Beata Gioventù – Vincenzo Galati

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In sintesi:

beata gioventù romanzo di vincenzo galati edito da oakmond publishing

Siamo vecchi e poveri, la miseria la vediamo passeggiare per casa, e l’amicizia è il nostro unico lusso: a volte è l’unica cosa che ci aiuta a vivere. Lei, nella sua avidità, ha distrutto delle amicizie che duravano da decine di anni.

Folle gang di vecchietti

Che cosa succede quando un’anziana signora settantenne perde una sua cara amica? Si deprime, si rattrappisce in sé stessa, si rammarica pensando ai bei momenti passati insieme, alla giovinezza per sempre andata perduta. È a questo cliché che state pensando, lettori?
Be’, spero di no. Se appunto non vi piacciono i tristi cliché, siete in buona compagnia, perché evidentemente non piacciono nemmeno a Vincenzo Galati: nel suo giallo, intitolato Beata gioventù, ha messo insieme in una folle gang alcuni simpatici vecchietti, determinati a far crollare i residui pregiudizi sulla terza età.

Tutto comincia con un piccolo annuncio su Il Secolo XIX: il negozio di antiquariato “Arte e Antichità” offre ai cittadini genovesi una valutazione gratuita di vecchie suppellettili, ninnoli datati e cimeli di famiglia. Dopotutto, si sa che nelle soffitte e nelle credenze dimenticate si celano tesori! E se non ci sono tesori… almeno ci si può disfare di certe inutili brutture buone solo ad accogliere la polvere. È proprio ciò che pensa Olga, la vivace settantenne protagonista della nostra storia: “Arte e Antichità” le dà l’occasione di disfarsi di un’orribile teiera di peltro, ricordo del defunto marito Oscar.

Un piccolo tesoro

Al negozio di antiquariato, Olga incontra una sua cara amica, Anna. Anche Anna è vedova e pure lei ha deciso di portare un oggetto donatole dal marito, ma il suo è un po’ più dignitoso: una moneta antica. Anna e Olga non sono delle esperte di numismatica, perciò non sospettano nemmeno l’immenso valore di quel piccolo cimelio, di quelle cinquanta lire in oro di Vittorio Emanuele II, cinquanta lire del 1864. Come è spiegato poi nel romanzo, si tratta di una moneta preziosissima, perché…

[…] è una moneta molto rara, una delle più ricercate al mondo e la più apprezzata del Regno d’Italia, il cui valore collezionistico supera di gran lunga quello del suo contenuto in oro, anche grazie alla sua richiesta sul mercato.

E infatti non passa molto tempo prima che qualcun altro, ben più esperto, la noti. Mentre Olga è impegnata a far valutare la teiera dall’esperto d’arte, Anna viene uccisa con un’arma bianca e la preziosa moneta sparisce.
Per Olga, ovviamente, non può trattarsi di un caso: chi ha ucciso Anna l’ha fatto per impossessarsi proprio della moneta. La polizia, tuttavia, accoglie con distacco e scetticismo l’opinione di Olga, la quale si decide a intraprendere delle indagini per proprio conto.

Trama semplice, ma gustosa

Ecco, proseguendo con la lettura, capiamo che Beata gioventù non è uno di quei gialli dalla trama spettacolare, piena di colpi di scena, con un finale sorprendente. Olga riesce a intrufolarsi senza troppa fatica nell’appartamento di Anna e senza troppa fatica riesce a trovare il certificato di provenienza delle cinquanta lire. Indovinate? Sempre senza troppa fatica riesce pure a rintracciare Danovaro, un uomo che era al negozio d’antiquariato il giorno del delitto. E chi credete che sia, un tizio qualunque? No, guarda un po’, questo Danovaro è proprio un collezionista di monete e di pugnali. E alla voce “professione” della sua carta d’identità c’è scritto: “potente uomo d’affari, invischiato con la malavita”.

Insomma, la trama scorre liscia come l’olio, senza grossi intoppi per la nostra Olga. Ma dovete fare attenzione, lettori: questo non è necessariamente un problema in un giallo.
Intendiamoci, per La disciplina di Penelope la trama appianata era uno dei tanti difetti; per il giallo di Galati, invece, è a mio parere quasi un punto di forza. Il nostro autore costruisce una trama semplice, che però non fa correre il rischio di annoiarsi: a dare pepe alla storia sono le rocambolesche imprese di Olga e dei suoi amici del centro anziani “La Gabbianella”, tutti determinati a mettere in manette l’ignobile Danovaro. Questo dobbiamo avere ben chiaro: Beata gioventù vuol dare risalto ai personaggi più che all’intreccio, dunque la linearità della storia esalta la caratterizzazione dei pensionati.

