Adorazione – Alice Urciuolo

Ti piace? Condividilo!
In sintesi:

adorazione romanzo di alice urciuolo edito da 66thand2nd

Aveva ragione lei, non era dolce, la sua non era dolcezza, era un’intensità che poteva essere anche dolcezza, era una forza che stava dentro di lei e poteva diventare benevola come distruttiva.

Chi non salta insieme a noi, cos’è? È un pontino!

Siamo a Latina: è l’ultimo giorno di scuola, l’adrenalina è alle stelle e tutti gli studenti si lanciano smaniosi verso l’uscita, per sfidarsi in un’agguerrita battaglia di gavettoni.
Be’, non proprio tutti, la sedicenne Diana si tiene lontana dalla mischia. È nata con una voglia che le ricopre la coscia e il gluteo: più che una voglia, è la causa di una terribile timidezza. Diana è talmente insicura che se ne sta sempre in disparte, anche quando c’è davvero da divertirsi. C’è poi da aggiungere che la ragazza è di Pontinia, profonda provincia: non c’è verso di integrarsi con le sofisticate teenager latinensi.
Questi sono problemi che non sfiorano nemmeno Vera: amica di Diana, anche lei di Pontinia, è sempre spavalda e sicura di sé. Già. O meglio, fuori casa Vera è un’autentica forza della natura. In famiglia, invece, è costretta a sottostare ai capricci di sua cugina, la quasi diciottenne Vanessa. Però, come si dice, mal comune mezzo gaudio: un po’ tutti, nella famiglia di Vera, sottostanno ai capricci di Vanessa. Vanessa è bellissima, di una bellezza capace di catturare chiunque le stia vicino. Tutti adorano Vanessa, tutti la trattano come una regina. Anche Gianmarco, il fidanzato, rampollo della famiglia più in vista di Pontinia. Niente da fare, Vanessa è infelice e insoddisfatta. Inizialmente crede che la causa del suo malessere sia il vuoto lasciato da Elena, la sua migliore amica. Elena non è partita per terre lontane: se n’è andata, uccisa per mano del compagno geloso.
No, non è il vero tormento di Vanessa. È l’intera sua vita a lasciarla insoddisfatta: non apprezza più le esibite manifestazioni d’affetto di Gianmarco, le rose rosse, i gioielli, i viaggi. Ha bisogno di sentirsi viva, indipendente, libera dalle aspettative altrui.
Che cosa fa per cambiare il suo destino? Inizia lavorando come cameriera nel ristorante dei genitori di Diana.
Diana che, nel frattempo, inizia a esplorare il proprio potere sessuale: una sua foto pubblicata su Instagram attira l’attenzione di molti ragazzi, i quali si mostrano attratti da lei e dalla sua voglia… molto intima. Come un’adolescente al suo primo approccio con gli alcolici, Diana non conosce misure, e si inebria delle attenzioni maschili: passa da un uomo all’altro, traendo dai loro corpi il piacere di sentirsi ammirata. Adorata.

Scimmie promiscue

Be’ lettori, non ci vuole molto per accorgersi che gli adolescenti di Adorazione non sono quel tipo di santarellini alla Settimo cielo: Alice Urciuolo li (ri)crea capricciosi, promiscui, violenti, prevaricatori. La nostra autrice non va troppo per il sottile, e forse si può dire che davvero non abbia in mente alcuna visione antropocentrica delle cose. Già, pensateci, i suoi personaggi non hanno superato nessuna delle pulsioni più profonde, più “scimmiesche” del genere Homo: se qualcosa distingue gli “eroi” di Adorazione dai violenti e rapaci scimpanzé del Gombe è forse l’uso di vestirsi e di cazzeggiare su Instagram.

