Assassinio a Villa Borghese – Walter Veltroni

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In sintesi:

assassinio a villa borghese romanzo giallo di walter veltroni edito da marsilio editori

C’è, anche nelle persone, una sottilissima linea di confine tra sentimenti opposti, come il pianto e le risa. Gli occhi del roditore si collocavano in quel limbo. E, quando poi sparì con la corsa meschina tipica dei topi, lasciò in Giovanni una sensazione di incompiutezza, in fondo non dissimile dalla sua condizione umana, in quella mattina di maggio.
Era finalmente commissario, ma di un commissariato assurdo.

Ex sindaco scrive il romanzo del secolo

Non sapendo come passare il tempo dopo l’assoluzione, per insufficienza di prove, dall’accusa di essere stato sindaco di Roma, Walter Veltroni ha pensato di cimentarsi con la scrittura di un giallo. Il titolo è Assassinio a Villa Borghese: vediamo un po’ com’è.

Nel maggio del 2019, un imprecisato sindaco di Roma (non Veltroni, tranquilli) decide di istituire un commissariato a Villa Borghese. È una scelta che dà subito un tocco di realismo, portando nella finzione le dinamiche della politica italiana: come notano perfino i poliziotti del romanzo, quella del sindaco è un’idea inutile, perché a Villa Borghese non succede mai nulla.
Inutile o no, il presidio è stabilito e per la qualifica di suo commissario viene scelto Giovanni Buonvino, un ispettore superiore che non è mai riuscito a fare carriera a causa di un grave errore commesso quindici anni prima. Ad accompagnarlo nell’impresa, una squadra di agenti reietti.
Sembra che la noia regni sovrana, ma ecco! A Villa Borghese succede qualcosa di terribile: come un fulmine a ciel sereno, non uno, ben due omicidi nell’arco di pochi giorni. E i cadaveri sono accompagnati da messaggi che suggeriscono false piste, facendosi beffe della polizia. È chiaro, a Villa Borghese opera un serial killer: Giovanni Buonvino e i suoi devono dunque riscattarsi, mettendocela tutta per impedire un massacro.

Commissariato sexy all’italiana

Detta così, la trama di Assassinio a Villa Borghese non sembra male, il romanzo ha la sua dose di tensione, ma non disdegna di proporre una storia positiva, con un messaggio di redenzione. In realtà, sono stata disonesta con voi, lettori, perché ho taciuto alcuni dettagli, dettagli che rivelano un romanzo spiazzante e inclassificabile.

Tanto per cominciare, i personaggi non sono dei “vinti”, non sono degli emarginati sottovalutati da colleghi che non intuiscono il loro potenziale inespresso: sono delle macchiette grossolane! Sembrano presi in prestito direttamente dalle pagine di un’atellana:

Uno scherzo di cattivo gusto, una commedia degli anni Settanta sulla polizia. La squadra degli agenti del commissariato di Villa Borghese sembrava composta da Bombolo, Alvaro Vitali, Gigi Reder, i gemelli marchesini Pucci di Sapore di mare, Aristoteles e Edwige Fenech. Uno normale, a vista, non c’era.

Uno aveva una pancia che faceva provincia, un altro era basso come uno molto basso, due gemelli erano indistinguibili tra loro ma riconoscibili per uno sguardo non proprio avveduto, un agente mulatto, anzi nero – bando al politicamente corretto –, era alto e triste, il sesto aveva due occhiali le cui lenti sembravano uno scherzo di Carnevale, tanto erano spesse. […]

Buonvino è dunque aiutato da un campionario di quelli che Veltroni considera essere i più infimi e ridicoli fra gli uomini: un grassone addirittura narcolettico, un nanerottolo (pure complottista), un ipovedente, due gemelli incapaci di stare separati e… un nero. Cioè, forse un mulatto, non è chiaro, perché per Veltroni, a quanto pare, neri e mulatti sono la stessa cosa, anche se “mulatto” è per ragioni ignote meno offensivo.

Avete a questo punto capito che il nostro autore dipinge il suo romanzo con una tinta parecchio comica, ottenuta principalmente esasperando le particolarità fisiche dei personaggi. Lo confesso, è un trucchetto sempre efficace, peccato che sia davvero politicamente scorretto e che dia uno schiaffone in faccia al morigeratissimo narratore, il quale poco prima della descrizione dei personaggi aveva sentenziato:

Uno scherzo stupido, come tutti quelli che si fanno approfittando delle debolezze della propria vittima: una malformazione fisica […].

Niente stereotipi, buana!

