualche motivo, Veltroni fa dire alle poliziotte che il pene è “certamente di un adulto”, prima di scoprire, non si sa come, che è certamente di un ragazzino: un modo per sottolinearne il calibro, forse?) e i genitali al vento di Luisa Nodari. Ma non crediate che sia finita qui. Un sospettato fa il pittore, indovinate un po’… di nudi femminili. No, non è questo, vi ho detto che Veltroni non ha limiti:

[…] la donna […], nuda, in quel momento non stava di certo posando.

Eccola, altra precisazione erotica evitabile. Il maestro del thriller architetta poi un riavvicinamento fra Buonvino e l’ex moglie, Lavinia, riavvicinamento che però fallisce, perché il commissario…

Si era […] convinto che […] un giorno, avrebbe ritrovato un’altra Ludovica o un Ludovico nel letto della sua donna.

Capito? Poiché un semplice tradimento è troppo poco, Lavinia è finita a letto con la collega Ludovica. Accidenti, lettori, volete spiegare a Veltroni che per scrivere un romanzo esistono altre fonti, oltre a PornHub? No, lasciate perdere, il nostro autore è talmente invischiato in questa storia del sesso, che le scene esplicite non bastano, ci sono anche degli autentici lapsus che emergono dalla scelta di certe parole e di certe metafore:

In quel periodo [il marito della Viganò] era impegnato in un’indagine sulla penetrazione della camorra in Romagna […]

Il suo [di Buonvino] ragionare si accoppiava con quello di un altro e ne generava un terzo. La procreazione delle parole.

Lettori, a questo punto è sicuro che il chiodo fisso è anche di Veltroni, e non solo di Buonvino. Buonvino che si comporta come un guardone durante e dopo la pandemia:

[Buonvino, durante la quarantena, vedeva sempre] un ragazzo e una ragazza, forse ventenni, [che] salivano sulla terrazza dei rispettivi palazzi e si mettevano l’uno di fronte all’altra. […] Una danza morbida, sensuale, come un rito di corteggiamento. […] ogni sera alla stessa ora […] quei due ragazzi facevano l’amore.

C’erano cigni di cattivo umore e fidanzati che si baciavano […]

E che in Buonvino e il caso del bambino scomparso ci siano davvero elementi a luci rosse, lo confermano queste peculiari descrizioni d’ambiente:

Lei era sempre perfetta, con il suo sorriso accogliente. Dietro le sue spalle si intravedeva solo un soffitto a cassettoni, illuminato da una calda luce rossa.

[…] una stanza illuminata di rosso, e un uomo, con in mano un bicchiere di liquido scuro, che muoveva in orizzontale dei piccoli, lievi passi di un ballo nascosto nella memoria.

Il fatto strano è che il primo è l’appartamento in cui vive la donna che ha rapito il cuore di Portanova, il secondo è l’appartamento di Buonvino. È un fatto strano perché o Veltroni non sa coscientemente che cosa simboleggiano di solito le luci rosse, e le ha inserite ancora per una sorta di lapsus, oppure lo sa benissimo e vuole comunicarci qualcosa. Che associato alla figura di Buonvino mi pare un po’ inquietante.

Primarie per eleggere il maestro del thriller

Lettori, sono esausta, e voi con me immagino. Devo ancora fare qualche appunto sullo stile. Niente di troppo complicato, è il solito stile di Veltroni, quello che abbiamo imparato a disprezzare con Assassinio a Villa Borghese. Anche se altre recensioni su blog scadenti apprezzano la penna del nostro autore (non ridete, nessun doppio senso), io vi avverto che in Buonvino e il caso del bambino scomparso si trovano: incisi a go go; iperbati evitabilissimi; citazioni su citazioni di film, libri e opere d’arte; virgolette aperte e mai chiuse; brutture varie. Ci sono inoltre brani alieni, contorti e incomprensibili, come questo, che tira in ballo la teoria dei giochi…

[…] una sensazione che sarebbe stato più corretto definire amarezza, o forse impotenza. Insomma, era una piccola cosa, ma in quel momento, nella sua assurdità, gli sembrò assolutamente significativa. Non poteva che essere un segno nella teoria dei giochi, come le biciclette rosse al parco, oltre che la prova, come se ce ne fosse ancora bisogno, della sua inguaribile solitudine […]

… o quest’altro, che storpia il noto detto “hai guardato, ma non hai visto”, eliminandone il senso…

Magari non tutti [gli agenti di Buonvino] vedevano bene, ma sapevano guardare, che è diverso.

… o quest’altro ancora, che ci propone un nuovo uso dei puntini di sospensione:

Gli [a Buonvino] raccontarono della visita […] nella stanza di Aldo e poi… … E poi, non senza imbarazzo, del ritrovamento di quel foglietto […]

Basta, lettori. Ma ve lo giuro: dovrei commentare ogni singola pagina di Buonvino e il caso del bambino scomparso. Io dico che davvero abbiamo un caso, un caso letterario. La pubblicazione di questi gialli veltroniani è un evento spartiacque nella nostra letteratura: sono convinta che le future generazioni ne parleranno, domandandosi come sia stato possibile diffondere un verbo simile. Sì, sarò sincera, Veltroni va letto, perché è un’esperienza unica e sconvolgente. Siete sempre coraggiosi ed esploratori dell’ignoto? Allora procuratevi una copia di Buonvino e il caso del bambino scomparso, ovviamente dopo aver sfogliato Assassinio a Villa Borghese: se lo farete, be’ forse ve ne pentirete, ma in ogni caso vi auguro una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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