La Urciuolo è dunque capace di plasmare i dettagli necessari a rendere tridimensionali le figure che si muovono nel romanzo. Finalmente, direi! Dopo tante incoerenze ridicole e abbozzi che non si sa bene dove vogliono andare a parare, con Adorazione possiamo provare il piacere di affezionarci, di detestare, di stare in pena. È ciò che ci si aspetta da una bella storia, dopotutto: i personaggi hanno (tra gli altri) lo scopo di coinvolgerci emotivamente. E qui vi dico che Alice Urciuolo è stata davvero abile, perché perfino la forma stessa del romanzo aiuta a tratteggiare un quadro psicologico dei personaggi il più possibile realistico e coinvolgente. Adorazione è infatti un romanzo corale, in cui il narratore cambia continuamente punto di vista, adottando ogni volta quello di un personaggio diverso. La coralità di Adorazione, capite bene, non è una mera polifonia: definisce i caratteri dei suoi protagonisti,  introduce quelle ambiguità e quei dettagli “segreti” che malamente sarebbero trattati con descrizioni dirette.
Un esempio interessante di ciò che dico? Prendiamo in considerazione il personaggio di Vanessa. La ricordate? Ve l’ho detto, la ragazza è affranta per la perdita di Elena, e il suo dolore è indubbiamente autentico, è tormentata dai sensi di colpa. Vera, però, ci invita a considerare un altro aspetto di Vanessa, apparentemente in contraddizione con il lutto che sta affrontando:

Vanessa non sopportava più Elena, come non sopportava nessuna delle altre sue amiche: non le piacevano proprio le ragazze, era la reginetta dei maschi e solo quello contava davvero per lei.

Ah, lettori, il commento di Vera non è imparziale, sapete già che nutre una certa acredine nei confronti della cugina. Tuttavia, ci mette davanti a un dilemma: è forse esagerato, sì, ma è del tutto fuorviante oppure ha un fondo di verità? Ebbene, questo dilemma è in sé portatore dei significati che ci servono. Ci fa capire qualcosa dei personaggi coinvolti. Sì, perché ci fa considerare un nuovo lato di Vanessa: affettuosa, empatica, eppure anche competitiva e dispotica. Almeno, dobbiamo considerare che la personalità della ragazza possa essere tale: non buona, dunque, né cattiva, ma complessa. Ed enigmatica, come accade per le persone reali. D’altro canto, il dubbio nato dal commento al vetriolo ci induce anche a interrogarci sulla stessa Vera: anche lei, probabilmente, non è né buona né cattiva, semplicemente dimostra quella malizia e quell’ostilità che si muovono come la marea nell’animo di molte donne.
È chiaro, non è vero? Con poche parole, il narratore riesce a ritrarre precisamente e credibilmente due ragazze e la competizione femminile, senza ricorrere a infodump, senza dare spiegazioni. Alice Urciuolo ci dà ciò che ci serve solamente “riprendendo” con una telecamera immaginaria il personaggio giusto al momento giusto.

Ha stato il patriarcato

Questo, in breve, è ciò che mi ha colpito assai positivamente di Adorazione: mi è sembrato di avere tra le mani un romanzo spregiudicato, cinico, disinibito, audace e… scritto da un’autrice competente. Ed ero pronta a parlarvene molto, molto bene lettori, fino a quando…
Ecco, mi è capitato a un certo punto di leggere un’intervista rilasciata proprio dalla nostra autrice, la quale afferma di aver scritto Adorazione per denunciare la cultura patriarcale. Ah sì? Be’, ho proprio dovuto fermarmi, ho riflettuto, ho meditato, ho sfogliato nuovamente le pagine del libro, mi sono grattata la testa. Niente: il patriarcato… dov’è il patriarcato?
Lo so, lo so, pensate che stia peccando di presunzione: chi più dell’autrice può dare la giusta interpretazione al romanzo? Giusto! Però, badate, io non metto in dubbio le intenzioni della Urciuolo. Dico solo che Adorazione non tratta del patriarcato.