Veltroni però si pente subito di aver ridicolizzato un nero (del nanerottolo e del ciccione narcolettico se ne frega). Come tenta di riparare? Con un rimedio peggiore del danno, facendo interagire il protagonista con i fattorini di Roma, i quali sono tutti… stranieri, per qualche motivo. Veltroni spazza via dal suo giallo ogni sospetto di razzismo, rendendo la storia incredibilmente inclusiva grazie a trovate come queste:

[…] ordinò a Uber Eats una pizza margherita e una birra. […] Poi aprì al ragazzo cingalese che portava il cibo e si fermò a parlare un po’ con lui, come faceva sempre. […]

Ordinò […] del cibo malsano – fritti e dolci – a Deliveroo e attese che arrivasse il rider, che stavolta era un indiano svalvolato e simpatico. Restarono un po’ a chiacchierare sul pianerottolo. Il ragazzo parlava italiano più correttamente di certi ministri.

Un commissario maschio caucasico che parla “sempre” con quelli di altre etnie, e uno stereotipato straniero fuori di testa, inoffensivo e che parla meglio dei politici: così il romanzo è certamente al riparo da ogni critica, anzi è un faro di tolleranza e solidarietà.
Ma Veltroni vuole essere sicuro che non ci sia nemmeno una microscopica macchiolina di razzismo sulle sue pagine. Ecco allora che all’agente nero o mulatto Cecconi viene concessa una sorta di rivalsa: da poliziotto bullizzato e triste, acquista a un certo punto maggiore sicurezza, riuscendo ad emergere e a realizzarsi. Come, ottenendo una promozione, mettendosi in luce per il suo valore? Non esattamente: ottiene in premio una donna, la “Edwige Fenech” del commissariato, una poliziotta di nome Robotti.

Cupido un po’ guardone

Va bene, politicamente non è granché corretto nemmeno questo, e direi pure che la storia del ragazzo introverso che riesce a imporsi e a conquistare la “più bella della scuola” è più adatta a uno young adult e non a un giallo… comico, mah. Ad ogni modo, sono generosa, avrebbe potuto essere interessante leggere di un simile sviluppo psicologico.
Ma Veltroni decide di tratteggiare così la love story:

Quando toccava alla Robotti, Cecconi si era offerto di non lasciarla sola. Buonvino aveva accettato, anche nella speranza che tra i due ragazzi nascesse qualcosa, così almeno Cecconi avrebbe cominciato a sorridere.

Vide Cecconi e la Robotti che arrivavano insieme al lavoro, parlando fittamente. Si chiese [Buonvino] se si fossero incontrati da poco, se avessero dormito insieme o se lui fosse passato a prenderla sotto casa e se avessero fatto il viaggio in macchina. […] In ogni caso, quella cosa gli [a Buonvino] piaceva. Lo faceva sorridere.

Più che di uno sviluppo psicologico, nel romanzo leggiamo di un cupido un po’ guardone che si diverte a far accoppiare due stereotipi presi pari pari da una commedia sexy anni Settanta. Altro che young adult, la storia d’amore è introdotta appunto al solo scopo di “far sorridere” Buonvino e, probabilmente, anche Veltroni. Il lettore, invece, ride un po’ meno.

A proposito di Buonvino, fin qui vi ho parlato dei suoi agenti, ma lui stesso è un soggettone incredibilmente esagerato e ridicolo. Ho detto che nel suo passato c’è un grave errore che ha bloccato la sua carriera. Qualcuno di voi ha visto il film Codice Magnum, con Arnold Schwarzenegger? In quel film, Arnold interpreta Mark Kaminsky, ex agente FBI ridotto a fare lo sceriffo di un paesino per aver pestato un pedofilo serial killer. Bene, ora che ce l’avete presente, dimenticatevelo, l’errore di Buonvino è esilarante e patetico, degno di un Fantozzi sotto l’effetto di allucinogeni:

«[…] Tu sei matto, Buonvino. Devo forse ricordarti il fatto? Eri di turno alla Mobile di Caserta e ti arriva la segnalazione di un raduno della camorra durante la comunione del figlio di un boss. Si svolgeva in un ristorante di via Fratelli Bandiera. Tu mandasti i Nocs in via Fratelli Cairoli, dove c’era la cresima del nipote del prefetto. La suocera di sua eccellenza ebbe un infarto grave e il bambino rimase sotto shock per mesi.»

Bombolo incontra Hannibal Lecter

Ma allora non c’è scampo, quello di Veltroni è solo di nome un giallo, in verità è un tentativo di riportare negli anni Venti del Duemila un classico della commedia demenziale, come Scuola di polizia. È tutta una farsa, e sono sicura che adesso vi aspettate che riporti qualche scemenza su un serial killer alla Mr. Bean, un imbecille che magari ha ucciso per sbaglio, o non ha ucciso affatto.
Ecco, c’è un altro dettaglio che devo rivelarvi. La prima vittima di Assassinio a Villa Borghese non è esattamente una macchietta, è… un bambino, ritrovato orrendamente mutilato, squartato. E la seconda vittima è il padre, di cui gli agenti del commissariato ritrovano la testa mozzata. Vi do un minuto per riprendervi, lettori.

