Aracoeli – Elsa Morante

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In sintesi:

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Io sono un animale schiacciato sulla schiena da una grossa pietra. Con le zampe disperate raspo la terra, e scorgo al di sopra, mezzo cieco, degli azzurri vapori. Non so perché sono incollato alla terra. Non so quale sostanza siano quei vapori. Non so chi mi ha scaricato addosso la pietra. Non so che animale sono.

Tu da che parte stai?

Penso che il mondo dei lettori si divida in due gruppi: coloro che preferiscono L’isola di Arturo, e coloro che preferiscono Aracoeli. E io faccio senza dubbio parte di quest’ultimo.

Aracoeli è l’ultimo romanzo della Morante, iniziato nel 1976 e pubblicato poi nel 1982. La Morante di Aracoeli non è più la stessa de L’isola di Arturo, infatti dall’anno di pubblicazione di quest’ultimo, il 1957, molti eventi sfortunati misero alla prova l’autrice: la tragica fine di alcuni intimi amici, il pittore Bill Morrow prima e Pasolini poi, la separazione da Moravia, l’invecchiamento con la decadenza fisica che ne consegue, le malattie, il terrorismo in Italia. Tutto ciò costrinse l’autrice a confrontarsi faccia a faccia con la morte.
La Morante sfrutta queste esperienze per stendere il suo ultimo romanzo, il più crudo, il più tragico, quello tenuto in ombra dalla critica sebbene, fra tutti, sia il più lucido.

Tenetevi gli applausi

Con Aracoeli la Morante smette di chiedere l’approvazione del pubblico, e riversa sulla carta i pensieri di chi sta per conoscere la fine (morirà solo tre anni dopo la sua pubblicazione).

Protagonista della storia è Emanuele, quarantatreenne omosessuale di natura introversa e di aspetto sgradevole, caratteristiche che lo hanno portato, nel corso della sua vita, ad essere scansato, deriso, allontanato e anche umiliato.

Emanuele chiede nient’altro che essere amato, ma realizza ben presto di non poter piacere a nessuno, e questo bisogno d’amore si lega nel tempo a un senso profondo di vergogna e frustrazione. La trama di Aracoeli è, in realtà, una trama vuota: non c’è azione, solo la voce del protagonista che, con un linguaggio maestoso e ricco di sfumature, ricorda e narra la sua infanzia, allietata dalla bellissima e affettuosa madre andalusa, Aracoeli.

Emanuele riconosce i primi anni della sua vita come gli unici autenticamente felici, quando il suo bisogno di amare ed essere amato era soddisfatto grazie alle attenzioni materne.
Quella felicità primigenia è tuttavia ben presto spezzata, e il destino disgraziato di Emanuele comincia, a piccoli passi, a prender forma, a partire dal lento ma graduale distacco dalla madre. Questo raggiunge il proprio culmine in seguito alla malattia di Aracoeli, che la porta a sviluppare uno sfrenato e incontrollato erotismo. La bellissima e virtuosa madre andalusa diviene così, agli occhi del figlio, poco più che una squallida meretrice, vestita di vergogna.

Crepuscolo degli idoli

La Morante torna quindi su un tema già proposto ne L’isola di Arturo, ovvero l’idealizzazione da parte del bambino di una figura genitoriale (Arturo magnifica la figura paterna, Emanuele quella materna) e la sua disillusione (Arturo scopre l’omosessualità del padre ed Emanuele l’eccessiva sensualità della madre), ma Arturo ed Emanuele sono, nonostante le simili esperienze, due personaggi ben diversi: il primo è energico e propositivo, il secondo è abbattuto, rifiutato dalle altre persone, un essere che non vive, ma sopravvive.

La crudezza del romanzo è data dal fatto che Emanuele non è un inetto, ma semplicemente un perdente, suo malgrado: egli tenta di partecipare alla storia, alla vita (emblematico l’episodio in cui tenta di arruolarsi fra i partigiani, ma fallisce e viene umiliato), ma ciò che trova sono solo porte sbarrate, e non riesce ad aprirle. Nessuna comprensione, neanche una briciola di calore.
Ed è questo, in fondo, il medesimo destino di sua madre: emarginata e disprezzata (anche dal proprio figlio) per la ninfomania sulla quale non riesce a esercitare alcun controllo e di cui non ha colpa, subisce una tragica fine non meritata.

Tutto qui

Non esiste, dunque, una reale conclusione nel romanzo, né una morale: dall’esperienza è impossibile trarre alcun insegnamento, non sappiamo perché abbiamo vissuto ciò che abbiamo vissuto, e a cosa ci abbia portato. Non si può trovare una spiegazione che giustifichi la sofferenza, nemmeno andando a ritroso nel tempo, fino a tornare alle origini. Questa è l’unica conclusione possibile, alla quale la Morante giunge sul finire della sua esistenza e che a noi offre come ultimo dono.

Buona lettura.

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

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