Proviamo a fare il punto. A me pare che la nostra autrice assecondi una certa retorica femminista (attenzione: una certa retorica!) che già abbiamo assaggiato con Stai zitta di Michela Murgia. E uno dei problemi della “filosofia” spacciata dalla Murgia è l’estremo candore con cui insegna a dedurre il generale dal particolare. Mi spiego meglio. Con buona probabilità, Alice Urciuolo ha osservato alcune dinamiche sociali fra giovani e le ha riportate realisticamente (con molta abilità, lo ribadisco) su carta: poi, cioè solo in seguito, si è sforzata di costruire su di esse una teoria. Ed è qui che la Urciuolo ha dimostrato un po’ di ingenuità, deducendo “un po’ troppo”.
Sia chiaro, è vero che alcuni eventi raccontati in Adorazione sono perfettamente compatibili con una cultura patriarcale: la svalutazione intellettuale della donna e la reificazione del corpo femminile, a cui consegue la violenza sessuale e il femminicidio, ad esempio. Ma, lettori, se effetto del patriarcato è l’idea che la donna non valga nulla, il fatto che ci siano alcuni che pensano male delle donne implica che costoro vivano in una società patriarcale? In altri termini, siamo assolutamente certi che la svalutazione della donna e il femminicidio siano sempre e solo effetti del patriarcato? Io sono incline a pensarla così: se non ci sono pregiudizi sulle donne, allora la società non è patriarcale, ma se ci sono pregiudizi sulle donne non è affatto detto che la società sia patriarcale. Del resto, se non ho piantato un chiodo, allora non ho usato un martello, ma se ho piantato un chiodo non ho necessariamente usato un martello: potrei aver usato un sasso. Ci vorrebbe non un “se… allora”, bensì un “se e solo se… allora” per dar credito al commento che la Urciuolo fa del suo libro. Se e solo se la società è patriarcale, allora esistono pregiudizi sulle donne e femminicidi.
Bene, ma questo “se e solo se” mi pare un po’ eccessivo.

E la colpa (non) è della società…

Voglio precisare la mia posizione. E dunque vi invito, lettori, a considerare proprio il più drammatico e scabroso episodio di Adorazione, il femminicidio di Elena. Effettivamente, ben prima di ucciderla, Enrico (il fidanzato) le imponeva di non uscire con certe persone, di non indossare abiti sexy… insomma, di non dare nell’occhio e di non fare nulla, assolutamente nulla, per attirare l’attenzione. Fin qui i fatti del romanzo. Dobbiamo ora interrogarci su cosa spinga Enrico a comportarsi in questo modo: possiamo ad esempio domandarci se sia così impregnato di cultura patriarcale da considerare la donna, la “sua” in particolare, sottomessa. O, forse, non è tanto la sottomissione a interessargli, bensì più semplicemente è ossessionato dal decoro e trova disdicevole che le donne indossino gonne corte? Capite che, trattandosi di personaggi inventati, potremmo in linea di principio dare qualunque risposta alle nostre domande.
Già, potremmo, se il romanzo stesso non avesse già risposto per noi. Eh sì, la coralità di cui vi parlavo prima ci viene in aiuto: sono gli altri protagonisti di Adorazione a indicarci la via da percorrere. Secondo un amico di Gianmarco (il ragazzo di Vanessa), Enrico considerava Elena letteralmente una “Madonna”. Anzi, proseguendo la lettura, capiamo che, nella coppia, quello “sottomesso” sembra essere proprio Enrico. Inoltre, ci fa sapere nientemeno che la ex di Enrico, il ragazzo non si è mai comportato in maniera aggressiva o prevaricatrice:

Perché lei non si era accorta proprio di niente. Enrico le sembrava un ragazzo normale, gentile, troppo serio magari, non si ricordava neppure bene perché avessero smesso di frequentarsi, non c’era stato nemmeno un litigio e quello che era successo non riusciva davvero a spiegarselo.