Io vorrei, anzi esigo sapere che cosa è passato per la testa di Veltroni. Ci lancia addosso secchiate di ridicole scenette ispirate a Pippo Franco, a Lino Banfi, ad Alvaro Vitali, e poi ci randella pesantemente con elementi tanto macabri e morbosi da far impallidire Thomas Harris? Cioè, come gli è venuto in mente di trasportare Bombolo ne Il silenzio degli innocenti, che diavolo di trovata letteraria è? Lo squartamento di un bambino è un tema che deve essere padroneggiato con estrema cura e perizia, già di norma non si può inserire impunemente in una trama seria, con quale criterio si accompagna alle avventure comiche di un branco di goffi sfigatoni? Ma è come fare una battuta sulla Shoah durante la celebrazione del Giorno della memoria!

Mr. Bean serial killer

Niente da fare, Veltroni introduce la dissezione di un bambino e poi continua come niente fosse, sviluppando l’indagine in modo assurdo. Il nostro autore lascia perfino cadere quel piccolo barlume di serietà cui avevo accennato, la redenzione dei personaggi: Buonvino e i suoi non risolvono affatto il caso grazie alla loro determinazione e alle loro capacità, hanno semplicemente un grandissimo colpo di fortuna. Il maniaco omicida, proprio come Hannibal Lecter, è davvero colto, infatti conosce l’Inca Túpac Amaru, Mahler, Pugačëv, però purtroppo non è intelligente, perché dimentica di spegnere il suo computer privato proprio in un luogo frequentato dai poliziotti, i quali vedono la cronologia e…

Un mondo di macchiette, in cui vive un assassino sofisticato, con turbe mentali terrificanti, capace di un errore da idiota totale. Ecco, abbiamo il nostro Mr. Bean serial killer, dopotutto. Solo che è davvero un serial killer efferato! Non c’è che dire, il processo creativo di Veltroni è un caos assoluto, non si riesce proprio a capire che cosa abbia spinto il nostro autore a mettere insieme in modo così incoerente scene e trovate che già sono fra loro incompatibili. Come ha potuto considerare bello quel che ha architettato?

Per fare l’amore, un timbro qui e qui

Ma Assassinio a Villa Borghese è spiazzante anche per lo stile utilizzato da Veltroni. Sempre tenendo a mente il contesto allucinante, nel romanzo possiamo leggere una bellissima scena d’amore, con i due amanti che sbrigano delle formali “pratiche del godimento”, apponendo le marche da bollo proprio lì dove servono a far “espandere i fluidi”:

Sentivano [Buonvino e la moglie] le urla di protesta dei condomini, ma l’unica reazione che adottarono fu quella di accelerare le pratiche del godimento, poi arrivato, per entrambi, nello stesso momento, uno di quelli in cui due persone diventano una sola, dove tutto si confonde e i fluidi si espandono, passando da un corpo all’altro.

Oltre all’efficiente cuccata, che pare scritta da un ingrifato quindicenne aspirante burocrate, il romanzo ci sbatte in faccia anche altre chicche, come l’impressionante abuso di incisi:

Ogni tanto, quando [Buonvino] entrava in casa, la stessa di quel giorno, gli sembrava ancora di rivedere Lavinia, sua moglie, che, cercando tra le lenzuola le mutandine che le aveva regalato – quelle tutte trasparenza per le quali si era tanto vergognato dello sguardo della commessa – gli sibilava, algida, che lui era solo un fallito, uno che dopo vent’anni era ancora ispettore superiore.

Tuttavia devo essere onesta, Veltroni ci aveva avvertiti: effettivamente non metterò mai in dubbio che alcuni fattorini indiani svalvolati e simpatici abbiano una conoscenza dell’italiano superiore a quella dei politici.

Ex sindaco scrive un romanzo alieno

Bene, cioè male. Su Assassinio a Villa Borghese dovrei dire ancora molte cose, dalle sottotrame iniziate e mai concluse, al modo compulsivo con cui Veltroni menziona personaggi famosi, ma se lo facessi la recensione rischierebbe di annientarvi. Concludo dicendo che la narrazione di Veltroni si colloca al di là del brutto. Brutto è La disciplina di Penelope di Carofiglio, perché è un giallo vuoto e noioso. Assassinio a Villa Borghese è qualcosa di più: è sconsiderato, privo di buon senso e di buon gusto. È completamente folle, direi perfino alieno, nella sua deformazione della realtà e della concatenazione logica degli eventi.

Lettori, quasi quasi mi sento di consigliarvelo: sicuramente proverete un’esperienza diversa… e io vi auguro fin d’ora una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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