Lupin della terza età

Con i suoi personaggi, appunto, Galati spinge al massimo la fantasia: i suoi vecchietti fingono false identità, rubano tassì, monete e lettere private… e adoperano stratagemmi che farebbero invidia a Lupin. A un certo punto, riescono perfino a sequestrare Danovaro, costringendolo a consegnare a Olga le prove sufficienti perché la nostra protagonista possa inchiodarlo.
Come costringono Danovaro? Tranquilli lettori, i nostri adorabili vecchietti non alzano un dito contro il cattivo. Anzi, Olga si premura che abbia perfino dei romanzi a disposizione per non annoiarsi. Diciamo che Danovaro non è proprio costretto ad accusarsi, è che ha delle debolezze insospettabili

«Allora, vogliamo parlare delle vecchie lire in oro?»
Danovaro respirò forte, e si diede un’occhiata in giro, «No. Voglio parlare dei pasti.»
«I pasti…» Questo Olga non se lo aspettava «C’è qualcosa che non va?»
«Tutto.» Danovaro si mise a sedere e puntò il dito contro Rina. «Quella donna non sarebbe in grado nemmeno di trovare l’acqua nel mare. Non riesce ad aprire una scatola di biscotti se qualcuno non l’aiuta; non sa nemmeno far bollire un uovo! […]
Senta, mi faccia il favore. Le faccia mettere un po’ di zafferano nel riso, e dei semi di cumino o di finocchio nel cavolo.» Fece un lungo sospiro. «Con dieci euro si risolve tutto. Ecco, forse anche qualche chiodo di garofano nel brodo…» […].

Insomma, a Danovaro non piace la cucina dei vecchietti: e tanto basta per fargli quasi preferire la stretta della giustizia.

Di giorno un cantiere, di sera un sequestro

Lettori, se perfino il cattivo della storia ha i suoi momenti comici, è chiaro che l’intento di Beata gioventù è principalmente di divertire il lettore, offrendogli occasioni di puro svago, non efferati omicidi e killer maniaci.
In effetti, tutto Beata gioventù è intriso di umorismo, come se il narratore se la stesse ridendo continuamente sotto i baffi. Ad esempio, i nostri anziani sono sì capaci di sequestrare un potente uomo d’affari con un tassì rubato, ma il narratore nel descriverli non si distacca dai classici (e sempre spassosi) stereotipi:

Olga aveva la faccia raggiante di chi ha appena urlato tombola a una festa parrocchiale.

«Non so quale sia la ragione ma personalmente sono felice di essere qui» disse Pasquale, «non ne potevo più di guardare i cantieri.»

Mentre camminava Rosa brontolava qualcosa fra sé, maledicendo i calli e quell’orribile tempo umido e, naturalmente, il governo ladro […].

Ecco dunque che i nostri sono dei vecchietti qualunque, amanti dei cantieri e insoddisfatti del governo, uomini e donne che nel tempo libero si dedicano però a inseguimenti, furti, sequestri, e ad altre attività estremamente adrenaliniche: l’effetto comico è assicurato. E sono proprio i cliché, come vi dicevo all’inizio, ad essere ridicolizzati, perché fanno parte di un contesto in cui non rappresentano dei limiti per i personaggi che li incarnano.

Riso (a volte) amaro

Talvolta, l’ironia della narrazione diventa più tagliente, meno bonaria, lasciando trapelare un intento critico. Vi propongo, come esempio, uno spietato ritratto della tipica trasmissione da emittente generalista, tutta dedicata alla cronaca nera e in cui gli ospiti si dilettano a indovinare assassini e moventi, basandosi… sul nulla:

[Olga] Accese la tivù, proprio quando un’avvenente presentatrice dalla chioma bionda dava il benvenuto a Storie nere […].
Ospiti in studio il sociologo con l’ego smisurato, l’assessore esponente della nuova politica, il giallista rampante, il presentatore caduto in disgrazia, la soubrette, ex velina che nessuno ricorda e il parroco di provincia; uno stuolo di opinionisti senza opinioni ma con un cachet di tutto rispetto. Tutti affetti da uno stranissimo morbo, che pur senza conoscere i fatti e l’andamento delle indagini, li rendeva miracolosamente depositari della verità.

Quando inoltre Olga ringrazia Rosa (una senzatetto) di aver trovato il nascondiglio perfetto per tenere segregato Danovaro, Rosa risponde con una battuta spiritosa ma dal retrogusto decisamente amaro:

«In fondo non si è trattato di una cosa difficile» mormorò Rosa fra sé mentre camminava. «Sarebbe stato molto diverso se avessi voluto un posto col riscaldamento.»

Beata leggerezza

In conclusione, Beata gioventù è un giallo assai spiritoso, divertente e con cui è certamente possibile passare qualche ora di allegria. Certo, non è privo di difetti. Dal lato della forma, ad esempio, la punteggiatura andrebbe rivista.
E poi, lettori, non vi nascondo che fino all’ultimo ho sperato che l’assassino non fosse Danovaro, bensì qualcun altro: perché diciamocelo, ai lettori di gialli non piace praticamente mai che il colpevole sia proprio… quello con l’aria da colpevole.

Tuttavia, non ho vergogna ad ammetterlo: Vincenzo Galati e i suoi personaggi mi hanno divertita parecchio. Il ritmo narrativo è incalzante, i dialoghi sono dinamici, e i personaggi… be’, che dire di un’improvvisata vecchina detective che corrompe i poliziotti con… biscotti? Ma sì, non dobbiamo sempre cercare chissà quali trovate innovative per farci venire il buonumore, e la testa ha bisogno a volte di mitigare un po’ il suo amore per le letture complicate.
Dunque, se state cercando un romanzo che vi venda un po’ di leggerezza, Beata gioventù vi soddisferà e sono sicura che non vorrete chiedergli un rimborso. Buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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