Insomma, non sembra che Enrico sia violento con tutte le donne. È “troppo serio”, al limite: una personalità pesante e ossessiva, ma che direi concentrata più sulle formalità sociali. Non è tanto una questione di sottomissione, è una questione di decoro, di apparenze.
Bene, mi dite voi, però questo psicopatico avrà pur sviluppato la sua devianza per via di un condizionamento culturale, non è vero? Oh, lettori, voglio azzardare un’ipotesi: mi viene da pensare che la violenza di Enrico abbia poco a che fare con un condizionamento esterno e che abbia invece molto a che fare con il sesso. Intendo con il sesso crudo, puro, biologico. Sempre dalla lettura del romanzo, si può intuire che è la fortissima attrazione fisica provata per Elena (e probabilmente mai provata prima) a scatenare il comportamento antisociale latente di Enrico. L’ansia di dover “gestire” un partner sessuale percepito come superiore scatena il tentativo di Enrico di tenere legata a sé Elena attraverso un’aggressiva coercizione. Torniamo agli scimpanzé del Gombe, esatto. Lettori, abbiamo superato le narrazioni mitiche e pseudoscientifiche, giusto? Nell’uomo, appunto come dicevo in precedenza, resistono certi impulsi bestiali che la cultura cerca di arginare e di tenere sotto controllo: molto spesso con scarso successo. Tenendo a mente questo, accusare senza tentennamenti il patriarcato di essere sempre alla radice di femminicidi e di violenze di genere è ingenuo, un po’ come se affermassimo che la causa delle rapine è sempre e solo il (presunto) contesto di povertà in cui vivono i rapinatori.

Voglio ora continuare la mia esposizione, anche perché in Adorazione c’è un altro episodio di violenza. Si tratta dello stupro che il fratello di Vera, Giorgio, commette ai danni di Melissa, la sua ex. Una scena davvero brutale, che sa davvero coinvolgere. Ecco, già vi invito a riflettere: non sarebbe tutto più blando e diluito, se partissimo sicuri col ricondurre l’atteggiamento di Giorgio a una presunta cultura patriarcale, anziché alle sue personali esperienze di vita? Io credo di sì. E per fortuna Alice Urciuolo sembra aver (inconsapevolmente?) pensato la stessa cosa. Infatti, per comprendere bene la scena di violenza bisogna considerare che Giorgio era innamorato di Elena, e che ha tentato timidamente di corteggiarla (con un pupazzetto Schleich, “una fochina” ) prima ancora che quest’ultima ahimé si fidanzasse con Enrico. Un rifiuto di quelli che feriscono. E Melissa non è tanto diversa: sparisce, ritorna da un suo precedente ex, ricompare nella vita di Giorgio. Giorgio insomma è la ruota di scorta, un “beta”, come dicono su Reddit, uno di quegli uomini che gli americani definirebbero “henpecked”. Non ne può più, l’ultimo che non accetta più di essere ultimo, l’ultimo che accumula rabbia e poi la lascia eruttare. Ed ecco, proprio una volta in cui Melissa si interessa nuovamente a Giorgio e tenta un approccio fisico, il nostro beta è… molto in difficoltà. Non si sente coinvolto, sapete cosa intendo. Ha tuttavia paura di fare brutta figura, e non vuole che Melissa e i suoi amici lo prendano in giro per la mancanza di virilità. Temendo di passare di nuovo per un maschio beta, Giorgio impiega un’esagerata foga, senza badare alla povera Melissa.
Le conclusioni, a questo punto, potete trarle da soli, senza bisogno che le metta per iscritto.

Bluepill e continui col patriarcato, redpill e vedrai la selezione sessuale

La mia interpretazione di Adorazione è certamente cristallina e non si discosta dalle parole che ho scritto al principio della recensione: i personaggi non sono plasmati da sovrastrutture culturali, patriarcato incluso, bensì sono preda degli istinti più fondamentali. Anzi, dell’istinto per eccellenza: il sesso. Attenzione, però, perché non voglio riferirmi solo all’atto sessuale concreto, all’interno di una coppia. No, ho in mente anche la selezione sessuale che opera nel più ampio concetto di società umana.
A tal proposito, voglio riferirmi alla contrapposizione che permea tutte le pagine del romanzo. L’ho già accennata: Vanessa è bellissima ed è adorata da tutti, Diana non è bella e si tiene in disparte. Vedete senza troppo sforzo, ho indovinato? La selezione sessuale, con cui la bellezza deve essere spiegata, determina i ruoli sociali e ossessiona i personaggi, i quali (essendo organismi sociali, appunto) vivono per occupare i ruoli migliori, quelli che danno un vantaggio nella lotta per la sopravvivenza (e per la trasmissione del materiale genetico). Guarda guarda, Adorazione non si nasconde dietro un dito, ci racconta che proprio le donne sono le più ossessionate dalla bellezza:

«E questa sarebbe Miss Italia? È molto più bella Vanessa».

Diletta [aveva sempre portato Diana] con lei dalla parrucchiera, le aveva sempre detto che era una bella ragazza […]. Certo, con qualche chiletto in meno sarebbe stata ancora più bella […].

[…] quella ragazza non era la sua fidanzata, era la sua ex, ma era comunque molto più bella di lei, estremamente più bella di lei.

Guardò le sue foto con un groppo in gola: è meglio di me? È più bella di me?

Obiezione prevedibile: le donne sono così attente all’aspetto fisico, perché il loro corpo è stato svalutato dagli uomini, i quali lo hanno innaturalmente ridotto a semplice oggetto sessuale. Ecco, Adorazione smaschera la cultura patriarcale che annebbia il nostro giudizio e che sovverte il primigenio stato di armonia affettiva e sociale. Proprio come sostiene la Urciuolo.
Eppure, anche una conoscenza superficiale della biologia e dell’evoluzionismo induce a guardare con un minimo di sospetto l’obiezione che ho presentato: la selezione sessuale, per dirla in un modo crudo e sgraziato, è un gioco da donne, le quali giudicano e agiscono in base a criteri molto terra terra, tra cui le fattezze fisiche altrui (almeno, accade grossomodo così nelle specie monogame, come quella umana). Di nuovo dunque: perché preferire l’interpretazione che tira in ballo la cultura patriarcale, quando per spiegare le bassezze dei personaggi ne abbiamo un’altra, meno gradevole e (politicamente) utile, ma più profonda e filosofica? Eh sì, io dico che l’uomo è nefando per sua stessa natura, dalla quale non può fuggire. E da questa natura credo non possano fuggire nemmeno gli uomini inventati di Adorazione.

Ora, se Alice Urciuolo avesse voluto scrivere un romanzo ambiguo, con prove testuali a sostegno di più interpretazioni, di Adorazione avrei cantato soltanto lodi. Ma poiché la nostra autrice sembra aver avuto un piano preciso, ovvero di criticare la cultura patriarcale e di mostrare in quale modo questa contamina ancora le vite dei giovani d’oggi, devo proprio riconsiderare Adorazione alla luce di questo obiettivo. Analizzando il romanzo nel suo complesso, effettivamente posso immaginare che Pontinia sia un paese intriso di cultura patriarcale, ma devo appunto fare uno sforzo con la fantasia: non c’è nulla fra gli eventi raccontati che smascheri in modo inequivocabile questo sostrato patriarcale. Potenzialmente, se capite il mio discorso, la Urciuolo potrebbe anche rilasciare un’intervista in cui afferma che la Pontinia di Adorazione è una cittadina popolata da draghi: benone, tuttavia dalla prima pagina all’ultima non compare nessun drago.
La critica al patriarcato, come la presenza dei draghi, è insomma una “estensione” che l’autrice può fare al suo romanzo, un’aggiunta a qualcosa di dato. Se siete pratici dei mondi possibili, sapete a che cosa mi riferisco. In effetti, le vicende di Adorazione sono inventate, sono false, e la falsità è compatibile con ciò che si vuole: in un mondo (inventato, falso) accade tutto ciò che narra il nostro romanzo, in più c’è una società patriarcale; in un altro mondo di nuovo c’è tutto ciò che racconta Adorazione e in più ci sono i draghi; in un altro ancora ci sono le fate e via così, all’infinito. Ma il mondo, o il il pezzo di mondo già raccontato dalla Urciuolo, messo nero su bianco, è ciò che è e contiene ciò che contiene: senza le dovute aggiunte, che lo renderebbero un’altra storia (o meglio, altre storie), non possiamo dire che Adorazione parli di draghi e di fate. E non possiamo dire che parli del patriarcato.

Substandard

Lo so, è un discorso bello tosto e scivoloso. Proviamo a rilassarci un po’ cambiando l’oggetto delle nostre riflessioni. Vi dirò, al pari del contenuto, la forma di Adorazione è interessante, ma per certi aspetti induce delle perplessità. È molto apprezzabile ad esempio l’impegno speso dell’autrice nel tentativo di rendere il gergo giovanile: il risultato è naturale, grazie all’attenta ripresa di forme e costrutti tipici dell’italiano substandard, come il doppio imperfetto nella costruzione del periodo ipotetico…

Quando l’ho detto a Gianmarco sembrava che volevo andare a curare i lebbrosi in India […].

Invece confonde, soprattutto, l’uso che delle virgole fa la Urciuolo: spesso si leggono incisi aperti e mai chiusi, con un effetto assai caotico. Ecco un esempio, fra i tanti:

Dopo qualche minuto in cui sua madre e suo padre non osarono andare a controllare Vanessa venne fuori dalla sua camera.

Lettori, io il romanzo l’ho letto, e posso dirvi che a uscire fuori dalla camera è stata Vanessa. Se però si estrapola questa frase dal suo contesto, il significato non è affatto chiaro: Vanessa è il soggetto a cui si riferisce “venne” o è il complemento oggetto legato a “controllare”? Senza contare, poi, che un mucchio di parole messe in fila così, senza nemmeno una pausa nel mezzo, fa paura.

Non è furto, se non si ribellano

Ma va bene, si tratta solo di un po’ di incuria, e benché non sia accettabile in un libro che è stato candidato al più prestigioso premio letterario nazionale (ma è accettabile per un candidato al Premio Strega) non voglio insistere più di tanto. Ciò che invece davvero non riesco a spiegarmi sono le citazioni rubate ai classici della letteratura, rimaneggiate e infilate nel romanzo senza alcun motivo evidente.
Ecco una scena in cui compaiono Diana e Giorgio: malinconici come due vecchi all’ospizio, si ricordano dei pomeriggi d’estate trascorsi insieme, durante l’infanzia…

«Ti ricordi di quando giocavamo nella piscinetta?».
A quel pensiero i loro occhi brillarono.
«Certo che mi ricordo, quella con Sebastian e i personaggi della Sirenetta».
«Nessuna di quelle che abbiamo avuto dopo è mai stata così bella».
«No, è vero, nessuna».

Due amici di vecchia data, che ricordano di qualche dettaglio felice del loro passato in comune, e poi sospirano rassegnati, guardando al presente. Uhm, vi viene in mente nulla? Ma sì, ricorda moltissimo la scena fra Federico e il suo amico Deslauriers, i personaggi de L’educazione sentimentale di Flaubert:

[…] n’era nata una storia di cui si parlava ancora dopo tre anni. Se la raccontavano da capo con tutti i particolari; ciascuno completava i ricordi dell’altro. Quand’ebbero finito: “Non abbiamo mai avuto niente di meglio, dopo” disse Federico. “Già, forse hai proprio ragione: non abbiamo avuto di meglio” disse Deslauriers.

Va bene lettori, si tratta di una citazione molto modificata e adattata, però non c’è dubbio che si tratti di una citazione: non fatevi ingannare dall’ordine delle parole “abbiamo”, “avuto” , “dopo” e “mai”.
Be’, il senso di questa citazione? Lettori, vi chiedo di dare per scontata la buona fede dell’autrice, proprio supponendo che la citazione abbia un significato narrativo. Al momento del dialogo sopra riportato, Giorgio e Diana hanno rispettivamente diciotto e sedici anni: sono cioè due ragazzini, che hanno vissuto così poco della vita da risultare ridicoli nei panni dei nostalgici. Al contrario, Federico e Deslauriers, mentre rievocano i loro ricordi, hanno più di quarant’anni: la loro giovinezza si è conclusa, e hanno tutto il diritto di tirare le somme. Usare una citazione per accostare le due situazioni è accettabile solo se si vuole mettere in ridicolo la nostalgia e il malessere di Giorgio e Diana. Sì, il problema è che la scena descritta da Alice Urciuolo non ha nulla di comico o di sarcastico, anzi vira dritta vero il drammatico:

«Nessuna di quelle che abbiamo avuto dopo è mai stata così bella».
«No, è vero, nessuna».
Giorgio la guardò, e nonostante fosse così felice lì vicino a lei si sentì attraversare da un’ondata di tristezza.
«Che c’è?» gli chiese Diana, notando il cambiamento.
«Mi dispiace…».
«Di cosa?»
«Di essermi comportato male con te».

Oh… la Urciuolo ha proprio voluto creare un’atmosfera di rassegnata malinconia, e per farlo si è avvalsa di un potente dialogo… scritto da qualcun altro.
Siamo sinceri, su: la letteratura, e l’arte in generale, è piena di “citazioni” e di centoni, in fondo, l’atto di copiare non sempre preclude l’originalità. Ma anche nel copiare ci vuole un poco di intelligenza: non è granché furbo estrapolare un dialogo da un libro che tratta della disillusione e della mediocrità della vita, per adattarlo a una scena in cui due ragazzini parlano di una piscinetta gonfiabile…
L’educazione sentimentale non è però l’unico romanzo da cui la nostra autrice si lascia “ispirare”. Qualcosa mi dice che nella biblioteca dell’autrice c’è anche Il barone rampante di Calvino. Giudicate infatti voi se le parole con cui la Urciuolo descrive l’amore tra Vanessa e l’universitaria Arianna (eh già, non ve l’avevo detto) non sono pressoché identiche a quelle usate da Calvino per raccontare la storia tra Cosimo e Violante:

[Vanessa] Non conosceva Arianna e non conosceva sé stessa, aveva visto lei e attraverso di lei si era vista per la prima volta, cominciava appena a vedersi e a capirsi.

E, da Il barone rampante…

Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.

Ecco, di nuovo abbiamo davanti a una citazione che ha subito un ritocchino estetico da parte della Urciuolo, anche chirurgo a quanto pare; e di nuovo non sappiamo bene se questa citazione è camuffata e mascherata col solo scopo di non sembrare una citazione, ma farina marca Urciuolo.

Romanzo (non) impegnato

Lettori, so che siete provati dalla recensione, perciò finiamola qui. Adorazione è un romanzo che si lascia leggere e che intrattiene a sufficienza, se ciò che si pretende da un romanzo è una serie di eventi emozionanti e coinvolgenti. Però, a parte i personaggi e le loro storie, non c’è molto altro. E andrebbe pure bene così, se la Urciuolo e (suppongo) il suo entourage non si fossero sforzati di conferire ad Adorazione una patina intellettuale che non fa presa sulle sue pagine. Che volete che vi dica? A quanto pare, in Italia una storiella non può mai essere solo una storiella, un romanzo non può mai solo intrattenere, una cretinata non può mai essere soltanto stupida.
In ogni caso, so bene che voi lettori sapete distinguere un libro di spessore da uno spesso; e so pure che a volte c’è bisogno di cercare un po’ di compagnia e di emozioni nei secondi, per poter poi affrontare bene i primi. Adorazione vi darà modo di allenare le vostre emozioni, nelle pause che prenderete dall’allenamento della vostra logica e della vostra razionalità: perciò vi auguro già una buona lettura!

Sara

Ciao! Sono la fondatrice del blog letterario "Il pesciolino d'argento", amo profondamente i libri, l'arte e la cultura in generale.

Potrebbero interessarti anche...

Che cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *